Shuafat, il campo profughi palestinese dimenticato alle porte di Gerusalemme

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Articolo originariamente pubblicato su Pagine Esteri

Di Michele Giorgio

Le stradine strette e affollate di Shuafat ieri, alle prime luci del giorno, assomigliavano a un campo di battaglia. Cassonetti dei rifiuti rovesciati e anneriti dal fuoco, pietre e sbarre di metallo ammassate per alzare barricate e nell’aria l’odore pungente del fumo sprigionato dai copertoni dati alle fiamme. Sono state ore di battaglia, tra poliziotti israeliani in tenuta antisommossa che e centinaia di giovani palestinesi, nell’unico campo profughi dentro i confini di Gerusalemme. In verità, qualche anno fa, le autorità israeliane in qualche modo hanno posto l’indesiderato Shuafat all’esterno della città, costruendogli davanti il Muro di separazione e un posto di blocco che assomiglia a un transito di frontiera. E hanno ridotto i servizi a disposizione dei suoi abitanti, profughi e famiglie in miseria costrette ad insediarsi nel campo perché non possono permettersi gli affitti di Gerusalemme, elevati anche nella periferia povera della zona araba della città. In questo alveare disordinato, sporco, senza marciapiedi dove le auto si muovono tra le persone, viveva Fadi Abu Shkhaydam, il quarantaduenne che domenica mattina, nella città vecchia di Gerusalemme, con una mitraglietta ha aperto il fuoco contro quattro israeliani, uccidendone uno, Eli Kay, guida al Muro del Pianto, e ferendone altri tre.

Se tra le motivazioni dietro l’azione omicida di Fadi Abu Shkhaydam ci sia anche il suo vissuto di profugo figlio di profughi destinato a terminare la sua vita tra i rifiuti maleodoranti di Shuafat non sembra interessare a nessuno. Da Gaza il movimento islamista Hamas ha prontamente esaltato il suo gesto come un martirio e, più di tutto, lo ha descritto come un suo «leader locale» riservandogli onori e gloria. I suoi attivisti hanno anche sfilato nelle strade di Shuafat. Da parte sua Israele non ha avuto interesse a descriverlo come un rifugiato e ad andare oltre il suo ruolo in Hamas, organizzazione che la Gran Bretagna appena qualche giorno fa ha proclamato una «organizzazione terroristica». Proprio ieri, poche ore dopo l’attacco armato nella città vecchia, i servizi di sicurezza israeliani (Shin Bet) hanno annunciato di aver sventato in questi mesi una lunga di attentati, fra cui azioni suicide, che dovevano avvenire nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme e in territorio israeliano. Hanno aggiunto di aver arrestato una cinquantina di membri di Hamas che avrebbero ricevuto istruzioni e finanziamenti da Salah al Aruri, il n.2 dell’organizzazione all’estero. Sempre secondo lo Shin Bet, al Aruri ed un altro dirigente di Hamas, Musa Dudin, avrebbero finanziato le cellule del movimento islamico in Cisgiordania. Infine, in nascondigli disseminati un po’ ovunque, l’esercito avrebbe recuperato armi, munizioni ed esplosivi.

Cosa c’entri in tutto questo Suad Abu Shkhaydam, la moglie dell’attentatore, nessuno lo sa. La donna assieme alla figlia è stata arrestata al valico di Allenby al suo rientro dalla Giordania ed è sotto interrogatorio da parte dello Shin Bet. I palestinesi sostengono che dopo un attacco, esercito e polizia arrestano subito i membri della famiglia dell’attentatore, a che le donne, più a scopo punitivo che per lo svolgimento delle indagini. Comunque sia, di sicuro gli demoliscono la casa. In questo caso non sarà facile farlo, nel pieno di un campo profughi che ribolle di rabbia incontenibile.

L’attacco di domenica nella città vecchia è un nuovo scatto della tensione che a Gerusalemme Est non si è mai placata in questi mesi, a causa della minaccia di espulsione di famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah per far posto a coloni israeliani, che a maggio ha innescato una nuova escalation militare tra Israele e Hamas. La vicenda di Sheikh Jarrah potrebbe riesplodere presto. Le famiglie palestinesi coinvolte hanno respinto a inizio mese una soluzione di compromesso proposta dalla Corte suprema israeliana che hanno giudicato troppo favorevole alle rivendicazioni dei coloni. Altrettanto esplosiva è la situazione nel quartiere di Silwan, ai piedi della città vecchia, dove sono decine le famiglie palestinesi che rischiano di perdere la casa ancora a vantaggio dei coloni. A raccogliere l’attenzione però è sempre lo scontro Israele-Hamas.

Questo articolo è stato pubblicato il 23 novembre 2021 dal quotidiano Il Manifesto

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