Si apre la crisi tra Ankara e Tel Aviv ? Intanto la Turchia espelle l’ambasciatore israeliano ..

sabato 3 settembre 2011

TURCHIA ESPELLE AMBASCIATORE ISRAELIANO

La decisione presa per le mancate scuse di Tel Aviv  per i 9 civili uccisi sulla nave Mavi Marmara. Ma pesa anche il rapporto  della commissione Palmer (Onu) che di fatto capovolge l’accaduto e  addossa le colpe maggiori ad Ankara.

MICHELE GIORGIO

Roma,  03 settembre 2011, Nena News – Rammarico sì, scuse no. Su questa  posizione ribadita da Israele si allarga la frattura nelle relazioni tra  Tel Aviv e Ankara che ieri hanno toccato il punto più basso per la  decisione presa dalla Turchia di espellere l’ambasciatore israeliano, di  sospendere gli accordi militari con lo Stato ebraico e di  ridimensionare la propria rappresentanza diplomatica a un semplice  segretario d’ambasciata. Passi decisi di fronte al rifiuto del governo  Netanyahu di scusarsi ufficialmente per l’uccisione di nove cittadini  turchi, colpiti dalle raffiche sparate da un commando israeliano l’anno  scorso durante l’abbordaggio della Freedom Flotilla impegnata a sfidare  il blocco navale della Striscia di Gaza attuato dallo Stato ebraico.

Dietro l’annuncio del ritiro dell’ambasciatore c’è l’irritazione  turca per le pressioni israeliane (e probabilmente anche americane)  svolte nell’ultimo anno sulle Nazioni Unite che, pensano ad Ankara,  hanno portato la commissione d’indagine guidata dall’ex premier  neozelandese Geoffrey Palmer ad affermare nel suo rapporto appena reso  pubblico (ma anticipato due giorni fa dal New York Times) che  se da un lato Israele utilizzò una forza «eccessiva e irragionevole»  contro la nave turca Mavi Marmara diretta a Gaza con altre imbarcazioni  della Freedom Flotilla, dall’altro l’arrembaggio fu giustificato. Il  rapporto, con grande sorpresa per le autorità Turche, non sembra dare  peso eccessivo al fatto che l’azione di forza israeliana sia avvenuta in  acque internazionali e contro una flottiglia civile che non trasportava  «armi per Hamas» (mai trovate a bordo delle navi sequestrate in mare)  ma solo aiuti umanitari. Secondo la commissione Palmer  i commando  israeliani si trovarono a dover affrontare «una resistenza violenta e  organizzata da parte di un gruppo di passeggeri», per cui il ricorso  alla forza fu dettato dal diritto all’autodifesa, necessaria a  proteggere non solo i soldati impegnati sulla Marmara, ma anche il  blocco navale di Gaza. Le Nazioni Unite perciò danno pieno appoggio alla  posizione tenuta sono ad oggi da Tel Aviv affermando che: «Israele  affronta una reale minaccia alla sua sicurezza da parte dei gruppi  militanti di Gaza» e che  «il blocco navale è stato imposto come misura  di sicurezza legittima al fine di evitare che armi entrino nella  Striscia via mare», in accordo «con i requisiti imposti dalla legge  internazionale».

Una beffa per la Turchia, che pure negli ultimi mesi si è  riposizionata boicottando la Flotilla 2 diretta a Gaza e assumendo una  linea molto critica nei confronti della repressione ordinata dal  presidente siriano Bashar Assad contro le proteste in corso nel suo  paese. Ankara, che svolge un ruolo di primo piano all’interno della  Nato, deve aver visto la mano di Washington e Tel Aviv anche dietro la  raccomandazione rivolta dall’Onu a Israele e Turchia a ristabilire  relazioni diplomatiche «nell’interesse della stabilità del Medio  Oriente». Parole che sembrano uscite dalla bocca di Barack Obama e che  di fatto capovolgono l’accaduto di un anno fa addossando di fatto alla  Turchia la responsabilità del bagno di sangue sulla Mavi Marmara e  assegnando a Israele un diritto illimitato all’«autodifesa».

La decisione di espellere l’ambasciatore israeliano era nell’aria da  alcuni giorni, da quando sono cominciate a circolare le indiscrezioni  sulle conclusioni raggiunte dalla commissione Palmer, contrarie a quanto  stabilito dall’inchiesta svolta lo scorso anno dalla commissione  d’inchiesta del Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani. Ora la crisi è  aperta ma Israele non farà un passo indietro. Secondo l’ex ambasciatore  israeliano in Italia e portavoce del governo, Avi Pazner, la decisione  di Ankara di espellere l’ambasciatore sarebbe addirittura un tentativo  per «distogliere l’attenzione» dalle responsabilità turche  nell’incidente della Freedom Flottilla. «L’Onu accusa la Turchia di  essere all’origine di quell’incidente e dice che Israele ha il diritto  di chiudere le frontiere di Gaza per ragioni di sicurezza», ha detto  Pazner all’agenzia di stampa AdnKronos. «In Turchia c’è un  governo islamico che cerca di attuare una politica pro iraniana e pro  islamica, non c’è molto che possiamo fare», ha aggiunto Pazner  attaccando frontalmente il premier turco Recep Erdogan.

Da parte loro i media online di diversi paesi occidentali, quelli  italiani in testa, ieri gareggiavano nel sostenere la posizione  israeliana attribuendo la responsabilità della frattura in modo  particolare al ministro degli esteri turco Davutoglu, definito il  «tessitore della nuova politica estera di Ankara», che punterebbe «a  sfruttare la poderosa crescita economica del paese per farne una potenza  nel Medio Oriente e nell’Asia centrale turcofona, sganciandola  dall’Europa che non la vuole». Il raffreddamento dei legami della  Turchia con Israele quindi rientrerebbe in questa politica voluta da  Davutoglu sempre più rivolta ad est. Non viene tenuto in considerazione  che Ankara, negli ultimi mesi, ha inviato diversi segnali concilianti a  Tel Aviv, fino al punto da impedire la nuova partenza della Mavi Marmara  per Gaza, mossa che di fatto ha dato il via alla decisione greca di  bloccare, lo scorso luglio, le altre navi della Flotilla. Ankara voleva e  vuole le scuse ufficiale per chiudere l’accaduto e per uscire a testa  alta dalla vicenda della Mavi Marmara. Tel Aviv rifiuta. E’ questo il  punto centrale della crisi tra i due paesi ex alleati. Nena News

Articolo pubblicato il 3 settembre dal quotidiano Il Manifesto

Pubblicato daRough Moleskin a 5:55 PM
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