Si chiamava Arafat Jaradat

admin | February 25th, 2013 – 12:28 pm

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La foto dice molto. Un uomo giovane e, all’apparenza, forte. Trent’anni, un sorriso, una moglie, due figli piccoli e un altro in arrivo. Arafat Jaradat è stato arrestato il 18 febbraio scorso dalle autorità israeliane con l’accusa di aver lanciato pietre e una molotov. Sottoposto a interrogatori dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, e costretto in cella di isolamento, Arafat Jaradat aveva visto il suo avvocato, Kamil Sabbagh, quando era stato portato di fronte a un giudice militare israeliano. Il giudice doveva decidere se estendere di altri quindici giorni la sua detenzione preventiva. Puntualmente, l’estensione è stata accordata, nonostante l’avvocato avesse fatto presente che il suo assistito mostrava problemi fisici e una prostrazione psicologica evidente.

Arafat Jaradat è morto durante l’ennesimo interrogatorio dello Shin Bet, nel carcere di Megiddo. Le autorità israeliane parlano di arresto cardiaco, l’arresto cardiaco di un uomo di 30 anni che sembra soffrisse solo di un’ernia del disco. Le autorità palestinesi, alle quali il corpo di Arafat Jaradat è stato restituito ieri, parlano di morte sotto tortura. L’autopsia ha riscontrato fratture e lividi compatibili con la tortura.

Che sia vera la spiegazione israeliana oppure, al contrario, quella palestinese, non è il vero nodo della questione. La questione è l’uso della tortura, che in Israele non è vietato. La questione è che su questo nodo non c’è una discussione pubblica in Israele. La questione è che alla tortura sono stati sottoposti migliaia dei 750mila palestinesi che tra il 1967 e oggi sono passati attraverso le carceri israeliane. Come una sorta di tragico cursus honorum, un normale tragico, quasi ineludibile cursus honorum per i palestinesi. Maschi, soprattutto.

L’articolo di Amira Hass, pubblicato ieri da Haaretz, è l’ennesima pietra scagliata in uno stagno quasi immobile. Lo stagno in cui si muove l’opinione pubblica israeliana e, con lei, la comunità internazionale. Il caso di Arafat Jaradat, la strada penosa percorsa dai palestinesi che vengono arrestati, va “ben oltre la sofferenza che si provoca quando si priva una persona della libertà e si apre un caso giudiziario. Per anni, i detenuti e i prigionieri palestinesi si sono lamentati della mancanza di sonno”, imposta dalle autorità, “degli ammanettamenti dolorosi e prolungati, dalle umiliazioni, dai pestaggi e dalla carenza di assistenza sanitaria”, “Secondo gli standard internazionali, – conclude Amira Hass – questa è tortura”.

Niente di più, niente di meno. Che Arafat Jaradat sia morto o meno sotto tortura, la tortura esiste, viene denunciata da anni, e da anni rimane ben nascosta dai riflettori internazionali, così come rimane nascosta la questione – incredibile e scandalosa – delle migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. “Detenuti di sicurezza”, così vengono definiti dalle autorità israeliane. Prigionieri politici, dicono i palestinesi, e non solo.

Chiaro, evidente, patente, dunque, che la morte di Arafat Jaradat vada oltre il tragico caso di un uomo di trent’anni, in buona salute, morto durante un interrogatorio. Arafat Jaradat è il simbolo delle altre migliaia di palestinesi che in questi due giorni stanno facendo lo sciopero della fame dentro le celle, e delle centinaia di migliaia di palestinesi che – per pochi giorni o per decenni – in quelle celle ci sono stati. Ed è anche chiaro, evidente, patente che la morte di Arafat Jaradat (ai suoi funerali in un paesino vicino Hebron, stamattina, sembra abbiano partecipato decine di migliaia di persone) possa essere la miccia della terza intifada.

Una miccia, però, non può accendere una paglia che non c’è. E se c’è, invece, paglia ben secca, in Cisgiordania, non è perché i palestinesi non vogliono la pace, tanto agognata e gridata con voce stridula da una comunità internazionale ormai senza credibilità. È perché la tensione tra i palestinesi e i coloni radicali ha superato non da mesi, ma da anni il livello di guardia. È perché non c’è speranza, in Cisgiordania, dove l’incremento delle colonie, degli insediamenti israeliani non trova ostacoli. È perché la politica palestinese non dà risposte, chiusa a riccio in un processo di riconciliazione che non sta andando da nessuna parte.

Se scoppierà la terza intifada – che in molti attendono, non da parte palestinese, forse per poter di nuovo dipingere i palestinesi come brutti, cattivi e antidemocratici – dovremo cercare le cause nella nostra ignavia, e nella incapacità (nostra) di scandalizzarci.

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1 Commento

  1. Como es posible que se considere reprobable luchar por reconquistar la libertad de que siempre se gozó. Como es que, en este siglo XXI, todavia sigan muriendo millones por causa de la opresion franca, abierta, reconocida, desfachatadamente insolente. Como es posible que aun existan oprimidos hasta la muerte y opresores tan brutales e impunes. Y sobretodo ¿como es posible que el opresor se considere un Estado que se precia de democratico y de representar al “pueblo elegido”? ¿Como no despierta esa sociedad israelí y toma conciencia de su inaceptable brutalidad y busca el sano camino de la humanizacion?

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