Si fa ma non si dice

Non dev’essere stata una piacevole sensazione. Il parlamento israeliano, dopo che da decenni l’Europa cerca di far capire con le buone ai governi israeliani che l’impunità per la sua diretta responsabilità nella distruzione della Palestina non potrà durare in eterno, ha in questi giorni duramente contestato il presidente del parlamento europeo Martin Schultz. Quale la sua colpa? Ovviamente quella di essersi permesso di criticare Israele, ma non solo: ha tirato fuori la parola “ACQUA”, affermando che “un palestinese ha accesso a 17 metri cubi d’acqua al giorno contro i 70 di un israeliano”!
“Vergognati! Bugiardo! Non accettiamo sermoni sulla moralità di Israele”. Queste alcune delle invettive da parte dei ministri del governo Netanyahu, e in particolare dal ministro dell’economia Bennet.
Insomma, é come se i nostri giornali o i nostri politici in visita in Israele si permettessero di usare la parola “occupazione”. La guerra dell’acqua, poi, poteva proprio risparmiarsela, visto che è diventata ancora più decisiva di quella dei check-point, del muro, della demolizione delle case, del controllo totale sulla vita dei palestinesi e di tutti i crimini quotidiani perpetuati da Israele nell’indifferenza del mondo.
In realtà Schultz aveva semplicemente riportato i dati che da anni leggiamo in tutti i Rapporti internazionali (Onu , Amnesty International, Banca Mondiale ecc.), ma secondo Israele dovrebbe aver imparato dai leader di tutto il mondo e di ogni schieramento politico: se sono digeribili le generiche e fumose esortazioni alla pace, gli israeliani non sopportano essere messi al muro da parole e discorsi inopportuni.
Lo stesso era accaduto pochi minuti prima. Parlando delle condizioni di vita dei palestinesi a Gaza, il presidente Schulz aveva usato un’altra parola proibita: ASSEDIO. Apriti cielo! Ma questo è pazzo. Tutti sanno che è come dire “wall” invece di “fense”, “massacro” invece che “esecuzione mirata”.
Per tutto questo, allora, la Knesset si è sollevata contro il rappresentante dell’intera Europa dimenticando perfino l’ennesima, scandalosa concessione che lo stesso Schulz aveva fatto poco prima: israeliani, state tranquilli, aveva detto. Sì, è vero che non tolleriamo più di finanziare ciò che voi producete nelle colonie, ma non credo proprio che approveremo una risoluzione che boicotti Israele.
Ed ecco qui l’ultima parola vietata, quella che fa più paura oggi. Appena viene pronunciata la parola “boicottaggio”, Israele sembra impazzire. Come si era permesso di nominare l”acqua”, così dev’essere censurata questa parola che negli ultimi mesi sta innervosendo tutto il Paese, nel timore di veder ufficialmente appoggiato da tutto il mondo lo strumento persuasivo del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni economiche, forse l’ultimo strumento possibile per costringere Israele alla pace.

BoccheScucite

Nota per il presidente del parlamento europeo Martin Schulz:

Caro presidente, non si faccia corrompere. Non deve né scusarsi né correggersi. Sa bene che quel dato da lei riportato alla Knesset sul furto dell’acqua da parte di Israele, non è né falso né bisognoso di conferma, come invece lei ha inopportunamente affermato di fronte alla violenta reazione del parlamento.
A pagare un insopportabile prezzo per il totale controllo dell’acqua da parte di Israele sono tutti i palestinesi. A denunciare l’accesso estremamente limitato alle (proprie) risorse idriche da parte dei palestinesi è per esempio Amnesty International: “i 450 mila coloni che vivono in Cisgiordania e a Gerusalemme est, usano acqua nella stessa quantità o addirittura di più di quanto ne consumi l’intera popolazione palestinese”, stimata in 2 milioni e 300 mila persone. In oltre quarant’anni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha ipersfruttato le risorse idriche palestinesi, ha trascurato l’infrastruttura idrica e fognaria nei territori, e li ha usati come una discarica per i suoi rifiuti, causando danni alle falde freatiche e all’ambiente”. Accuse simili erano state lanciate dalla Banca mondiale già nel 2009. La Mekorot (la società idrica israeliana), “fornisce alle colonie un volume che si stima sui 75 milioni di metri cubi all’anno, dei quali quasi due terzi prodotti da 40 sorgenti controllate da Israele o dai coloni dentro la Cisgiordania”, cioè in casa palestinese. Molte di quelle fonti, almeno 25, sostiene una inchiesta del quotidiano israeliano “Haaretz”, sono state addirittura trasformate in siti turistici.
Per gli israeliani, quindi, non solo tutta l’acqua possibile per fontane e piscine, ma perfino sorgenti da visitare. Anche questo, mr. Schulz, lei può e deve dirlo senza vergognarsi.

BoccheScucite

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