Si tratta di etichettare i prodotti israeliani o di formalizzare il furto della terra palestinese?

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tratto da: http://www.assopacepalestina.org/2020/11/si-tratta-di-etichettare-i-prodotti-israeliani-o-di-formalizzare-il-furto-della-terra-palestinese/

Nov 25, 2020 | Riflessioni

di Salam Fayyad,

Brookings, 24 novembre 2020.

Il 19 novembre, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha rilasciato un comunicato stampa in cui annunciava nuove linee guida sull’indicazione in etichetta del paese di origine per i prodotti israeliani e palestinesi. Tuttavia il comunicato e una lettera di ugual contenuto che quattro legislatori statunitensi avevano inviato al presidente Trump tre giorni prima, hanno implicazioni, tutte pienamente volute, che vanno ben oltre.

Si trattava innanzitutto di abolire una politica statunitense di lunga data secondo la quale i prodotti degli insediamenti israeliani dovevano essere etichettati come prodotti della Cisgiordania. L’annuncio del 19 novembre richiede specificamente che da ora in poi l’etichetta di tali prodotti  esportati negli Stati Uniti debba leggere “Israel”, “Product of Israel” o “Made in Israel”. Inutile dire, tuttavia, che non si tratta di una semplice questione di etichettatura di prodotti. Si tratta piuttosto di etichettare un territorio. Questo infatti è reso ben chiaro dalla motivazione che l’annuncio stesso ha fornito come base per questo cambio di politica, vale a dire: allineare l’attività pratica con “il nostro approccio di politica estera basato sulla realtà”.

Poco importa che, per i Palestinesi, questa formulazione grandiosa della dottrina di politica estera degli Stati Uniti sembri essere stata inventata proprio per sradicare i nostri diritti e minare i nostri interessi. Quale effettiva realtà può averla ispirata? Può essere utile notare innanzitutto che l’annuncio non fa alcun riferimento agli insediamenti israeliani. Stabilisce invece che i beni interessati sono quelli provenienti da “tutti i produttori all’interno delle aree in cui Israele esercita  l’autorità in materia, in particolare l’area C definita dagli accordi di Oslo”. (“Area C” si riferisce alle aree, che comprendono circa il 60% della Cisgiordania, che avrebbero dovuto essere gradualmente trasferite sotto giurisdizione palestinese a partire dal luglio 1997.) Un altro punto degno di nota, che aiuta a chiarire il vero motivo alla base di questa nuova direttiva, è la dichiarazione che le merci prodotte a Gaza devono essere etichettate come tali, e che l’etichetta “Cisgiordania / Gaza” non è più accettabile.

La controversia sull’etichettatura dei prodotti è nata da una giusta iniziativa volta a delegittimare gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, insediamenti che sono quasi universalmente considerati illegali dal diritto internazionale. Ma sorge la domanda sul perché l’annuncio non abbia limitato il cambiamento di politica agli insediamenti stessi; il cambiamento interessa invece l’Area C nella sua interezza. Anche in base alle motivazioni addotte per la nuova politica, un tale ampliamento comporta alcune complicazioni problematiche, inclusa la possibilità che le nuove direttive possano essere applicate a prodotti fabbricati nelle comunità palestinesi dell’area designata.

Non è irragionevole sospettare che tali complicazioni siano state giudicate di scarsa importanza per l’amministrazione Trump. L’obiettivo principale del cambiamento di politica è agire sull’annessione che la “visione di pace e prosperità” del presidente Trump aveva promesso. Il problema è che l’annessione ottenuta con il pretesto dell’etichettatura del prodotto si applicherebbe a più del doppio di quel 30% di territorio della Cisgiordania previsto dal piano Trump. Alcune altre considerazioni sembrano confermare questa conclusione.

In primo luogo, non avendo rispettato la sua promessa di passare all’azione riguardo all’annessione entro la scadenza autoimposta del 1° luglio 2020 –e nonostante il suo impegno a rinviare tale azione in seguito al suo accordo di normalizzazione con gli Emirati Arabi Uniti– il governo di Benjamin Netanyahu era probabilmente alla ricerca di come far avanzare l’annessione malgrado due possibili rischi. Da un lato, non agire per niente rischiava di non poter realizzare più nessuna annessione una volta che la nuova amministrazione statunitense si fosse insediata. Ma, d’altra parte, agire in modo troppo aggressivo durante la transizione di potere negli Stati Uniti comportava l’ovvio rischio per il governo israeliano di iniziare con il piede sbagliato con l’amministrazione Biden. In secondo luogo, l’attuale annuncio caratterizza il territorio i cui prodotti devono risultare di origine israeliana dicendo “in particolare l’Area C” – leggi: non esclusivamente Area C. Ciò significa che l’attuale cambio di politica cerca di soddisfare quella parte del corpo politico israeliano che si oppone persino al vago concetto di confini delineato nella visione di Trump, poiché considera la terra all’interno di questi confini interamente di Israele. In terzo luogo, l’intero cambiamento di politica viene presentato come un banale esercizio tecnico, ritenendo improbabile che possa essere annullato dall’amministrazione Biden.

Questa sembra essere la vera realtà che sta alla base della più recente applicazione da parte dell’amministrazione Trump del suo cosiddetto approccio alla politica estera basato sulla realtà, in quanto riguarda le relazioni USA-Israele. Sfortunatamente, è una realtà che è il prodotto immediato e una conseguenza naturale dell’espansionismo coloniale israeliano e dell’occupazione inesorabilmente oppressiva. Ed è anche qualcosa di più che considerare la maggior parte della Cisgiordania come parte di Israele; si tratta anche di eliminare completamente la possibilità di qualsiasi vero Stato per i Palestinesi sul territorio occupato da Israele nel 1967. Infatti, oltre a voler segnalare che la separazione di Gaza dalla Cisgiordania è permanente, perché mai l’annuncio avrebbe dovuto dedicare spazio alla richiesta che le merci prodotte a Gaza siano etichettate come tali e che sia vietato l’uso dell’etichetta “West Bank / Gaza”?

Nonostante tutto il disprezzo dell’amministrazione Trump per le posizioni di lunga data degli Stati Uniti circa un possibile Stato palestinese, sarebbe un enorme errore considerare che tutto andava bene se non fosse per l’applicazione selettiva e altamente cinica di Trump del cosiddetto approccio basato sulla realtà al progetto di pace in Medio Oriente. Pertanto, c’è un motivo convincente per un cambiamento delle norme, se non un ripristino completo, sotto la nuova amministrazione americana.

Un annullamento anticipato di questa politica sull’etichettatura –la più recente di una lunga serie di trasgressioni alle leggi– farebbe molto per conferire credibilità a un restauro tanto necessario. In effetti, dovrebbe spingere in questa direzione anche il fatto che il Partito Democratico approva la soluzione a due stati, oltre all’importanza che il presidente eletto Biden ha sempre attribuito al mantenimento della fattibilità di questa ipotesi di soluzione.

Traduzione di Donato Cioli – AssopacePalestina

 

Si tratta di etichettare i prodotti israeliani o di formalizzare il furto della terra palestinese?

 

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