«Silenzio, si muore», reportage sperimentale «Contro l’indifferenza sulla tragedia siriana»

6 APRILE 2013

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1 Il titolo è: «Silenzio, si muore». Su questo reportage sono impegnati da giorni i reporter italiani bloccati in Siria: Amedeo Ricucci, giornalista Rai di La Storia Siamo Noi, il fotografo Elio Colavolpe, la freelance Susan Dabbous e il documentarista Andrea Vignali. Previsti quindici giorni di permanenza nel Paese: dall’1 al 15 aprile. Un progetto di giornalismo partecipativo, il primo per la Rai. Fatto con collegamenti quotidiani via Skype con un gruppo di studenti di San Lazzaro di Savena, a Bologna: ai ragazzi il compito di interagire con la troupe sul campo, di fornire, insieme alla redazione di La Storia siamo noi, spunti e suggerimenti sulle notizie da seguire e sulle storie da raccontare. Ricucci e Colavolpe erano già stati assieme, nei mesi scorsi, per un altro reportage ad Aleppo, sempre prodotto dal canale di approfondimento Rai.

RACCONTARE LA TRAGEDIA SIRIANA – Sul suo blog, Ricucci ha parlato dell’esigenza di ridare «senso e dignità» al lavoro giornalistico: «Basta un pizzico di coraggio e la voglia di sperimentare, rimettendosi in gioco personalmente». Ed ecco quindi la Siria, «una tragedia infinita che si consuma nell’indifferenza delle cancellerie occidentali e dell’opinione pubblica internazionale». Ricucci parla dell’indifferenza, «figlia anche della nostra incapacità di raccontare la tragedia siriana, coinvolgendo di più e meglio il nostro pubblico, rendendolo partecipe di questa tragedia». Cosa che «si può fare, con le tecnologie che abbiamo a disposizione. Anzi, è una cosa che si deve fare, se si crede nel dovere della testimonianza e nel diritto all’informazione». E quello avviato non sarà – ha messo in guardia lo stesso Ricucci – un videogioco, ma un modo di «raccontare la guerra in maniera diversa e, spero, più coinvolgente», in questo viaggio in compagnia dei 20 studenti, viaggio a distanza ma al tempo stesso e in realtà con loro accanto grazie alla tecnologia.
Redazione Online

2 -Il contesto internazionale – L’intreccio di interessi che fa male alla Siria

Una panoramica degli attori internazionali che operano o hanno propri interessi da tutelare o sviluppare attorno alla crisi siriana ci rivela uno scenario a più dimensioni. Da una parte abbiamo un contesto regionale che, sulla scia delle rivolte nei paesi arabi degli ultimi mesi, varidisegnandosi e pone in primo piano le aspirazioni di paesi dalle economie in ascesa, come la Turchia, l’Iran e i paesi petroliferi del Golfo, in un ambito vicino orientale nel quale è immersa la inestricabile questione israelo-palestinese, che si porta dietro le minacce alla sicurezza israeliana portate in primo luogo dall’Iran e, alle frontiere, dal Partito di Dio (Hezbollah) libanese che all’Iran si associa. Dall’altra abbiamo lo scacchiere geopolitico mondiale, anch’esso in movimento con il crescente protagonismo dei paesi dalle economie emergenti, i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), nel quale gli Stati Uniti ed Europa vogliono continuare ad esercitare la propria influenza.

La Siria, in questo quadro, ha una posizione delicata. Virtualmente centrale nelle rotte del petrolio e del gas verso il Mediterraneo, il paese ne è rimasto fuori in virtù delle sue alleanze internazionali, che ruotano attorno a Russia e Iran (la Cina è sullo sfondo). Il regime siriano alla sua nascita, si colloca nel blocco sovietico e oggi è legato alla Russia sia dal punto di vista economico che politico e militare (l’unica base navale russa nel Mediterraneo si trova in Siria, a Tartus). La lealtà dei russi nei confronti di Asad si riverbera sulle decisioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, di cui la Russia è membro permanente. In quel contesto, presso il quale più volte sono state presentate risoluzioni di condanna del regime siriano, i russi hanno sempre fatto valere il loro diritto di veto, sostenendo la tesi della non ingerenza negli affari interni alla Siria (sulla stessa linea si trovano i cinesi, che mantengono relazioni economiche con la Siria). L’altro importante alleato del regime siriano è l’Iran, anch’esso legato a doppio filo con la Siria in campo economico ma soprattutto politico, rappresentando i due paesi, insieme a Hezbollah, un blocco compatto formalmente ostile a Israele, il cosiddetto “blocco sciita”. Più defilato nel proprio appoggio al regime è l’Iraq, attualmente governato da un Primo ministro sciita, Nuri al-Maliki, che non nasconde le sue buone relazioni con l’Iran. Ad esso, dopo l’esplosione della rivolta, sono venuti ad opporsi progressivamente Stati Uniti ed Europa, paesi del Golfo – in special modo Arabia Saudita e Qatar –, Turchia e (con posizioni più sfumate) Israele.

In Siria le dimensioni regionale e globale si intrecciano dunque per dare vita a due schieramenti opposti in cui, tuttavia, coesistono interessi e agende parzialmente diversi: lavorando molto spesso per i propri specifici interessi, i diversi attori rendono insolubile la situazione sul campo e al livello delle relazioni internazionali.

 APPROFONDIMENTO

 Un esempio in diplomazia. A fine giugno 2012 si riuniva a Ginevra un “Gruppo di lavoro sulla Siria”, formato dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Turchia, Unione europea, Iraq, Qatar, Kuwait e in presenza del Segretario generale della Lega araba. Rimanevano però fuori dal gruppo Iran e Arabia Saudita, due attori regionali che, nemici nel Golfo, sono parte integrante del problema, affrontandosi “per procura” in Siria. Il “nulla di fatto” cui sortì il Gruppo di lavoro era, viste le premesse, altamente prevedibile.

Ad aggravare la situazione è proprio l’escalation militare. Con il passare dei mesi il regime di Bashar al-Asad si allontana dalla sostanza e dalla retorica della soluzione negoziata. L’allargarsi dello scontro armato, le diserzioni, la progressiva perdita di controllo su diverse porzioni di territorio e sulle frontiere turca e iraqena, il reiterato fallimento della via diplomatica e il crack economico hanno contribuito ad un irrigidimento dal quale sembra impossibile tornare indietro. Di pari passo con questo processo di chiusura troviamo lo schierarsi, sempre meno sfumato, degli attori internazionali. Un esempio riguarda proprio gli Stati Uniti. Il 30 marzo 2011, a pochi giorni dall’inizio della rivolta, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton dichiarava che: “il Congresso americano ritiene che il presidente siriano Bashar Assad sia un riformatore”, lasciando intendere che gli Stati Uniti si aspettavano da Bashar al-Asad un’iniziativa interna ed esterna di natura negoziale. Nel dicembre 2011, accettando di parlare al meeting del Consiglio Nazionale Siriano, auspicava una Siria “libera e tollerante” in cui i “diritti universali di tutti i cittadini vengono rispettati”. Oggi gli Stati Uniti sono decisamente schierati dalla parte della ribellione e danno per necessaria la caduta di al-Asad, seppure continuino a mostrare preoccupazione per una possibile deriva settaria.

Ma è sul campo che lo stallo è ancora più evidente. In attesa di un’improbabile intervento della NATO o di una coalizione internazionale che esporrebbero il mondo al rischio di una guerra lunga e dagli esiti incerti, nello schieramento di coloro che sono a favore di un cambio di regime gli “aiuti” ai ribelli, sia sul piano militare che umanitario, non sono coordinati: ogni singolo attore tende a lavorare per il proprio tornaconto in assenza di una linea comune. Ad esempio la Turchia, che ospita i vertici espatriati dell’Esercito Siriano Libero ed è impegnata in prima linea nell’emergenza profughi, a livello politico appoggia in primo luogo la componente dei Fratelli Musulmani (a metà luglio si è tenuta in Turchia la prima assemblea plenaria dei Fratelli Musulmani siriani da trent’anni a questa parte). Arabia Saudita e Qatar, dal canto loro, forniscono il proprio supporto economico e logistico solo ad alcuni settori dell’opposizione armata, quella più connotata in senso religiososunnita. Gli Stati Uniti e l’Europa evitano invece un coinvolgimento diretto (sebbene vi sia l’ammissione da parte americana della presenza della propria intelligence in Turchia e di un limitato apporto anche dal punto di vista militare), preferendo rimanere attivi e sempre più recisi su un piano diplomatico che tuttavia, come abbiamo detto, non risulta efficace.

Quanto ai paesi favorevoli al mantenimento dell’attuale regime si trovano uniti riguardo alla posizione della “non-ingerenza” nei fatti interni alla Siria. Ma se la Cina, tradizionalmente “non interventista”, si limita a porre il proprio veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU non interrompendo le sue relazioni economiche con la Siria, la Russia continua a vendere armi al regime e l’Iran (così come Hezbollah) partecipa attivamente al conflitto conl’invio di uomini in armi e consulenti militari.

L’impasse internazionale non è senza conseguenze. I diversi attori alimentano il conflitto ma non sono capaci (o non vogliono) fermarlo, lo influenzano ma non lo determinano perché armi e aiuti che affluiscono da ambo le parti non sono sufficienti a far vincere l’una o l’altra parte.

Aggiornamento

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