SIRIA. Amnesty: ‘l’assedio di Yarmouk è un crimine di guerra’

10 mar 2014

Dallo scorso luglio nel campo non entrano né cibo né farmaci: 124 persone sono morte di fame o per mancanza di cure. Un chilo di riso costa anche 100 dollari. Circa 18mila palestinesi sono intrappolati nell’insediamento stretto d’assedio dalle truppe di Assad

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Abitanti di Yarmouk in coda per il cibo – foto Unrwa

di Sonia Grieco

Roma, 10 marzo 2014, Nena News – La fame è un’arma di guerra e nel campo profughi palestinese di Yarmouk, otto chilometri da Damasco, sta facendo strage tra la popolazione civile. Sono almeno 124 le persone morte di inedia negli ultimi otto mesi, da quando l’insediamento è stretto d’assedio dalle truppe fedeli al presidente siriano Bashar al Assad: non arrivano né cibo né farmaci e nessuno può entrare o uscire. Per Amnesty International si tratta di un “crimine contro l’umanità” e di un “crimine di guerra”, che va denunciato alla Corte penale internazionale (ICC).

Secondo i dati diffusi in un rapporto dell’organizzazione, 51 persone sono morte in seguito a ferite o per malattie che nell’insediamento non possono essere curate perché mancano medicinali e strutture. Il principale ospedale del campo, il Palestine Hospital, è ancora aperto, ma è stato bombardato più volte e le condizioni di lavoro sono terribili: ci sono soltanto due medici e spesso sono gli infermieri a fare gli interventi chirurgici. Inoltre, i cecchini del governo sparano anche sugli abitanti in cerca di cibo, cioè di erba, di radici e di qualsiasi cosa possa essere commestibile. Alcuni hanno raccontato di sopravvivere mangiando foglie e il “pasto” più diffuso è acqua mischiata a spezie. E mentre il cibo scarseggia, nonostante un allentamento del blocco lo scorso gennaio e le numerose denunce delle Ong, i prezzi aumentano: un chilo di riso costa tra i 70 e 100 dollari. “La malnutrizione ha ucciso decine di persone e ha causato la diffusione di malattie che mettono in serio rischio la vita di anziani, bambini e donne incinte”, si legge nel rapporto di Amnesty.

L’assedio di Yarmouk è iniziato lo scorso luglio, ma l’ingresso di molti beni era già stato limitato. Prima del conflitto era il più grande campo profughi palestinese della Siria. Un insediamento relativamente ricco, animato centro commerciale e culturale, che ospitava circa un terzo dei 500mila palestinesi che erano presenti nel Paese. Adesso è una trappola per i circa 18mila abitanti rimasti. Il campo è diventato un terreno di battaglia nella guerra civile che da tre anni vede i gruppi armati di opposizione combattere contro l’esercito governativo, con il suo carico di morti  -oltre 120mila- e di milioni di sfollati. Ormai è un cumulo di macerie, occupato in parte (nella zona Sud) dagli insorti e dalle milizie islamiste che avrebbero anche loro impedito con le armi l’ingresso dei convogli umanitari, tenuto d’assedio dall’esercito di Assad, bombardato dall’aviazione governativa e svuotato dalla fuga in massa dei suoi abitanti. Ma questo luogo da cui arrivano immagini spettrali è sulla strada pe Damasco, in una posizione strategica e la battaglia per Siria è ancora aperta.

L’aviazione lancia le bombe barile su Aleppo e bombarda la roccaforte dei ribelli Yabroud, vicino alla frontiera libanese, più volte violata nelle ultime settimane dal lancio di razzi. Si combatte nella province di Hama e di Latakia, in quella di Hassakeh le truppe del regime si stanno scontrando con i miliziani jihadisti del Fronte al Nusra e dello Staro islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) che in questa zona del Paese sono alleati. Le sigle dell’opposizione sono numerose e nelle file dei gruppi armati combattono molti jihadisti stranieri, mentre Assad è sostenuto militarmente dai miliziani del movimento sciita libanese Hezbollah, risultati determinanti in tante battaglie.

In questa guerra che tiene in ostaggio centinaia di migliaia di civili, la tragedia del campo di Yarmouk, aperto nel 1957, è anche il simbolo del coinvolgimento dei palestinesi siriani nel conflitto che sta devastabdo il Paese che li ospita dal 1948, l’anno di fondazione dello Stato di Israele e dell’inizio della diaspora palestinese. All’inizio del conflitto, a marzo del 2011, la comunità palestinese ha tentato di mantenere una posizione neutrale e mesi dopo i suoi leader hanno cercato di ottenere uno status speciale per il campo, che lo tenesse fuori dal conflitto. L’esercito è rimasto all’esterno dall’insediamento, ma all’interno le divisioni tra gli stessi palestinesi sono sfociate in scontri tra i sostenitori e gli oppositori del regime di Assad. I primi legati al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina – Comando Generale (FPLP-CG), i secondi sono confluiti nell’Esercito siriano libero (ESL) o hanno formato il gruppo Liwa al-Asifa, mentre altre formazioni ribelli, tra cui fazioni jihadiste, si stabilivano nel campo. A dicembre del 2012, il tentativo dell’ESL di prendere il controllo di Yarmouk è stato seguito da sanguinosi combattimenti e da bombardamenti dell’aviazione governativa, il 16 dicembre, che hanno messo in fuga centinaia di persone. Secondo i dati dell’Unrwa, almeno 270mila palestinesi sono sfollati all’interno della Siria, mentre circa 80mila hanno trovato rifugio all’estero: 51mila in Libano, 11mila in Giordania, 5mila in Egitto e centinaia in Turchia, nella Striscia di Gaza e in altri Stati. Il loro status giuridico è precario, non sono considerati rifugiati ma ospiti temporanei e talvolta indesiderati. Nena News

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