Siria, il mondo ad un passo dalla guerra

Stati Uniti e Gran Bretagna guardano all’intervento, con o senza mandato Onu: no-fly zone o copertura armata via mare. Dal Golfo 400 tonnellate di armi alle opposizioni.

adminSito
 lunedì 26 agosto 2013 12:12
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(Foto: James Lawler Duggan)

AGGIORNAMENTO ore 15.45
WASHINGTON FRENA SULL’INTERVENTO IN SIRIA

Secondo quanto riportato dall’Associated Press, la Casa Bianca ha smentito le indiscrezioni pubblicate dalle testate britannicheTelegraph e Daily Mail, riguardanti una lunga telefonata tra il presidente Obama e il premier britannico Cameron, da cui sarebbe scaturita la decisione di ricorrere alle armi per fermare la repressione del regime siriano.
Il segretario della Difesa americano, Chuck Hagel, ha detto che l’amministrazione Obama sta vagliando tutte le opzioni e che ogni azione “sarà decisa di concerto con la comunità internazionale e all’interno di una cornice legale”. Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, aveva invece dichiarato in precedenza di non ritenere necessario l’appoggio unanime del Consiglio di sicurezza. Intanto, oggi nella capitale giordana Amman è prevista una riunione dei vertici militari di Usa, Gran Bretagna, Francia, Canada, Italia, Germania, Giordania, Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

AGGIORNAMENTO ore 13.30
CECCHINI APRONO IL FUOCO CONTRO ISPETTORI ONU

Una delle sei auto su cui viaggiavano oggi a Damasco gli ispettori delle Nazioni Unite è stata centrata da diversi colpi di arma da fuoco. “Un atto deliberato”, ha commentato il segretario generale Onu, Ban Ki-moon.
Il team si stava recando su uno dei siti che, secondo i ribelli, sarebbero stati attaccati dal governo con armi chimiche. Secondo la tv di Stato siriana, responsabili dell’agguato di oggi sono le opposizioni.

di Sonia Grieco

Roma, 26 agosto 2013, Nena News – L’attacco militare alla Siria pare più vicino e, al contrario di quanto sostenuto dal presidente statunitense Barack Obama la settimana scorsa, potrebbe non essere necessario un mandato della Nazioni Unite. E mentre l’opzione militare sembra essere rimasta l’unica sul tavolo, Damasco oggi ha concesso agli ispettori Onu di visitare Ghouta, il quartiere orientale della capitale siriana teatro mercoledì scorso di un massacro: l’opposizione parla di 1.300 persone uccise da armi chimiche, dal famigerato gas nervino sganciato sul quartiere dall’aviazione siriana. Accuse respinte al mittente assieme a un avvertimento del presidente Bashar al Assad a Usa e Gran Bretagna, in prima linea sul fronte degli interventisti: “Gli Stati Uniti falliranno come accaduto in tutte le altre guerre che hanno scatenato”.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon preme affinché sia fatta chiarezza in breve tempo. “Ogni ora è importante per accertare la verità”, aggiungendo che l’impiego di simili armi contro la popolazione civile “non può restare impunito”. Saranno gli ispettori Onu a stabilire cosa è accaduto a Ghouta, dove martedì sarebbe stata oltrepassata quella “linea rossa”, l’impiego di armi chimiche, che Obama aveva fissato un anno fa per un intervento armato internazionale. Ma di “linea rossa” ha parlato anche l’Iran, stretto alleato della Siria. Ci saranno “dure conseguenze”, ha avvertito il vice capo di stato maggiore delle Forze armate iraniane, Massoud Jazayeri: “L’America conosce le delimitazioni della linea rossa sul fronte siriano, se verranno superate ci saranno serie conseguenze per la Casa Bianca”.

La situazione rischia di precipitare nelle prossime ore. Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha precisato che un intervento armato in Siria sarebbe in linea con il diritto internazionale anche senza il mandato dell’Onu: “Abbiamo tentato in ogni modo e continueremo a farlo, ma finora è stato un fallimento”, ha detto. D’altronde, il probabile veto di Cina e Russia ad una risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzi un intervento armato non lascia altra strada a Stati Uniti e Gran Bretagna che, assieme alla Francia, sono i Paesi occidentali ormai determinati a usare il pugno di ferro con Assad.

Ma la comunità internazionale è tutt’altro che unita: oltre agli alleati di Damasco, Cina e Russia, anche la Germania è contraria al ricorso alle armi. Sarebbe un’altra cosiddetta guerra umanitaria, sul modello Kosovo, ma dagli esiti imprevedibili. La Siria potrebbe diventare un altro Iraq, un Paese diviso al suo interno e per niente pacificato. Gli interessi regionali sono enormi, sul campo di battaglia siriano si stanno confrontando le potenze regionali: Iran e Arabia Saudita.

L’opzione militare non prevede un intervento sul campo, ma un sostegno armato che potrebbe concretizzarsi in una no-fly zone per scongiurare bombardamenti da parte del governo, anche con armi chimiche, oppure in una copertura armata via mare, con navi statunitensi che già incrociano nelle acque davanti alla Siria. Terza opzione è un sostegno logistico: fornitura di armi e addestramento dei ribelli. Quest’ultima opzione, più “morbida”, è già praticata dagli alleati degli insorti, i Paesi del Golfo, che li hanno riforniti nei giorni scorsi di oltre quattrocento tonnellate di armamenti. A riferirlo sono gli stessi ribelli che hanno anche sottolineato come i rifornimenti di armi siano aumentati dopo le notizie sull’impiego di armi chimiche. Ma il rischio è che soldi e armamenti finiscano nelle mani dei gruppi islamisti ormai affiancatisi, anche se spesso in contrasto con loro, agli insorti.

Il conflitto siriano ha causato una vera catastrofe umanitaria: secondo Unhcr e Unicef, ci sono oltre due milioni e mezzo di sfollati fuggiti all’estero, tra i quali un milioni di bambini. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=84918&typeb=0&Siria-il-mondo-ad-un-passo-dalla-guerra

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