SIRIA, LA PROTESTA DELLE DONNE

Centinaia di donne siriane hanno sfilato ieri sull’autostrada verso la Turchia: chiedono il rilascio degli uomini arrestati a Beyda e Beit Jnad. Mentre per la prima volta la protesta si accende anche a Aleppo.

DI MARTINA IANNIZZOTTO 

Damasco, 14 aprile 2011 – Ieri centinaia di donne hanno manifestato lungo l’autostrada verso la Turchia chiedendo la liberazioni degli uomini del villaggio di Beyda, vicino Banias, arrestati martedì durante una massiccia operazione dell’esercito e delle forze di sicurezza.  Anche a Banias gruppi di donne hanno protestato per la liberazione dei circa 350 uomini arrestati negli scorsi giorni. Di ieri e’ anche la notizia della protesta di 30 studenti presso la Facolta’ di legge dell’Universita’ di Damasco, di raid delle forze di sicurezza nei dormitori con la confisca di cellulari e computer portatili, e per la prima volta dall’inizio delle proteste in Siria un mese fa un filmato su youtube mostra una contestazione all’Universita’ di Aleppo, seconda città del paese, subito dispersa dalla polizia che ha arrestato tre studenti.

Aleppo e Damasco, le principali città del paese, sono finora state rimaste a guardare mentre altre località del paese protestavano. A Damasco il sentimento che serpeggia tra la popolazione, di qualunque opinione e fede religiosa, e’: preoccupazione, anche se la vita continua a scorrere, i negozi sono aperti, c’e’ traffico, le persone vanno a lavorare. La citta’ sembra aver perso vigore, i volti più depressi, ogni conversazione, anche la piu’ allegra, verte su cosa sta accadendo. Anche nelle cene tra amici non si discute d’altro. Tante le voci, ipotesi, letture degli avvenimenti confusi di questi giorni. Ci sono molti come Adel, receptionist di un grande albergo della capitale, che non hanno dubbi sulla versione ufficiale fornita dal governo e dagli organi di stampa ufficiale, per tutti l’agenzia SANA: “Il popolo siriano ama il presidente, Bashar Al Assad, un uomo buono che se potesse incontrerebbe ogni famiglia siriana. Quelli che protestano sono pochi, i morti sono stati provocati da bande provenienti dall’estero, in molti sono invidiosi della pace e della stabilita’ della Siria. Lo sponsor e’ il principe saudita Bandar che fa giungere armi attraverso il Libano, bande illegali coinvolte nel traffico di droga e armi. Ma tutto tornera’ sotto controllo. Avete visto le notizie su al-Jazeera? Tutte bugie, montature. Io sono di Homs, hanno mostrato il funerale di un uomo che io conosco e non e’ stato ucciso durante le manifestazioni”.

Mohamad, trent’anni, gli ultimi sette imbarcato sulle navi commerciali, e’ tornato da sei mesi a Damasco ed affitta stanze a stranieri, soprattutto studenti di arabo. Anche lui e’ di Homs, e venerdi’ e’ voluto tornare nella sua citta’ per partecipare alla protesta. Voleva raccogliere foto e filmati, perche’ Mohamad e’ uno dei tanti ragazzi attivi su facebook e twitter.. “Ma non e’ stato facile. Io c’ero, ho visto con i miei occhi. Dopo la preghiera si sono radunate molte persone. Poi e’ passata una macchina con a bordo tipi incappucciati, prima hanno sparato in aria e poi hanno sparato sulla folla ed anche sulla polizia, e la folla si e’ dispersa. Nessuno sa dire esattamente chi siano, alcuni parlano di forze di sicurezza, altri di bande armate sponsorizzate dall’estero, Arabia Saudita, Libano. La situazione e’ molto confusa. In Siria c’e’ una “mafia” (utilizza questa parola) che opera dentro le strutture del potere politico e militare”.  La TV di stato ha mostrato le immagini di un arsenale di armi sequestrato a Banyas affermando che provenivano dal Libano, il cui confine dista meno di 50 km ma il Ministro degli interni libanese ha smentito le accuse. Oltre alla tesi del complotto internazionale l’unica ammessa dal governo, altre vedono il coinvolgimento di esponenti dell’opposizione siriana in esilio.

Nei disordini di Banyas si ipotizza del coinvolgimento di gruppi legati all’ex-vice ministro Abdul Halim Khaddam, originario della citta’, uomo forte del regime per 25 anni, responsabile dell’intervento siriano in Libano, in esilio in Francia dal 2005, in un’intervista degli ultimi giorni ha previsto la caduta di Bashar Al Assad. O ancora di milizie di gruppi fedeli a Rifaat Al Assad, zio di Bashar, l’uomo che ha condotto il massacro di Hama nel 1982, soprannominato il macellaio di Tandor (il carcere dove venivano imprigionati gli oppositori politici), in esilio a Londra dopo aver tentato di rovesciare il fratello Hafez nel 1984, da dove promuove il cambiamento di regime in Siria.

Pe la strada tutti concordano su uno scontro tra i vertici del potere, ossia Bashar, il fratello Maher, capo della Guardia Repubblicana, corpo speciale dell’esercito, ed il marito della sorella Bushra, Assef Shawaqat, capo della polizia segreta. A Bashar continua a essere dato credito come riformatore, avrebbe ordinato di non sparare sulla folla, mentre il fratello Maher, violento ed irascibile (anni fa ha sparato al cognato durante una lite, ora i due paiono in buoni rapporti) avrebbe voluto radere al suolo Daraa; Bashar l’ha fermato appena in tempo.

Milizie armate private gia’ esistono. La piu’ famosa, chiamata in causa in questi giorni, e’ la Sahaabia, i fantasmi in arabo, milizia privata che protegge il clan alauita degli Assad, accusata dagli attivisti di essere armata dalle forze di sicurezze e di aver sparato a Latakia e Banias contro i manifestanti sunniti. A Damasco nell’area di Mezzeh chiamata 86, abitata di alauiti, esiste un gruppo di autodifesa con lo stesso nome.

“In queste proteste ci sono gruppi diversi con domande diverse, ma il primo motore e’ liberarsi dall’oppressione della polizia segreta, secondo il principio chi la fa l’aspetti. Ma io sono convinto che i gruppi islamisti radicali vogliono approfittare da questa situazione di caos” dice il commerciante di Bab Tuma. Secondo Munir, comunista alauita, “e’ stato il regime ad istigare la paura di uno scontro settario poiche’ la principale legittimazione gli deriva dalla capacita’ di garantire sicurezza. Credo che la maggioranza dei siriani siano uniti, nelle manifestazioni gridano “sunniti, alauiti, cristiani, drusi, siamo uno”.

A detta di molti, quella in corso e’ stata la peggior settimana in Siria nel mese di proteste. Il governo ha annunciato chiaramente che usera’ la mano pesante, e si attende con il fiato sospeso venerdi’. Nena News

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