Siria, le vittime dimenticate

23/11/2011

In una lettera, il racconto di un conflitto sanguinoso

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera inviata da Homs e ricevuta, in Italia, da Pierangela Zanzottera e Usama Saleh, che si impegnano per la diffusione delle informazioni provenienti dalla Siria con il lavoro di Siria Info (siria.info@gmail.com), aggregatore di news che rilancia su social network e mezzi di informazione le voci dei siriani.

Ogni giorno ci arrivano notizie di morti siriane, in genere le fonti sono legate agli attivisti e parlano di civili uccisi dai militari o, ultimamente, da militari uccisi da disertori. Nessuno parla mai di una terza categoria comunque ampiamente presente: quella dei civili uccisi da altri civili. Queste morti “dimenticate”, che in genere nelle cronache che conosciamo vanno ad accrescere il numero delle vittime dell’esercito, sono in pericoloso aumento e costituiscono un’importante causa di divisione tra i siriani.

Gli scontri tra le bande armate – che troppo semplicemente vengono considerate solo disertori dell’esercito, ma probabilmente nascondono anche altro – e le forze dell’ordine, provocano ogni giorno la morte reciproca, ma anche molti civili sono stati e sono tutt’ora vittime di questi gruppi.
Basti pensare al veterinario di Maasaran (nella zona di Mara’at al-Numan), il cui corpo è stato ritrovato il 17 novembre, a Mohammad Youssef Jaloul, assassinato a Hbeit (nei pressi di Idleb) il giorno prima, o a Mohammad Azizi di Talmens o all’autobus, l’ultimo di una lunga serie, con tredici passeggeri, vittima di un agguato a Homs il 19 novembre.
E ancora, andando un po’ più indietro nel tempo, si trovano: il 2 novembre le ventuno vittime a Homs (undici del villaggio Houl e dieci operai) in due attacchi commessi da autori “non identificati” – secondo l’opposizione – che si sono premurati anche di decapitarne i corpi, secondo una pratica tipica di un certo radicalismo salafita, che spesso si ritrova in questi omicidi misteriosi.

Anche un’agenzia come la Associated Press ha preferito non indicare l’origine di questi attaccchi, limitandosi a citare “tensioni religiose” in città che vanno aggravandosi e, quindi, implicitamente, scagionando l’esercito di Assad.
Domenica 25 settembre, Hassan Eid, chirurgo dell’ospedale di Homs, è stato colpito con diversi proiettili mentre si trovava sulla sua auto. Lunedì 26, Mohammad Ali Aqil, assistente del decano della facoltà di architettura dell’Università al-Baath, e il generale Naël Dakhil, direttore della scuola militare della petrolchimica, sono stati uccisi. Mercoledì 28, è stata la volta di Abdel Karim Khalil, ingegnere nucleare e docente presso l’Università al-Baath, e della moglie venire colpiti a morte da un proiettile alla testa.

Retrocedendo fino a luglio, non si può non ricordare un episodio cruciale per Homs come il rapimento, la tortura e l’omicidio di tre giovani alawiti i cui corpi fatti a brandelli hanno risvegliato la rabbia della popolazione e innescato l’ondata di violenze che ancora non si è placata. Chi incolpare di queste morti? I militari di Assad che in quel periodo non erano entrati in città? Ma i tre ragazzi stavano organizzando un grande evento per il governo. Allora i disertori dell’esercito libero? Ma a luglio di loro ancora non si parlava. Degli “squadroni della morte” connessi a una frangia radicale islamista? Forse solo la storia ce lo potrà dire, anche se, per quel momento, sarà ormai troppo tardi.

Quel che è certo è che queste vittime hanno come minimo comune denominatore quello di essere sostenitori del governo, spesso appartenenti a minoranze religiose (soprattutto alawiti). Non sembra, quindi, tanto scorretto parlare di uccisioni più o meno mirate di civili, talvolta notabili, che sono in pericoloso aumento.
E che dire della più ecclatante di questa lunghissima serie di morti, delle quali abbiamo citato solo alcuni esempi perchè stilarne la lista completa sarebbe un’impresa titanica: quella del giovane Saria Hassoun, figlio del Gran Muftì, ucciso il 2 ottobre insieme al professor Mohamed al-Omar dell’università di Aleppo. Un chiaro messaggio alla comunità sunnita che continua a sostenere il governo di Assad o, forse, un errore che va a ferire profondamente la maggioranza della popolazione siriana, anche quella che avrebbe potuto essere, per ragioni storiche e sociologiche, più disposta ad aprirsi a una certa opposizione. In ogni modo si scelga di leggerlo, un gesto gratuito e fortemente controproducente per i mandanti.

In quale altro modo definire queste figure se non come “terroristi” (intendendo per terrorismo quel metodo di lotta violenta adottato, oltre che per colpire gli avversari, per creare tensione e insicurezza tra la popolazione)? Gli scontri con queste bande, gli arresti, il fuoco incrociato, possono essere – e spesso è così – usati per stravolgere la realtà dei fatti ed alimentare le accuse dall’estero contro il “sanguinario Assad”, ma sono anche indispensabili per difendere la popolazione da quei gruppi minoritari che cercano di imporre il loro volere con la forza.

Dopo la decisione della Lega Araba in molte città siriane si è potuto assistere a plateali manifestazioni di solidarietà al governo – quelle che l’opposizione liquida troppo facilmente come “pilotate” dal regime o segno ulteriore della politica assolutista di Assad – ebbene, a Homs, durante uno di questi cortei venti manifestanti pacifici sono stati feriti, altrettanti uccisi da cecchini e sessanta rapiti. Un’azione che evidentemente non è possibile ricondurre all’esercito, ma, al massimo a una cinica “legge del contrapasso”.
Non si sente mai parlare dei tanti civili che vivono nella paura di rappresaglie da parte di terroristi o di attivisti che minacciano coloro che sospettano di essere sostenitori del governo: si tratta di una situazione sconosciuta e insostenibile che paralizza la vita sociale di alcune città.

Quanti civili sono stati rapiti e uccisi perchè sostenitori del regime? Dove sono i manifestanti pacifici e responsabili che vengono tanto decantati da noi? Perchè non si schierano apertamente contro queste assurde morti di civili appartenenti a minoranze religiose come fanno con le morti degli oppositori? Come pensano di conquistare la fiducia del popolo siriano con questo comportamento tanto biasimevole quanto le uccisioni arbitrarie di una certa parte dell’esercito?

Troppo facile fare come certa opposizione che nega l’esistenza di queste bande o etichetta quanto arriva dalle fonti ufficiali come non attendibile perchè manipolato dal governo di Damasco, ma se queste notizie iniziano ad essere avvalorate anche da testimonianze dirette sul posto e se iniziano a diventare tanto ripetitive ed insistenti da non poter più venire ignorate nemmeno dagli “oppositori moderati” o a trovare posto nei racconti di osservatori super partes, allora, forse, è il caso di denunciare anche questa realtà e non fermarci solo alla poetica immagine dei manifestanti inermi che da otto mesi lottano contro un despota, perchè altrimenti queste assurde morti, che si susseguono ormai dal mese di maggio, restaranno una ferita aperta ancora più dolorosa e vana.

Pierangela Zanzottera
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