Siria, missili e cannoniere

18 MAGGIO 2013 – 15:59

 

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Slow news di Ugo Tramballi

Che emozione, le cannoniere come ai vecchi tempi! Quando le grandi potenze europee mandavano un paio di navi davanti alle coste dell’indigeno riottoso: a volte si sparava un paio di colpi ma nella gran parte dei casi bastava mostrarsi come galli cedroni per ottenere  lo scopo e continuare a esercitare “il fardello dell’uomo bianco”.

  Come in quei vecchi tempi, Vladimir Putin avrebbe deciso di mandare una flottiglia nel Mediterraneo per mostrare i muscoli: il pretesto è la Siria di Bashar Assad, quello che non ha particolari problemi a massacrare e gasare la sua stessa gente; l’obiettivo i nemici di Bashar, da Washington al Qatar. Vladimir Vladimorivich ha dell’essere potenti un’idea piuttosto antiquata. Non tanto quella dell’epoca della Guerra fredda. Più indietro: all’età imperiale e coloniale.

  Non c’è niente di male, eccetto la visione piuttosto sopravvalutata della potenza russa. Se le navi torneranno nel Mediterraneo sarà per un’allegra e limitata escursione che non deve intimorire nessuno. Sprecheranno tanta nafta ma è una delle poche cose che la Russia produce in abbondanza. Né Tartus, in Siria, oggi ha i mezzi per essere la base di una grande flotta per un lungo periodo.

  Insieme alle cannoniere, Putin ha però deciso di offrire alla Siria qualcosa di molto più serio. Una partita di missili terra-mare Yakhont, tra i più moderni al mondo per affondare navi nemiche fino a 400 chilometri dalla costa; e una di S-300, antiaerei terra-aria. Poiché le opposizioni siriane non hanno una Marina, questa arma russa è rivolta ai loro amici: un deterrente per chiunque da fuori volesse intervenire militarmente contro il regime di Damasco, protetto da Mosca. Il pericolo, in realtà, non sussiste. Qatar e sauditi non hanno i mezzi per farlo, Francia e Gran Bretagna hanno la tentazione ma non la sufficiente volontà, gli Stati Uniti hanno mezzi in abbondanza ma volontà zero.

  La novità dello Yakhont e degli S-300, una specie di Patriot russi, che rafforzano l’arsenale missilistico del regime, già dotato di SA-17, efficacissimi ordigni antiaerei terra-aria (sempre russi), è un buon pretesto per riesaminare l’idea della “no fly zone” sulla Siria. In questi giorni ne hanno parlato il ministro degli Esteri Bonino e della Difesa Mauro, come soluzione per uscire dall’attuale stallo militare.

  Interdire i cieli della Siria alla sua aviazione non significa semplicemente pattugliarli. Occorre eliminare la difesa contraerea, colpire preventivamente le basi e gli aerei nemici, bombardare arsenali e riserve di carburante. In Libia fu un lavoro piuttosto facile. Nonostante questo, nel primo attacco del marzo 2011 contro una forza armata enormemente inferiore a quella siriana, furono lanciati 112 missili Tomahawk su 20 obiettivi diversi. Per sperare di avere successo, ha spiegato l’anno scorso il capo di Stato maggiore Martin Dempsey al Comitato per la Difesa del Senato di Washington, la “no fly zone” sulla Siria richiederebbe “un esteso periodo di tempo e un grande numero di aerei”. E diversamente dalla Libia, dove “guidarono da dietro”, gli americani dovrebbero stare in prima linea. Con le ultime novità tecnologiche offerte dalla Siria, costringere a terra le forze armate del regime, sarebbe ancora più oneroso.

  Per Israele, tuttavia, SA-17 e Yakhton non sono un’ipotetica minaccia come per noi, ma un pericolo evidente e immediato. Sono quelle armi capaci di cambiare le regole del gioco giocato fino ad ora a favore dello Stato ebraico: superiorità tecnologica, aerea, navale e dunque strategica. Più delle eventuali armi chimiche, era per distruggere gli SA-17 in viaggio dalla Siria agli arsenali libanesi di Hezbollah, che Israele è intervenuta tre volte in poche settimane.

  Quel che serve non è una “no fly zone” ma una seria conferenza di pace: il successo è difficile quanto interdire i cieli della Siria ma se funzionasse, sarebbe più utile. E’ per avere più forza diplomatica che Putin usa cannoniere e missili: è il tradizionale modo di fare dei russi, piuttosto rude.

  Alla conferenza dovrebbero partecipare tutti i protagonisti: quelli sul campo, i Paesi più coinvolti della regione, più Usa, Russia ed Europa. E si dovrebbe trovare il coraggio di invitare anche i soggetti più scomodi, in quanto tali, alla fine più importanti dopo regime e opposizioni siriane: l’Iran, Hezbollah e Israele. So di parlare di sesso degli angeli: miracoli in Medio Oriente non se ne fanno da un paio di millenni. Se andrà bene ci sarà una conferenza con partecipazione e risultati più limitati. Ma è sempre meglio della “no fly zone”.

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