Siria, Padre Dall’Oglio prevedeva 500mila morti e 10 mln di fuoriusciti

ultimo aggiornamento: 18 settembre, ore 19:45

Le riflessioni del gesuita diffuse in occasione dell’uscita del suo libro ‘Collera e luce’

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Roma, 18 set. (Adnkronos)
Il destino della Siria, il ruolo dei cristiani e quello suo personale. Questi i temi delle riflessioni di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita scomparso appunto in Siria dal 28 luglio scorso, che l’Editrice Missionaria Italiana ha diffuso in occasione della pubblicazione in Italia, l’1 ottobre, del suo testo ‘Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana’, gia’ pubblicato in Francia nel maggio scorso.

“Immaginiamo per un attimo che, anche con l’aiuto determinante dei cristiani, il Regime riesca a schiacciare la rivoluzione… Possiamo prevedere 500mila morti e 10 milioni di fuoriusciti … Cosa rimane della nostra testimonianza cristiana? Anche ad ipotizzare l’improbabile ritorno in Siria dei cristiani, cosa ci torneranno a fare dopo aver accettato un simile genocidio? Il resto di questa tragica vicenda, compresa la mia espulsione un anno fa, si potra’ leggere nel libro, Collera e Luce”, scriveva il gesuita.Nelle pagine del libro, che nell’edizione Italiana si arricchiscono di una postfazione consegnata a meta’ luglio poco prima di rientrare in Siria per una missione di ‘mediazione’, la voce di padre Dall’Oglio risuona accorata: “La paura, la collera, lo scoraggiamento, l’angoscia mi hanno accompagnato. Ho provato inoltre, dopo questi giorni difficili, un bisogno di meditazione, di distanza contemplativa. Ho detto messa quando potevo …. ho cercato di custodire una liturgia del cuore, una messa sul mondo, come direbbe Teilhard de Chardin”. 

Proseguiva Padre Dall’Oglio: “Ho visitato la Siria degli Assad (l’espressione e’ consacrata dall’uso di Regime) una prima volta nel 1973, appena prima della Guerra di Ottobre; ne riportai l’impressione di un popolo sottomesso ad una macchina di propaganda nazionalista possente mobilitata al massimo in senso anti israeliano … I Paesi arabi subivano l’occupazione di vasti territori da parte di Israele, c’era la Guerra Fredda … per tanti motivi ero solidale, come lo sono oggi, con le sofferenze del Popolo Palestinese e degli Arabi in generale. Ma quell’attitudine di manipolazione totalitaria dell’informazione gia’ mi ripugnava. Sapevo che si trattava di una dittatura e non nutrivo illusioni sul rispetto dei diritti dell’uomo in quel paese”.

 

“Nel 1978 ero a Beirut durante il terribile assedio dei quartieri cristiani di Achrafiye da parte dell’esercito siriano. Nel 1980-81 ero a Damasco per lo studio dell’Arabo, delle Chiese Orientali e dell’Islam, ed ho amato infinitamente quel buon vicinato siriano -ricordava poi il gesuita- nel rispetto e nel pluralismo che non e’ stato creato dal Regime ma che questi ha cercato di recuperare a suo merito mentre lo corrompeva sul piano morale e ideologico. Venni in contatto e a conoscenza dei metodi di sistematica tortura repressiva utilizzati dal Regime. Se volevo restare nel paese dovevo assoggettarmi come tutti. Ma non ero obbligato ad assoggettarmi in coscienza”.

 

“Moltissimi cristiani gia’ lasciavano allora il paese visto il perdurare della situazione di incertezza nella societa’ locale e nella regione. Alcuni erano pro regime, altri contro, ma tutti cercavano di partire per il futuro dei loro figli. Bisogna ricordare che allora la solidarieta’ del regime con il mondo sovietico era evidente, anche riguardo alle liberta’ democratiche criticate come borghesi e asservite alle logiche neo imperialiste. Io cercai sempre di avere buoni rapporti con lo Stato in quanto proprieta’ dei cittadini anche se sottomesso al Regime dittatoriale. Mi sono anche sforzato -sottolineava Padre Dall’Oglio- di avere delle relazioni il quanto piu’ possibile aperte e franche coi membri dei servizi di sicurezza che mi interrogavano di frequente. Ero per la legittima lotta di liberazione contro l’occupante israeliano ma evitavo sistematicamente di cedere ai toni spesso esplicitamente antisemiti della propaganda di Regime e mi sforzavo di valorizzare i varchi ideologici che permettessero di pensare, concepire e volere la pace e la riconciliazione regionale”.

 

“Nell’82 ero studente di teologia a Roma quando avvenne il terribile massacro della popolazione civile di Hama durante l’insurrezione dei Fratelli Musulmani. Ne soffrii tanto da ammalarmi. Non se ne poteva parlare pubblicamente altrimenti mi scordavo la possibilita’ di rientrare in Siria dove mi sentivo chiamato a servire l’armonia islamo-cristiana… ripetevo negli anni senza stancarmi che occorreva fare di tutto per facilitare un’evoluzione e un cambiamento democratico per gradi e per riforme successive per evitare altri bagni di sangue. Tuttavia ero perfettamente cosciente che un continuo, silenzioso massacro avveniva nelle carceri -ammetteva il Gesuita- nei lagher, nei gulag siriani. Ne avevo ricevuto in diverse occasioni delle testimonianze dirette. In questo spirito, con questi sentimenti contrastanti, eppure con molta speranza ed entusiasmo, ho vissuto nella Siria degli Assad per piu’ di trent’anni”.

 

In Siria, ricordava Padre Dall’Oglio, “a causa dell’ampio impatto internazionale del mio impegno di restauro, di accoglienza e di dialogo al Monastero di Mar Musa, godetti indubbiamente di uno spazio di parola e di una liberta’ di opinione incomparabilmente piu’ largo dei normali cittadini, obbligati a portare fin dalla piu’ tenera infanzia il cervello all’ammasso della manipolazione di Regime la piu’ priva di scrupoli e costruita su un nazionalismo sempre in diritto di schiacciare, anche in coscienza, gli individui per l’affermazione del soggetto collettivo rappresentato dal Duce (Qa’id, in Arabo). Fui presto oggetto di critiche aspre e di accuse ingiuste proprio perche’ la mia liberta’ di parola sembrava impossibile ai piu’, anche se era sempre limitatissima e molto auto controllata se paragonata alla situazione per esempio europea. Era un gioco in fondo leale: io offrivo un volto che illustrava internazionalmente l’apertura e il pluralismo almeno programmatico del potere siriano e loro accettavano ch’io mi comportassi come se la democrazia, seppur non perfetta, fosse gia’ almeno in fieri”.

 

“Ho lavorato continuativamente nella prospettiva del successo dei negoziati di pace nella visione di un Medio Oriente riconciliato nella giustizia. Per questo ho operato per il successo del cammino di Abramo (the Abraham Path Initiative) nonostante le accuse di sionismo strisciante rivoltemi dai nazionalisti piu’ settari e antisemiti. Ho curato le amicizie sincere e solidali con i movimenti palestinesi rappresentati a Damasco di diversi orientamenti politici, ed ho curato a nome della Chiesa le nascenti relazioni con il movimento islamista palestinese Hamas”, rivendicava quindi il gesuita, aggiungendo: “Ho sempre dichiarato che l’islamismo politico e’ una grande realta’ regionale e che non e’ immaginabile che si debba rinunciare alla democrazia, ai diritti civili e all’autodeterminazione dei popoli per continuare a sopprimere il programma islamista, sia esso salafita o dei Fratelli musulmani o di gruppi piu’ o meno moderati. Si tratta di un soggetto politico plurale non aggirabile ma tuttavia esposto ad evoluzione, spesso rapida. Per questo ho sempre curato la relazione coi leader naturali, scelti e seguiti dalla piazza e dal popolo delle moschee, dei musulmani siriani, rifiutandomi di appiattirmi sulle autorita’ approvate e nominate dal Regime”.

 

“E’ evidente che la guerra e’ raramente una soluzione e comunque e’ una soluzione cattiva e claudicante. Tuttavia con l’insegnamento tradizionale della Chiesa dichiaro, nonostante i rischi di equivoci stridenti e di ipocrisie criminali, la legittimita’ della guerra giusta, il diritto alla difesa armata, il dovere di proteggere i paesi e le popolazioni vittime di aggressioni violente interne e o esterne. Nonostante questo incoraggio e mi impegno per la pratica e il successo delle azioni nonviolente. Penso alla non violenza attiva, politica, come ad una trascendenza dei conflitti. Non e’ essa sempre un’alternativa praticabile di per se’, ma essa e’ sempre necessaria. Molto piu’ di un correttivo integrativo, prima durante e dopo i conflitti armati, la non violenza dialoga, testimonia, critica, assiste, apre vie di riconciliazione, va oltre!”, esortava padre Dall’Oglio.

 

“Quando Assad figlio prende il potere nel 2000 si riaccesero le speranze per un cambiamento democratico incruento che potesse riconciliare la societa’ siriana profondamente divisa e sofferente dietro la facciata delle realizzazioni gloriose del Regime -scriveva ancora il gesuita- Anche la visita del Papa nel 2001 aveva la valenza di un segno di speranza, benche’ l’anno precedente la visita a Gerusalemme era stato l’ultimo momento di calma prima dell’inizio della seconda tragica intifada palestinese. La breve Primavera di Damasco e’ soffocata da una repressione il piu’ dolce possibile per evitare di perdere quel credito che la societa’ accorda al Dott. Bashar, per non perdere speranza nel futuro”.

 

“Dal 2010 la decisione di regime e’ presa: l’attivita’ di dialogo e’ vietata, le conferenze sono impossibili anche su questioni di energia solare, i miei amici sono inquisiti… Il turismo iper controllato. Alla fine il mio permesso di residenza e’ ritirato; resto in Siria senza documenti di residenza e quindi non posso piu’ viaggiare…Ma intanto la Primavera araba e’ iniziata. Si spera ancora che Bashar, magari con l’aiuto della bella e sensibile consorte, possa mettersi alla testa di una riforma radicale del suo paese, utilizzando la Primavera come di uno strumento per esautorare le vecchie magie familiari… Nulla da fare -sottolineava amaramente Padre Dall’Oglio- da Marzo 2011 e’ chiaro che la scelta della repressione incondizionata e’ la scelta strategica…”

 

“Tutto il resto, quanto a dialogo e riforme cosmetiche, non e’ altro che prender tempo per evitare l’intervento internazionale e fumo negli occhi dell’opinione pubblica. La versione ufficiale della manipolazione mitica di stato e’ pronta: non c’e’ nessuna rivoluzione, ma solo l’azione dei terroristi islamisti radicali … I democratici sono fatti a pezzi in prigione, gli islamici sono criminalizzati e spinti a realizzare la tesi di Regime sulla natura terrorista del movimento … Posso assicurare che sono meno isolato tra i cristiani siriani di cio’ che si puo’ immaginare, la mia voce pero’ e’ una delle poche note che si siano levate a dire che noi cristiani non possiamo rimanere col Regime torturatore e oppressore e neppure possiamo restare neutrali. La storia e’ a un punto di non ritorno, e noi -concludeva il gesuita- da che parte siamo?”.

 

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