Solo per umiliare di Noam Chomsky

Usciamo con BoccheScucite mentre le agenzie battono la notizia di crescenti minacce israeliane di attaccare Gaza con un “Piombo fuso2”. Vi proponiamo di sbirciare nel taccuino di viaggio di Noam Chomsky recatosi da poco nella Striscia

Solo per umiliare
di Noam Chomsky

Anche una sola notte in cella è abbastanza per assaggiare cosa vuol dire essere sotto il totale controllo di una forza esterna. E ci vuole poco più più di un giorno a Gaza per iniziare a rendersi conto di come dev’essere cercare di sopravvivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui un milione e mezzo di persone, nell’area più densamente popolata del mondo, sono costantemente assoggettate al terrore casuale e spesso selvaggio e ad una punizione arbitraria, senza nessun’altro scopo che quello di umiliare e degradare, e con l’ulteriore obiettivo di assicurarsi che le speranze dei palestinesi per un futuro decente verranno schiacciate e che il crescente appoggio mondiale per una soluzione diplomatica che garantisca i loro diritti venga annullato.

L’intensità di questo impegno da parte della leadership politica israeliana è stato drammaticamente illustrato negli ultimi giorni, quando ci hanno avvisato che “impazziranno” se ai diritti dei palestinesi verrà dato anche solo un parziale riconoscimento alle Nazioni Unite. Non è un nuovo inizio. La minaccia di “diventare pazzi” (“nishtagea”) è profondamente radicata, fin dai governi laburisti degli anni ’50, insieme al relativo “Complesso di Sansone”: raderemo al suolo il muro del Tempio se attraversato. Era una minaccia risibile, allora; non oggi.

I Gazawi sono stati selezionati per una punizione particolarmente crudele. E’ quasi un miracolo che la popolazione possa sopportare un tale tipo di esistenza.
La punizione dei Gazawi si è fatta ancor più severa nel gennaio del 2006, quando hanno commesso il crimine maggiore; hanno votato “nel modo sbagliato” alle prime elezioni del mondo arabo, eleggendo Hamas. Dando dimostrazione della loro appassionata “bramosia per la democrazia”, gli Stati Uniti e Israele, seguiti dalla timida Unione Europea, imposero immediatamente un assedio brutale, insieme a pesanti attacchi militari.

I Gazawi commisero un crimine ancora maggiore un anno dopo, fermando il colpo di stato, il che portò ad una rapida intensificazione dell’assedio e degli attacchi militari. Questi hanno raggiunto il culmine nell’inverno 2008 – 2009, con l’operazione Piombo Fuso, uno dei più codardi e feroci esempi di forza militare nella storia recente, dal momento che una popolazione indifesa, rinchiusa e senza via di fuga, fu vittima di un attacco implacabile operato da uno dei più avanzati sistemi militari del mondo, basato su armi statunitensi e protetto dalla diplomazia USA. Un’indimenticabile testimonianza diretta del massacro – “infanticidio”, per usare le loro parole – viene dai due coraggiosi medici norvegesi che lavorarono nel principale ospedale di Gaza durante l’attacco spietato, Mads Gilbert e Erik Fosse, nel loro notevole libro “Eyes in Gaza – Occhi a Gaza”.

Il neo Presidente Obama non fu in grado di dire una parola, a parte il reiterare la sua sincera vicinanza ai bambini sotto attacco – nella città israeliana di Sderot. L’assalto attentamente preparato giunse a un termine prima della sua nomina, in modo che poi ha potuto dire che “adesso è il momento di guardare avanti, non indietro”, il rifugio abituale per i criminali.

La mia prima impressione, dopo una visita di qualche giorno, è stata di stupore, non solo per la capacità di andare avanti con la vita, ma anche per la vibrante vitalità tra i giovani, specialmente all’università, dove ho passato la maggior parte del mio tempo in una conferenza internazionale. Ma anche lì si possono scovare segnali che la pressione potrebbe diventare troppo dura da sopportare. Studi dicono che tra i giovani uomini c’è una frustrazione che ribolle, un riconoscere che sotto l’occupazione israelo-statunitense il futuro non riserva niente per loro. E’ solo che ce n’è così tanta che gli animali in gabbia possono sopportare, e può esserci un’eruzione, magari in forme orribili – il che offre un’opportunità per gli apologeti israeliani e occidentali di condannare in modo ipocrita le persone che sono culturalmente arretrate, come ha spiegato acutamente Mitt Romney.

(…) Israele permette l’ingresso del cemento per i progetti dell’UNRWA, ma non per i gazawi coinvolti dall’urgente necessità di ricostruzione. La limitata attrezzatura pesante è ridotta al minimo, visto che Israele non ammette l’ingresso di materiali per la ricostruzione. Tutto ciò fa parte del programma generale descritto dal funzionario israeliano Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Ehud Olmert, dopo che i Palestinesi non obbedirono agli ordini nelle elezioni del 2006: “L’idea” ha detto “è di mettere a dieta i Palestinesi, ma non fino a farli morire di fame”. Non è una bella cosa.

E il piano si sta seguendo scrupolosamente. Sara Roy ne ha data ampia dimostrazione nei suoi studi accademici. Recentemente, dopo diversi anni di sforzi, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha è riuscita ad ottenere un provvedimento giudiziario perchè il governo consegni la documentazione contenente i dettagli dei piani di dieta, e le modalità di esecuzione. Jonathan Cook, giornalista israeliano, li ha riassunti: “Funzionari del Ministero della Salute hanno fornito calcoli del numero minimo di calorie di cui ha bisogno il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione. Questi valori sono stati trasformati in camion di cibo a cui Israele dovrebbe permettere l’ingresso ogni giorno… una media di soli 67 camion – molto meno della metà del fabbisogno minimo – sono entrati quotidianamente a Gaza. Questo paragonato agli oltre 400 camion che entravano prima dell’inizio del blocco”. E anche questa stima è oltremodo generosa, riportano i funzionari delle Nazioni Unite.

Il risultato dell’imposizione della dieta, osserva l’esperto di Medioriente Juan Cole, è che “circa il 10% dei bambini palestinesi di Gaza sotto i 5 anni soffrono di un blocco della crescita a causa della malnutrizione… in più, è diffusa l’anemia, che colpisce più dei 2/3 dei neonati, 58,6% dei bambini in età scolare e più di 1/3 delle donne incinte”. Gli Stati Uniti e Israele vogliono assicurare che non sia possibile nulla più che la sopravvivenza.

“Ciò che dev’essere tenuto a mente” osserva Raji Sourani, “è che l’occupazione e la chiusura totale costituiscono un prolungato attacco alla dignità umana della popolazione di Gaza in particolare e di tutti i palestinesi in generale. Si tratta di degradazione sistematica, umiliazione, isolamento e frammentazione del popolo palestinese”. (…)

Gli effetti sono dolorosamente evidenti. All’ospedale di Khan Younis, il direttore, che è anche primario di chirurgia, descrive con rabbia e passione come anche le medicine per alleviare le sofferenze dei pazienti scarseggiano, così come la semplice attrezzatura chirurgica, lasciando i medici senza supporto e i pazienti in agonia. Le storie personali aggiungono una vivida base al generale disgusto che si prova davanti all’oscenità della pesante occupazione. Un esempio è la testimonianza di una giovane donna che è disperata per il fatto che suo padre, che sarebbe stato orgoglioso che lei fosse la prima donna nel campo profughi ad avere una laurea, è “morto dopo 6 mesi di lotta contro il cancro, all’età di 60 anni. L’occupazione israeliana gli ha impedito di recarsi in un ospedale israeliano per curarsi. Ho dovuto interrompere i miei studi, il lavoro e la mia vita e restare seduta accanto al suo letto. Ci sedemmo tutti, compresi mio fratello medico e mia sorella farmacista, tutti impotenti e senza speranza guardando la sua sofferenza. E’ morto durante l’inumano blocco di Gaza del 2006 con un quasi inesistente accesso al servizio sanitario. Penso che sentirsi impotenti e senza speranza sia il sentimento più letale che un essere umano possa provare. Ammazza lo spirito e spacca il cuore. Puoi combattere contro l’occupazione ma non puoi combattere il tuo sentirti impotente. Non riesci a cancellare quel sentimento”.

Disgusto davanti all’oscenità, aggravato dal senso di colpa: noi possiamo porre fine a questa sofferenza e permettere ai Samidin di godersi le vite di pace e dignità che meritano.

Nena news, 10 novembre 2012

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