SONO PALESTINESE… CON NIENTE ALTRO DA DIRE

 

Pubblicato il 03/03/2011 da redazione

di Majed Bamya

traduzione di Alessandra Mecozzi

 Majed Bamya ha 28 anni,  fa parte della Delegazione Generale Palestinese presso l’Unione Europea, a Bruxelles. E’ stato precedentemente Presidente dell’Unione generale degli Studenti palestinesi in Francia. Nato da famiglia di profughi nel 1983, dopo la guerra del Golfo, si è trasferito dagli Emirati, in Tunisia. A 11 anni è andato in Giordania pere essere più vicino a suo padre, rientrato in Palestina. Nel 1996 è finalmente potuto tornare nella sua terra, dove viveva a Ramallah e studiava a Gerusalemme Est, nel Liceo francese. Questo articolo nasce da una riflessione su quanto sta avvenendo in diversi paesi del Mediterraneo, che gli suggeriscono un forte appello all’unità e alla democrazia palestinese. In questi giorni sia a Gaza che in Cisgiordania molti giovani stanno manifestando per analoghe ragioni.

Come molti palestinesi in tutto il mondo, ho passato le ultime settimane seguendo in tv le rivolte nel mondo arabo, sopraffatto dalla speranza, dall’entusiasmo, dalla fiducia… e dalla frustrazione. Sono cresciuto nella profonda fiducia che la nostra lotta per la libertà non era solo per un territorio. Lottavamo per garantire che avrebbe prevalso un certo numero di valori umani fondamentali. Lottavamo per la giustizia, una vera democrazia, per la dignità.

Nella nostra ricerca, avevamo l’obiettivo di liberare la Palestina dall’occupazione ma anche di far sì che ricostruisse i suoi legami con la sua essenza: pluralismo, umanità, tolleranza.

Lottavamo contro il sionismo come ideologia esclusiva e che porta all’esclusione, che diffonde negazione e distruzione, discriminazioni e apartheid.

E pensavamo che lottando per il pluralismo in Palestina e accettando il pluralismo dentro il movimento nazionale diffondevamo i semi della democrazia in tutta la nostra regione.

Eravamo democratici senza Stato, e avevamo un messaggio da diffondere. Ma col passare degli anni e mentre la nostra casa, l’Olp, viene trascurata e indebolita da divisioni e competizione, il nostro pluralismo non era più una forza, perché non siamo stati capaci di avere un dialogo rispettoso e di parlare con una sola voce.

Abbiamo cominciato a dubitare reciprocamente delle rispettive intenzioni e agende, abiamo criticato i martiri, gli eroi, gli uni degli altri. Abbiamo dimenticato la nostra bandiera comune e lottato ognuno per il proprio colore. E dalla democrazia siamo passati alla divisione interna.

Dopo la Nakba e la Naksa e la resurrezione palestinese. Dopo anni di lotta, dopo il Giordano, il Libano e due Intifade. Dopo aver imposto la causa palestinese nel mondo. Dopo aver perduto tanti nostri storici dirigenti e tanti nostri resistenti. Abbiamo tradito noi stessi. Abbiamo smesso di credere. Abbiamo perso la fede nella nostra stessa capacità di fare miracoli.

Mentre guardo queste rivoluzioni così vicine a noi, eppure così lontane da noi, non posso fare a meno di chiedermi come è accaduto che siamo diventati spettatori di una storia di cui eravamo l’avanguardia. Il popolo palestinese ha lottato così a lungo e ha fatto tali sacrifici che è normale sentire stanchezza o disperazione.

È accaduto in passato e sempre l’abbiamo superato. Siamo scomparsi dalla geografia e siamo stati sull’orlo della cancellazione dalla storia. E sfidando tutti gli ostacoli abbiamo costruito un movimento nazionale che ha cambiato tutte le equazioni passate. Ma questa volta è diverso. La popolazione lotta ancora ogni giorno per la propria dignità, le proprie speranze e sogni; continua a manifestare contro il muro; a Gerusalemme la lotta per le proprie case è la lotta per la presenza palestinese e i palestinesi rimangono in Palestina nonostante l’assedio di Gaza e l’attività e le aggressioni coloniali nella Cisgiordania.

E i Palestinesi in Israele continuano a lottare contro le discriminazioni. E i profughi continuano a nutrire la loro identità palestinese, anche se gli organismi politici sembrano averli dimenticati. Ma dove sta la nostra speranza collettiva?

“Sei di Gaza o cisgiordano, di Gerusalemme o palestinese di Israele, sei un profugo o no…sei…?” Io sono un palestinese di Jaffa, i miei genitori sono profughi palestinesi dal Libano, dopo il 1948, alcuni dei miei parenti sono andati a Gaza, altri in Cisgiordania, altri in esilio.

 Sono cresciuto a Ramallah e ho studiato a Gerusalemme. Ho vissuto negli ultimi anni in Europa. Questa è una tipica storia palestinese. Mostra che la nostra identità è legata a una causa, non alla geografia.

 Sono un palestinese. Semplici parole che hanno bisogno di essere espresse. Le abbiamo ancora dentro di noi. La speranza, la volontà di lottare ancora una volta nonostante decenni di sacrifici, la capacità di superare le nostre divisioni, e di ridare forma alla nostra unità.

Ma perché questo sia possibile, abbiamo bisogno di fare come altri hanno fatto in Tunisia e in Egitto e altrove nel mondo. Affrontare le nostre paure, scegliere le nostre lotte, e dare forza al popolo. Abbiamo bisogno di farlo adesso, perché le ruote della storia girano e invece di stare sopra al veicolo noi stiamo sotto!

Ci sono idee, esperienze ed esempi della resistenza palestinese in tutto il mondo. C’è tanto da imparare da altri popoli che si sono alzati a difendere i loro diritti. I dirigenti politici devono smetterla di pensare che le popolazioni non possono capire, o che sono per definizione irragionevoli. Una popolazione che viene coinvolta nel prendere decisioni capisce i compromessi, l’efficacia e un approccio rivolto ai risultati. Una popolazione che non è coinvolta nelle decisioni si rivolge alle ideologie e alle semplificazioni. Guardate come sono state ragionevoli le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto. Nonostante le difficoltà passate e future e gli incerti periodi di transizione, i popoli di questi paesi continuano a fare il massimo per difendere il fragile equilibrio di una rivoluzione che cerca speranza, non caos. E rendendo possibile l’impossibile, sono stati disponibili ad accettare compromessi sulgi strumenti, non sui fini.

 La questione principale adesso è come cambiare i rapporti di forza sul terreno, come affrontare in modo migliore l’occupazione e l’ingiustizia impostaci circa 60 anni fa.

Il primo elemento di ogni equazione è come reinstaurare la nostra unità, non basata su discorsi e slogan vuoti, ma sulla comprensione profonda della nostra comune appartenenza, sul rispetto per il pluralismo palestinese, sul sostegno dei diritti umani e lavorando per una autentica democrazia dove il potere non possa essere afferrato o dirottato e dove tutti gli organismi politici rendono conto al popolo regolarmente.

I palestinesi vogliono essere pienamente coinvolti nel processo decisionale. Dato che nella loro ricerca di libertà fanno pesanti sacrifici, non possono tollerare che questa libertà venga sminuita da persone che dovrebbero rappresentare loro e la loro lotta. L’unità è una cosa troppo seria perché la si possa lasciar discutere a porte chiuse da partiti politici, senza un’agenda dichiarata o mettendo al centro la spartizione del potere.

Unità e democrazia possono essere affidati solo ai popoli, sono loro che devono perseguirle e proteggerle, giacché sono le condizioni essenziali per il successo di ogni lotta per la giustizia e qualsiasi dibattito su queste questioni e tutte le decisioni devono essere fatte con il pieno coinvolgimento del popolo.

In Palestina, e fuori di essa, è tempo per il popolo di agire e nessuno dovrà fermarlo.

Un potere che abbia paura del suo stesso popolo non merita di durare, è qualcosa che dovrebbero capire tutte le entità politiche e tutti gli Stati.

Siamo pronti ancora una volta ad alzarci contro l’occupazione israeliana, nelle sue diverse forme: assedio, colonie, esilio, checkpoints, demolizione delle case, discriminazioni. Siamo pronti a lottare ancora una volta per difendere la nostra causa, essere fedeli al passato e ad aprire la strada per un altro futuro. Siamo pronti… E aspettiamo un segnale per andare al di là di un destino, di una terra e di una resistenza frammentati e lanciare una lotta comune per la libertà.

Ma guardando più da vicino, penso di aver visto un segnale.

Guardo la televisione e vedo folle di persone nelle strade che cantano e manifestano pacificamente. Hanno piccoli slogan, molte barzellette e una volontà infrangibile.

Portano una sola bandiera e una sola causa, nonostante le differenze.

Hanno sfidato la loro paura e superato le divisioni per assicurarsi che la libertà prevalga.

In poche settimane hanno fatto quello che nessun altro è riuscito a fare in decenni.

Non hanno aspettato riforme o partiti politici, sindacati o Ong per impostare direttamente il loro gioco. Le persone sono scese nelle strade e sapevano che tutti li avrebbero seguiti.

 Non ho più niente da dire… E ci rimangono un sacco di cose da fare!

Sono un Palestinese… Con niente altro da dire.

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