SONO STATO DETENUTO ALL’AEROPORTO DI BEN GURION A CAUSA DELLE MIE OPINIONI – di Peter Beinart

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 Sintesi personale

Come molti genitori ebrei, cerco di creare esperienze ebraiche memorabili per i miei figli. Lo scorso fine settimana posso dire, con una certa sicurezza, che ci sono riuscito. Il fine settimana è iniziato a Rodi, l’isola del Mediterraneo dove la famiglia di mia nonna materna ha trascorso più di quattro secoli dopo la loro espulsione, avvenuta nel 15° secolo, dalla Spagna. Ci siamo recati  lì per il settantesimo compleanno di mia madre, il viaggio è culminato venerdì sera quando ho guidato i servizi di Kabbalat Shabbat e Maariv nella sinagoga solitaria dell’isola. Un’esperienza ebraica che non dimenticheremo presto. Poi, domenica, siamo andati in Israele per Bat Mitzva, di mia nipote, dove sono stato detenuto e interrogato sulle mie attività politiche all’aeroporto Ben Gurion. Non dimenticheremo presto anche questa “esperienza ebraica”.

È iniziato quando abbiamo consegnato i nostri passaporti al funzionario della sicurezza. Ha fatto passare i passaporti di mia moglie e dei due bambini, poi ha guardato il mio e ha fatto una telefonata. Dopo aver riattaccato, mi ha chiesto – per ragioni che non riesco a spiegare – i nomi di mio padre e di mio nonno. Poi mi ha chiesto di fare un passo indietro per uno screening extra.

La nostra famiglia è entrata in una stanza modesta piena di fotografie turistiche israeliane, una televisione che trasmetteva notizie israeliane. Tre donne asiatiche sedevano tranquillamente. Più tardi un giovanotto con la barba, un nero alto e una coppia di anziani, nessuno dei quali parlava ebraico,  sono entrati e si sono seduti.

Dopo un po’ un altro funzionario della sicurezza, un uomo di mezza età con i capelli tagliati corti, mi ha scortato da solo in una piccola stanza e si è seduto dietro una scrivania. Mi ha chiesto perché ero in Israele e gli ho parlato del Bat Mitzvah. Mi ha chiesto chi conosco in Israele e ho menzionato due famiglie che sono tornate di recente nel paese dopo aver frequentato la scuola ebraica dei miei bambini a New York. Ho avuto la sensazione che queste non fossero le risposte che voleva.

Poi sono iniziate le domande politiche. Sono stato coinvolto in qualche organizzazione che potrebbe provocare violenza in Israele? Ho detto no. Sono stato coinvolto in qualche organizzazione che minaccia la democrazia di Israele? Ho detto di no e ho aggiunto che sostengo le organizzazioni israeliane che impiegano la non violenza per difendere la democrazia israeliana.

Poi mi ha ricordato che nel mio ultimo viaggio in Israele avevo partecipato a una protesta, il che è vero. Ha chiesto dove ciò è avvenuto  e ho risposto “Hebron”. Ha chiesto le motivazioni  e ho risposto che stavamo protestando per il fatto che i palestinesi di Hebron e di tutta la West Bank non hanno i diritti di base. (Ho scritto sulla protesta). Mi ha chiesto come sono stato coinvolto nella protesta e ho citato il Centro della nonviolenza ebraica. Ha chiesto se il Centro avesse incitato alla violenza,  ho risposto che, come suggerisce il nome, pratica la non violenza. Il mio interrogatore ha poi risposto che i nomi potrebbero essere fuorvianti. Il governo della Corea del Nord, ha osservato, si definisce una democrazia ma non lo è. Gli ho chiarito che non pensavo che il Centro per la nonviolenza ebraica e il governo nordcoreano avessero molto in comune.

Non ricordo tutto l’interrogatorio , ma due elementi emergono. Primo, il mio interrogante non ha mai offerto alcuna base legale per la mia detenzione. Una legge approvata di recente consente a Israele di impedire l’ingresso a persone che sostengono boicottaggi di Israele o degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, io ho sostenuto  quest’ultima posizione, ma il mio interrogatore non ha mai menzionato il boicottaggio.

Quello che ha fatto è stato chiedere, ancora e ancora, i nomi delle organizzazioni discutibili  alle quali  ero associato. La sua definizione di discutibile, tuttavia, continuava a cambiare. Ad un certo punto ha chiesto di gruppi che incitano o provocano violenza, in un altro momento ha chiesto di gruppi che minacciano la democrazia israeliana, in un altro di gruppi che promuovono l’anarchia. Poi ha semplicemente chiesto se ero collegato a una organizzazione  o coinvolto in qualche attività della quale avrebbe dovuto preoccuparsi. La sua imprecisione evidenziava di non aver definito uno standard coerente o obiettivo per la mia detenzione. Il suo standard era se avessi pianificato di causare problemi, qualunque cosa lui e i suoi superiori volevano che ciò  significasse.

Alla fine gli ho chiesto perché una democrazia dovrebbe obiettare se la gente protesta pacificamente. Ha risposto che se fosse venuto negli Stati Uniti per protestare contro l’occupazione americana di terre native, il governo degli Stati Uniti lo avrebbe rimandato indietro. Non è vero, ho iniziato a insistere. Poi ho capito che con Donald Trump come presidente, non potevo essere completamente sicuro.

La sessione si è conclusa quando il mio interrogatore mi ha chiesto se stavo programmando di partecipare a un’altra protesta. Ho risposto sinceramente: Così sono stato rimandato nella sala di attesa.

La conversazione è stata deprimente ma non spaventosa. Non mi sono mai sentito spaventato o vittimizzato. Sono un giornalista ebreo americano bianco con influenti amici israeliani e amici ebrei americani. La mia situazione non era lontanamente paragonabile ai visitatori neri, mulatti e non ebrei con i quali condividevo la sala. Forse non mi ero sentito protetto dalla legge israeliana, ma mi sentivo completamente protetto dal mio privilegio nazionale, religioso e di classe.

Il mio dilemma morale stava nel modo di usare quel privilegio. Prima del viaggio avevo chiesto agli amici del New Israel Fund cosa fare se fossi stato detenuto. Mi avevano generosamente messo in contatto con il noto avvocato israeliano per i diritti umani Gaby Lasky. Sapevo che chiamando Lasky avrei potuto probabilmente finire il mio calvario, qualcosa che le persone sedute intorno a me non potevano fare. Ho guardato mia moglie che non voleva lasciarmi e che, di conseguenza, stava per perdere la prima serata delle attività di Bat Mitzvah per la figlia di sua sorella e ho telefonato. Pochi minuti dopo ero libero. L’intera esperienza è durata poco più di un’ora.

La mia detenzione è un altro esempio non particolarmente significativo di come Trump abbia incoraggiato Netanyahu. Un governo israeliano guidato da uomini che non rispettano né la democrazia liberale né lo stato di diritto ora sa di avere spiriti affini a Washington. Una settimana prima della mia detenzione, qualcosa di simile è successo al mio amico ed ex collega Simone Zimmerman. Il giorno prima Netanyahu ha quasi incitato alla violenza contro il direttore del New Israel Fund in Israele. Il mese prima, il suo governo ha promosso la legge dello Stato nazione che declassifica lo status giuridico dell’arabo e limita la capacità degli attivisti umani di parlare nelle scuole israeliane.

Israele, come l’America, sta diventando più brutto. Eppure non posso immaginare di non venire qui. Continuerò a farlo fino a quando non me lo impediranno La nostra famiglia è andata  a Rodi per onorare il passato ebraico. Siamo andati in Israele per celebrare il futuro ebraico, l’avvento della nuova generazione della nostra famiglia. E trattenendo me, il governo israeliano ci ha ricordato che se vogliamo essere orgogliosi di quel futuro, dovremo lottare per questo.

 

Peter Beinart: I Was Detained At Ben Gurion Airport Because Of My Beliefs

 

 

 

SONO STATO DETENUTO ALL’AEROPORTO DI BEN GURION A CAUSA DELLE MIE OPINIONI – di Peter Beinart

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2018/08/peter-beinart-sono-stato-detenuto.html

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