“Sono un’ebrea che critica Israele e combatte per la Palestina”

Intervista a Myriam Marino dell’Associazione “Ebrei contro l’occupazione”: “La lotta dei palestinesi è quella degli europei, sottomessi allo stesso regime di repressione”.

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sabato 18 gennaio 2014 08:34
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Proteste contro il Prawer Plan (Foto: Activestills)

di Giovanni Vigna

Mantova, 18 gennaio 2014, Nena News – Myriam Marino è un’attivista per i diritti umani che coniuga la letteratura, la passione per l’arte, l’impegno politico e sociale. Ha iniziato a fare politica fin da giovane partecipando a sit-in contro l’apartheid in Sudafrica e contro la guerra in Vietnam. Ha vissuto in prima persona i movimenti del ’68 e del ’77, poi per dieci anni si è occupata di politica attiva nei gruppi della sinistra extraparlamentare.

Dopo la seconda Intifada, esplosa nel 2000, Myriam ha aderito alla rete “Ebrei contro l’occupazione” (Eco) e tuttora partecipa a incontri pubblici, dibattiti e diverse manifestazioni. Da qualche anno è entrata nel direttivo dell’associazione “Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” che si occupa di promuovere le adozioni a distanza di bambini palestinesi orfani o feriti ed è impegnata a diffondere la conoscenza della vasta e straordinaria cultura palestinese.

Il Piano Prawer è un progetto del governo israeliano che prevede la distruzione di 35 villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv, l’espulsione e il trasferimento forzato di 70mila beduini palestinesi in nuove municipalità e la confisca di oltre 800mila dunam di terra. Il Piano Prawer è stato bloccato. Perché il governo Israeliano è tornato sui propri passi?

È stata una piccola vittoria del movimento popolare che aveva organizzato manifestazioni dovunque. Nelle città palestinesi e israeliane, in Europa e negli Stati Uniti era stata lanciata la “giornata della rabbia” che ha sortito qualche effetto sul governo israeliano. Non sono però ottimista. Non credo che il governo israeliano voglia tornare davvero sui propri passi, probabilmente l’annuncio della cancellazione del piano Prawer è stata solo una manovra di distrazione per ripresentare il progetto in gennaio fuori dal clamore mediatico. Il 12 dicembre scorso Benny Begin, parlamentare del Likud designato da Netanyahu per apportare modifiche al progetto, ha annunciato la decisione del governo di rinunciare al piano Prawer. Begin ha affermato che Netanyahu aveva accettato le sue raccomandazioni sulla cancellazione del progetto, ma esistono motivi per sospettare che nulla sia cambiato. Per esempio, il generale a capo dell’unità responsabile del trasferimento forzato dei palestinesi ha dichiarato: “Non ho ricevuto istruzioni in merito, il lavoro della mia unità prosegue regolarmente. Begin può dire quello che vuole ma tanto il progetto non sarà eliminato”. D’altra parte la presidente della commissione affari interni Miri Regev ha osservato: “Non c’è stata alcuna richiesta da parte del governo di alterare il piano”. Anche se il progetto del governo venisse effettivamente bloccato, Israele non rinuncerà ai suoi obiettivi di spopolare il deserto del Naqab dai beduini. Anche molto prima del piano Prawer, il governo ha demolito numerose volte il villaggio di Al Arabiya e dobbiamo aspettarci, sia che il piano Prawer venga realizzato sia che venga annullato, continue demolizioni, espropriazioni e deportazioni.

Nelle ultime settimane a Gaza è salita la tensione. Dal 20 dicembre sono morti quattro palestinesi e un soldato israeliano. Decine i feriti nei raid dell’aviazione di Tel Aviv. A cosa è dovuto questo aumento delle azioni militari israeliane contro i palestinesi?

Con tutta probabilità tutto ciò è causato dai negoziati in corso. Netanyahu sta cercando di renderli ancora più inutili e forse sta tentando di provocare una risposta palestinese violenta per poter giustificare gli obiettivi criminali che si prefigge. Ma è necessario sottolineare che Israele non ha bisogno di particolari ragioni per intensificare la violenza dell’occupazione che, anche senza le uccisioni, si manifesta quotidianamente in molti modi.

Secondo il Ministero dei prigionieri dell’Autorità Nazionale Palestinese, nel 2013 le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 3.874 cittadini palestinesi. I negoziati di pace sono utili?

La soluzione politica è la fine dell’occupazione e dell’apartheid e l’archiviazione dell’ideologia sionista, la costituzione di uno Stato unico democratico binazionale nel quale siano rispettati i diritti di tutti. Come si possa giungere a questo risultato considerando l’appoggio che Israele ottiene dagli Stati Uniti e dall’Europa, malgrado le famose linee guida, che non hanno certo impedito all’Italia di intensificare accordi commerciali e militari con Israele, è un discorso più complicato. Uno strumento efficace che sta mettendo in atto la società civile a livello internazionale e che sta dando concreti risultati è il BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni).
I cosiddetti negoziati di pace non sono soltanto inutili, ma anche dannosi. Non ci sono mai stati accordi che abbiano favorito i palestinesi o migliorato la loro vita e tanto meno lo sono stati quelli di Oslo. Perché i negoziati possano dare risultati occorre la precondizione di un piano di parità, cosa che non sussiste tra gli israeliani occupanti e i palestinesi occupati.
Il Segretario di Stato Usa John Kerry, da parte sua, caldeggia uno stato palestinese demilitarizzato, con i confini controllati dall’esercito israeliano, praticamente una serie di bantustan controllati da Israele, un’assurdità già bocciata in passato. Nel frattempo non si ferma la giudaizzazione di Gerusalemme con demolizioni, espropriazioni di abitazioni, arresti. Inoltre gli israeliani impediscono a chi ha lasciato la città di ritornarci. Per finire in bellezza abbiamo letto sui giornali la pensata del ministro israeliano degli Esteri Avigdor Lieberman che ripropone di espellere i rifugiati palestinesi del 1948 e di mandarli nel “nuovo Stato” in cambio di non si sa quali territori. Ciò costituisce un tentativo di raggruppare i palestinesi nel più piccolo spazio possibile, secondo il principio sionista sempre operante di ottenere quanto più territorio possibile con il minor numero di palestinesi possibile. In sintesi si tratta di una brutta farsa.

Lei fa parte dell’Associazione Ebrei Contro l’Occupazione (Eco). Perché un ebreo, soprattutto una persona che vive in Israele, può scegliere la scomoda posizione di criticare le politiche del governo di Tel Aviv?

Effettivamente per chi è cresciuto in Israele, nutrito della sua letale propaganda, è molto difficile dissentire. I giovani sono educati a credere che l’esercito israeliano sia il più morale del mondo e che sia la loro vera famiglia. La loro opinione è che “tutti ci odiano nel mondo” e che quindi “abbiamo il diritto di difenderci”. Inoltre i giovani crescono con la convinzione che i palestinesi siano terroristi che vogliono “buttare a mare” gli occupanti. Credono a questa e ad altre sciocchezze, a partire dai libri di testo scolastici, dalle esercitazioni militari con l’esercito che hanno luogo fin dal periodo delle scuole elementari. Inoltre chi esprime il proprio dissenso è considerato uno spostato mentre chi non svolge il servizio militare non può usufruire di alcuni servizi.
Per quanto riguarda la mia condizione, sono sempre stata solidale con la causa palestinese e fin dagli anni Settanta ho manifestato con gli studenti palestinesi del Gups (Unione Generale degli Studenti Palestinesi), le associazioni studentesche dell’epoca, anche se solo dopo la seconda Intifada ho concentrato il mio impegno unicamente sulla Palestina.

Quali obiettivi si propongono le associazioni “Ebrei Contro l’Occupazione” e “Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” di cui lei fa parte?

Entrambe le associazioni si propongono di sostenere i palestinesi nelle loro giuste lotte, ma direi che, più che sostenere, si tratta di riconoscere che noi e i palestinesi abbiamo un’unica lotta da portare avanti perché l’influenza letale del sionismo si fa sentire anche qui da noi. I palestinesi sono, in un certo senso, un “popolo cavia” sul quale si compiono esperimenti di repressione e di controllo per poter poi esportare gli stessi strumenti di repressione anche in Europa al fine di controllare e reprimere le lotte popolari. Nello specifico l’associazione Eco, che con il tempo è diventata una Onlus, nata sull’onda della seconda Intifada con una lettera pubblicata sul Manifesto con il titolo “Non in mio nome”, si batte per i diritti umani e politici dei palestinesi e per la fine dell’occupazione, organizzando conferenze, dibattiti, scritti e convegni.
“Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” è un’associazione di appoggio alla Mezza Luna Rossa Palestinese (Croce Rossa) che si occupa di adozioni a distanza di bambini palestinesi orfani o feriti, ma anche di far conoscere la cultura palestinese, la sua ricchezza e la sua bellezza. L’associazione è interessata anche a diffondere la conoscenza delle “eccellenze” palestinesi. Questo popolo, pure così tormentato, impossibilitato a creare una propria economia dalle restrizioni dell’occupazione, dai protocolli economici (frutto degli accordi di Oslo) che vietano l’esportazione e dalle continue distruzioni, è però capace di produrre eccellenze in molti campi. Nena News

“Sono un’ebrea che critica Israele e combatte per la Palestina”

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