Sorveglianza, minacce politiche, discriminazioni giornaliere: cosa vuol dire essere un cittadino palestinese in Israele.

0

 

A noi cittadini palestinesi di Israele viene sempre ricordato quanto sia fragile e condizionata la nostra cittadinanza israeliana di seconda classe e la illegittimità della nostra identità palestinese; e tutto ciò è amplificato in vista delle prossime elezioni.

di Anwar Mhajne

Haaretz, 29 gennaio 2019

Una collezione di ritratti israeliani dell’artista Ronel Fisher all’Università di Tel Aviv, maggio 2015. Moti Milrod

Le elezioni israeliane si avvicinano e con esse, come cittadina palestinese di Israele, mi accorgo che il problema della cittadinanza e dell’appartenenza viene amplificato con più forza che mai.

Questi problemi sono particolarmente acuti a causa dell’approvazione della discriminatoria Legge sullo Stato-Nazione Ebraico. Questa legge è un elemento chiave in queste elezioni, sia per coloro che la sostengono senza riserve, sia per coloro che, dalle fila dei partiti d’opposizione, ne richiedono l’emendamento o la rottamazione.

Le minoranze etniche in Israele sperimentano continuamente in prima persona le gerarchie della cittadinanza. Ma ora l’esperienza della discriminazione vissuta dalla comunità palestinese in Israele è diventata un articolo di legge, nero su bianco

Dal 1948, noi della minoranza palestinese siamo stati oggetto di leggi ingiustebilanci e piani finanziari, confisca di terresorveglianza e repressione politica. Lo stato e gli Israeliani ebrei non smettono mai di ricordare ai cittadini palestinesi la fragilità della loro cittadinanza israeliana.

Il trattamento discriminatorio nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele si è intensificato drasticamente dopo la seconda Intifada. Questo è avvenuto in seguito a una serie di istigazioni pubbliche da parte di Benjamin Netanyahu e dei membri della destra di governo contro i cittadini palestinesi e i loro rappresentanti eletti. Queste provocazioni si verificano spesso quando i membri arabi della Knesset esprimono il loro appoggio ai Palestinesi o quando la comunità araba protesta contro le politiche di Israele nei loro confronti.

Per esempio, il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha definito il leader della Lista (Araba) Unita Ayman Odeh e i suoi colleghi parlamentari come ”terroristi” da galera. Questo avveniva in risposta all’attacco fatto dal parlamenare arabo alla polizia che ad Haifa aveva disperso con la violenza una protesta di solidatietà per Gaza in cui i manifestanti avevano innalzato la bandiera palestinese. Nel 2017 lo stesso ministro aveva proposto un boicottaggio delle imprese arabe e pochi mesi fa ha di nuovo definito “terrorista” un altro parlamentare della Lista Unita, lo stesso di cui aveva in precedenza richiesto che venisse revocata la cittadinanza

Si direbbe che lo stato e la società israeliana si aspettino che i rappresentanti arabi difendano gli interessi della destra ebraica israeliana e non del loro collegio elettorale arabo.

Lo stato sfrutta isolati incidenti di violenza da parte di soggetti palestinesi coinvolti nel terrorismo per diffamare un’intera comunità e minacciarla di ulteriori perdite di risorse, o di misure drastiche come il trasferimento in qualche stato arabo.

Rifugiati palestinesi lasciano i loro villaggi diretti in Libano dopo gli scontri tra truppe arabe e palestinesi in Galilea. 4 novembre 1948. AP

Nel 2017 Netanyahu ribadì questa proposta di trasferimento sotto il controllo palestinese delle comunità arabe di Israele, in cambio dell’annessione da parte di Israele di alcuni insediamenti in Cisgiordania; questo avveniva davanti al consigliere di Trump Jared Kushner e all’inviato in Medio Oriente Jason Greenblatt. La notizia della proposta arrivò il giorno dopo un funerale di massa a Umm al-Fahm (una città araba entro i confini di Israele) per i tre assalitori che avevano effettuato l’attacco al Monte del Tempio, in cui furono uccisi due poliziotti.

Inoltre, sono state fatte campagne per mettere al bando artisti arabi e impedire i loro spettacoli che enfatizzano la storia palestinese e che esprimono il loro scontento per l’occupazione e la cronica disuguaglianza. Nel novembre 2018, un’associazione israeliana di studenti universitari ha cancellato la performance di un rapper cittadino palestinese, Tamer Nafar, che descriveva le esperienze vissute della nostra comunità a causa della pressione politica.

Impedendo gli spettacoli degli artisti, istituzioni come le università riescono a sopprimere la libertà di parola e di espressione dei Palestinesi. Ciò crea di fatto un’immagine e una percezione dei cittadini arabi israeliani come decisamente inferiori, indesiderabili, di seconda classe o addirittura minacciosi.

La paura per i Palestinesi e gli Arabi è stata istituzionalizzata con leggi discriminatorie che mirano a sopprimere le identità delle minoranze etniche e a penalizzare tutti coloro che cercano di mantenere tali identità.

Un esempio è la legge sulla Nakba del 2011, che mette a repentaglio i fondi statali alle istituzioni che vogliono commemorare l’esperienza palestinese di espulsione e spoliazione. Questa legge revisionista cerca di negare l’unificante esperienza palestinese sia degli Arabi in Israele, sia di quelli nei territori occupati, sia di quelli in esilio.

La stessa rimozione si ritrova nei libri scolastici e nelle testimonianze individuali. Personalmente mi sono imbattuta, poco tempo fa, in questo fenomeno mentre facevo ricerche sulla storia della mia famiglia. Nel corso della mia ricerca, ricevetti una copia dell’ultimo passaporto della mia defunta nonna. Anche se era nata nel 1942, sei anni prima della fondazione dello stato di Israele, il suo luogo di nascita è indicato come Israele.

L’identità palestinese dei cittadini di Israele è concepita come una perpetua minaccia, proprio perché resiste ai costanti sforzi di revisionismo dello stato. Per il solo fatto che esistono, i Palestinesi contestano la rimozione delle loro narrative e delle loro storie da parte delle istituzioni sociopolitiche israeliane che sono invece determinate a esorcizzare da Israele ogni residuo spettro della storia palestinese.

Ironicamente, questo sforzo di arrestare ogni espressione di identità palestinese riesce solo a unificarla e rafforzarla.

Il parlamentare Dov Khenin della Lista Unita (a sin.) e Ayman Odeh (centro) a una manifestazione anti-violenza a Tel Aviv, 9 ottobre 2015. I cartelli dicono: “Gli Ebrei e gli Arabi rifiutano di essere nemici”. Amir Cohen/Reuters

Ma se esistesse una terza possibilità rispetto a questa forzata polarizzazione? Una possibilità dove la dicotomizzazione delle persone come “o / o” si spostasse a “sia / sia”? Cosa accadrebbe se l’unica e complessa identità degli Arabi israeliani, che sono legati sia alla loro identità nazionale palestinese sia alla loro cittadinanza israeliana, fosse incentivata piuttosto che repressa dallo stato?

La possibilità di commemorare la storia palestinese non dovrebbe essere considerata come un privilegio che può essere negato dal governo israeliano quando quest’ultimo lo ritenga necessario; è un diritto di tutti i cittadini senza distinzioni di affiliazioni religiose o politiche. L’espressione di un pacifico malcontento per le politiche governative non è una giustificazione legittima per reazioni di questo tipo.

Riconoscere le radici della nostra identità aiuterà a legittimare le nostre idee politiche, a far fronte ai nostri bisogni e a ridurre la nostra alienazione dal processo democratico. Ciò potrebbe cominciare semplicemente con un riesame delle attuali leggi e politiche discriminatorie che limitano la libertà d’espressione dei Palestinesi entro i confini di Israele.

Riconoscendo l’identità palestinese degli Arabi cittadini di Israele si avvierebbe finalmente un processo di risanamento all’interno della nostra comunità e questo sarebbe un fondamentale primo passo per risolvere il più ampio conflitto con i Palestinesi. Il cambiamento deve partire dall’interno.

La Dott. Anwar Mahjne è nativa di Umm al Fahm e si è trasferita negli Stati Uniti nel 2011 per conseguire M.A. e Ph.D. Al momento è docente ricercatore per il dipartimento di Scienze Politiche allo Stonehill College in Massachusetts.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-what-it-s-like-to-be-a-palestinian-citizen-in-israel-1.6878243

Traduzione di Carla Monti

 

 

Sorveglianza, minacce politiche, discriminazioni giornaliere: cosa vuol dire essere un cittadino palestinese in Israele.

Sorveglianza, minacce politiche, discriminazioni giornaliere: cosa vuol dire essere un cittadino palestinese in Israele.

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.