Spleen arabo

(da http://invisiblearabs.com/?p=2865)

Anche stamattina mi sono svegliata, aprendo Facebook, con la litania del burqa (afghano, non arabo, e ancora non l’ho visto indossato da nessuna, nel Mediterraneo), di Al Qaeda, dell’emirato, del califfato, e via elencando. Poi ho visto la rassegna stampa sul Medio Oriente, e mi sono accorta che la litania coinvolge buona parte dei quotidiani italiani… Che tristezza, veramente che tristezza. Agitare gli spauracchi per evitare di vedere cosa sta succedendo nel Nord Africa. Somalia, Afghanistan, chi più ne ha più ne metta: i paragoni con quanto di più caotico possa esistere sul pianeta musulmano vengono propinati a iosa.

La domanda che pongo è una sola: una Somalia non si crea dal nulla, né un Afghanistan, ci vogliono anni, ci vuole fatica, uomini e soldi. E dunque – se questo è il timore – cosa non abbiamo fatto perché questo succedesse (se succederà, ma a me continua a sembrare molto, molto improbabile)? Ci siamo tenuti caro per anni e anni Gheddafi, persino sdoganandolo, complice la nostra questione irrisolta: una riflessione seria, profonda e dura sul nostro colonialismo, per nulla morbido. Abbiamo per caso fatto un dibattito pubblico sulle nostre colpe? Ne hanno parlato Angelo Del Boca ed Eric Salerno, a diverso titolo, con diversi strumenti e diverse esperienze. Per il resto, nei miei cinquant’anni, non mi ricordo nulla di paragonabile né a quello che è successo in Francia, su Vichy, né a quello che è successo in Germania, sul nazismo. Ci siamo interrogati sulle foibe, e non sul genocidio che noi italiani abbiamo compiuto in Libia.

Ora, invece, discettiamo di Al Qaeda, come se in Libia non ci fosse nient’altri. Né uomini e donne, né morti, né storia. Eppure di Libia, della Libia vera, ce ne siamo interessati molto poco, lasciando il compito di conoscere la Libia agli italiani che nel corso dei decenni sono andati lì a lavorare, a costruire, a esercitare la loro professione di ingegneri nel settore energetico. Un lavoro di cui non conosciamo quasi nulla, se non perché conosciamo qualcuno che ha avuto quella esperienza. Per il resto, della Libia ce ne siamo disinteressati, come un fenomeno da operetta, con quello strano personaggio di Gheddafi…

La Libia era Gheddafi, per noi, e ora che Gheddafi sta scrivendo l’ultimo, tragico, sanguinoso capitolo della sua epopea, ci troviamo sguarniti. Dietro Gheddafi c’erano un paese, nascosto, che solo pochi in Italia possono dire di conoscere veramente (primo fra tutti, Eric Salerno, colui che l’ha vista nel corso degli anni, dei decenni). C’è un paese, non c’è solo il suo dittatore. E allora quali strumenti usiamo? Sbandieriamo Al Qaeda. Siamo soddisfatti? Questa caccia alle streghe inciderà sulla Storia, placherà i nostri timori, risolverà qualcosa? No, ci costringerà ancora una volta entro il recinto dello stereotipo, della propaganda, delle guerre altrui. Ma non cambierà la Storia, che sta travolgendo il Mediterraneo senza che ci sia una vera, profonda riflessione nella nostra intellighentsjia, sguarnita in gran parte di strumenti interpretativi.

Va bene così. Anche questo è lo specchio di un’Italia in declino. La foto della testata di Invisiblearabs, ironia della sorte, è stata scattata dal mio amico Francesco Fossa, grande fotografo oltre che grande cronista, in Libia. Quando la Libia non interessava ai giornali, nonostante attraverso la Libia passasse (e morisse) quell’umanità dolente che solo in parte è riuscita ad arrivare a Lampedusa. Gli arabi invisibili, quei due bambini che corrono in un vicolo, sono libici, per uno strano scherzo del destino. Non vediamo il loro volto (chi non ricorda Handala, il bambino palestinese più famoso del mondo della caricatura araba…), eppure un volto ce l’hanno. Nascosto prima dai dittatori e dagli autocrati con cui abbiamo lavorato, senza chiederci chi fossero e come trattassero la loro gente. E ora altrettanto nascosto dagli stereotipi e dalla caccia alle streghe.

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