Stati Uniti: prima udienza del processo di Rasmea Odeh

Pubblicato il 17 novembre 2013 da AbuSara

14 Novembre 2013 / Fonti: Mondoweiss, Alex Kane e The Electronic Intifada, Ali Abunimah

Rasmea Yousef Odeh aveva 21 anni quando fu buttata nelle terribili prigioni israeliane. 45 anni dopo, l’americana-palestinese si trova a dover affrontare la minaccia di un’altra pena di carcere, questa volta negli Stati Uniti.

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Odeh, nata nel villaggio palestinese di Lifta nel 1948, è stata denunciata per frode della legge sull’immigrazione statunitense per la presunta ommissione del suo periodo di carcerazione in Israele sui documenti di cittadinanza statunitense. Durante la prima udienza del processo, il 13 novembre 2013, si è dichiarata non colpevole. Arrestata il 22 ottobre dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, era stata rilasciata su cauzione, di 15.000 dollari. L’accusa relativa ai documeti di immigrazione rappresenta “unicamente un pretesto per un escalation e una continuazione degli attacchi politici e legali contro la nostra comunità”, ha affermato Hatem Abudayyeh, il direttore esecutivo dell’Arab-American Action Network, dove Odeh lavora. “Lei è una leader ed un’icona nella nostra comunità”.

Odeh, la sessantaseienne associate director dell’Arab-American Action Network, era stata condannata da una corte militare israeliana per la sua presunta partecipazione ad un’attacco esplosivo contro un supermercato a Gerusalemme che nel 1969 aveva ucciso due civili israeliani. “Gli Stati Uniti non saranno mai un luogo sicuro per gli individui che tentano di distanziarsi dal proprio passato”, ha affermato William Hayes, un ufficiale dell’Homeland Security, in un comunicato che annunciava le accuse rivolte ad Odeh relative alla frode dell’immigrazione.

Nonostante fosse stata condannata all’ergastolo da Israele, Odeh, dopo aver scontato 10 anni di carcere, era stata rilasciata nell’ambito di uno scambio di prigionieri con il governo israeliano. Durante il periodo passato in carcere, i soldati israeliani la torturarono, come Odeh stessa ha narrato nella sua testimonianza pubblicata dal Journal of Palestine Studies. Nel 1994 si è trasferita negli Stati Uniti, ottenendo la cittadinanza nel 2004. Se dichiarata colpevole di aver mentito sui documenti di richiesta di cittadinanza e visto, Odeh rischia 10 anni di carcere o la deportazione.

Per contrastare questa manovra repressiva del governo si è creata una larga coalizione. In vista del processo, molte realtà si sono mobilitate in solidarietà con Odeh, anche davanti alla corte federale di Detroit, dove si è svolta la prima udienza del 13 novembre. L’U.S. Campaign to End the Occupation sta raccogliendo delle lettere in supporto a Odeh, da spedire alla procuratrice Barbara McQuade, che sta seguendo questo processo.

Un comunicato di supporto a Odeh è stato firmato da 64 organizzazioni, tra cui il Center for Constitutional Rights, Jewish Voice for Peace, e l’American Friends Service Committee.

Queste organizzazioni affermano che le corti militari israeliane, che hanno un tasso di condanna del 100%, “operano esclusivamente per soggiogare i palestinesi sotto occupazione nella West Bank e a Gaza” e che Odeh è una cittadina esemplare che ha fatto fronte a “prove e difficoltà incredibili”.

In un altro comunicato, l’U.S. Palestinian Community Network ha affermato che Odeh era stata condannata “da un tribunale militare israeliano, lo stesso sistema di tribunali che non garantisce quasi nessun diritto ad un processo equo”.

L’arresto di Odeh avviene tre anni dopo che il Federal Bureau of Investigation (FBI) perquisì le case di diversi attivisti contro la guerra nel Midwest, alcuni dei quali attivi nel movimento di solidarietà con la Palestina, come l’Arab American Action Network di Abudayyeh. L’FBI aveva diramato dei “subponeas” contro 23 attivisti, i quali hanno rifiutato di collaborare con un investigazione che sta cercando di accusarli di aver violato le leggi sul “supporto materiale” al terrorismo. Nessuno è stato condannato, nonostante le indagini minaccino ancora questi attivisti contro la guerra. Ci si è posti la domanda se l’attacco rivolto a Odeh non sia collegato in qualche modo alla repressione che ha colpito questi attivisti, alcuni dei quali vivono a Chicago.

In vista delle prossime udienze, le realtà solidali hanno comunicato che continueranno la lotta per far cadere le accuse contro Odeh e in sua solidarietà.

Fonte: http://mondoweiss.net/2013/11/palestinian-activist-immigration.html

– Estratti di un articolo di Ali Abunimah uscito su The Electronic Intifada il 14 novembre, a proposito della prima udienza del processo di Rasmea Odeh

Ora tocca a Rasmea, lei e il suo avvocato di Detroit William Swor si alzano (la corte richiede un avvocato locale). La procedura rappresenta una formalità per la giudice Michaelson, ma posso solo tentare di immaginare quello che Rasmea possa aver provato quando la corte ha decretato che era giunto il turno del caso “United States vs. Rasmea Odeh”.

Vengono lette le accuse: ottenimento di naturalizzazione per mezzo di frode. Rasmea è accusata di aver nascosto nella sua richiesta di cittadinanza di vent’anni fa di avere avuto un precedente in Israele. La condanna di cui si sta parlando era stata emessa da una corte militare israeliana 45 anni fa, nella quale non ci fu nulla che possa rappresentare un processo equo, per coinvolgimento in due attacchi esplosivi a Gerusalemme, che uccisero due civili.

Ha scontato 10 anni di carcere prima di essere rilasciata da Israele nell’ambito di uno scambio di prigionieri.

Il giudice ha spiegato che, se venisse condannata per questa omissione, potrebbe rischiare fino a dieci anni di carcere, una multa esorbitante, e il processe potrebbe “revocare, cancellare e dichiarare nullo e vuoto” il suo certificato di cittadinanza statunitense. Rasmea Odeh è originaria di Lifta, Palestina. E’ nata nel 1948, l’anno in cui Lifta subì la pulizia etnica da parte di milizie sioniste.

Durante il periodo trascorso in prigione in Israele, è stata torturata, e abusata sessualmente. Nonostante la sua difficile esperienza, dopo il suo rilascio ed espulsione in Libano, Rasmea si è trasferita in Giordania, dove si è laureata in legge. Nel 1995 si è trasferita negli Stati Uniti e, come hanno testimoniato le decine di organizzazioni che hanno espresso il proprio supporto, ha dedicato la sua vita al lavoro con le donne per promuovere l’alfabetizzazione, l’educazione e alla lotta contro le violenze domestiche e il razzismo.

Il 22 ottobre, Rasmea è stata arrestata a Chicago, per conto dei procuratori federali dell’Eastern District del Michigan, e rilasciata lo stesso giorno su cauzione. Dopo l’udienza, quelli di noi che erano nell’aula di tribunale hanno raggiunto quelli che stavano presidiando all’esterno. Hatem Abudayyeh, direttore esecutivo dell’Arab American Action Network, di cui Rasmea è la direttrice associata, ci ha ricordato perchè ci trovavamo lì.

Nel processo di Rasmea non è solo questione di presunta «frode dell’immigrazione”. Sotto ogni punto di vista questo è un processo politico e si inserisce nel continuo assalto contro le comunità mussulmane, arabe e palestinesi, ha commentato Abudayyeh.

Sarebbe da chiedersi come mai il governo, dopo vent’anni, abbia deciso di tirar fuori proprio ora il suo file d’immigrazione. Come ha suggerito Abudayyeh, questo potrebbe rappresentare un altro caso di giustizia selettiva, in cui Rasmea Odeh è stata presa di mira per la sua appartenenza ad una determinata comunità.

Come si può leggere nell’interessantissimo articolo che Bill Chambers ha scritto questa settimana per The Electronic Intifada, per quanto riguarda i casi in cui sono stati coinvolti dei prigionieri politici irlandesi, le autorità statunitensi hanno agito con discrezione, quando hanno ritenuto che avrebbe potuto aiutare la causa della pace e della riconciliazione. Come ha fatto notare Chambers, che era presente in aula all’udienza di Rasmea, ai palestinesi invece non è mai stata concessa nessuna pietà.

Il mio collega di Electronic Intifada Maureen Murphy ha scritto: «Nel frattempo, gli Stati Uniti forniscono ad Israele una copertura diplomatica alle Nazioni Unite e in altri contesti, assicurando ad Israele la totale impunità, persino quando ad esserne vittime sono dei cittadini statunitensi.»

Queste vittime includono Furkan Doğan, l’adolescente statunitense giustiziato da commando israeliani mentre stava documentando l’assalto alla nave umanitaria Mavi Marmara in acque internazionali, il 31 maggio 2010. Ieri, dopo l’udienza, quando Ramea è uscita dal tribunale, è stata accolta calorosamente da coloro che erano rimasti fuori in solidarietà. In brevi dichiarazioni, ha espresso quanto fosse importante il supporto del pubblico, e quanto sarà importante con l’avanzare del processo.

La strada da Chicago a Detroit è lunga ma è una strada che Rasmea e molte delle persone solidali sono decise a percorrere molte altre volte nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni.

E mentre “restare muti” davanti al potere del governo è una tattica intelligente suggerita dagli avvocati ai propri clienti a questo punto del processo, per noi questa opzione non esiste. Sarà compito nostro farci sentire percorrendo questa stada al fianco di Rasmea.

Fonte: http://electronicintifada.net/blogs/ali-abunimah/rasmea-odehs-day-court?utm_source=EI+readers&utm_campaign=ee3856c9a3-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_e802a7602d-ee

 

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