Stop alle demolizioni a Gerusalemme!

lunedì 4 novembre 2013

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PROSEGUE INESORABILE LA “GIUDAIZZAZIONE” DI GERUSALEMME EST OCCUPATA: MIGLIAIA DI RESIDENTI PALESTINESI SARANNO FORSE COSTRETTI AD ANDARSENE, TRA GLI ORDINI DI DEMOLIZIONE DELLE LORO CASE E LE NUOVE COSTRUZIONI PER “SOLI EBREI”

Stop alle demolizioni a Gerusalemme!

di Jeff Halper

3 Novembre 2013

La “giudaizzazione” di Gerusalemme e della Cisgiordania continua a ritmo sostenuto, nonostante il cosiddetto “processo di pace”. Questa settimana il governo israeliano ha demolito un grande condominio a Beit Hanina, portando il numero totale delle strutture palestinesi demolite a Gerusalemme Est nel 2013 a quasi 100; circa 400 persone sfollate dalle loro case (cifre da ICAHD, OCHA, HRW e gruppi per i diritti umani).

Allo stesso tempo, mentre ha annunciato la costruzione di ulteriori 1500 unità abitative nell’insediamento illegale a Gerusalemme Est di Ramat Shlomo – e di altre 3500 in Cisgiordania, il governo israeliano ha emesso ordini di demolizione per 2.000 unità abitative nella zona della vicina Ras al -Kahmis e del campo profughi di Shuafat.

Il governo ha anche annunciato l’intenzione di istituire un “parco nazionale” sulle terre di Isawiyeh e-Tur, ulteriormente frammentando le comunità di Gerusalemme Est e prevenendo il loro sviluppo, e la costruzione di un nuovo grande centro per i visitatori nella “Città di Davide”, il nuovo nome colonico di Silwan, dove il Comune intende demolire 88 case palestinesi per far posto a un altro “parco nazionale”.

Se la demolizione di 2000 unità abitative di Ras al-Kahmis/Shuafat fossero effettuate, 15.000 residenti palestinesi perderanno le loro case. Non meno significativo nella visione del governo israeliano, saranno costretti ad abbandonare Gerusalemme e perderanno il loro diritto di vivere, lavorare, pregare e persino entrare in città.
Le demolizioni di case palestinesi si collocano al centro del tentativo di Israele di “giudaizzare” Gerusalemme e la Cisgiordania, così come avviene all’interno di Israele. Il processo illustra graficamente come aride politiche urbane burocratiche possono essere utilizzate come meccanismi efficaci di repressione.

Dal 1967 il governo israeliano ha perseguito una politica dichiarata di mantenere una maggioranza del 72% degli ebrei sui palestinesi nella città. Verso tale fine, non ha permesso ai palestinesi di costruire nuove case, creando una scarsità artificiale di circa 25.000 unità abitative nel settore palestinese. (I palestinesi, per usare un eufemismo, non sono in grado di accedere alla maggior parte dei quartieri ebraici). La carenza indotta aumenta il prezzo per affittare o acquistare, e dal momento che il 70% dei palestinesi vive sotto la soglia di povertà, sono costretti a muoversi al di fuori dei confini di Gerusalemme per acquisire alloggi a prezzi accessibili.

Ora, che gli abitanti delle città siano in movimento fuori città verso le periferie vicine è un fenomeno comune in tutto il mondo, ma non per i palestinesi di Gerusalemme. Anche se abitano la città da secoli, e nonostante il fatto che Gerusalemme Est palestinese è stata formalmente annessa a Israele – come sua capitale, non meno – i palestinesi sono classificati semplicemente come “residenti permanenti”, non cittadini. Questo significa che se i palestinesi sono costretti a cercare alloggi a prezzi accessibili, appena fuori dei confini comunali in Cisgiordania, cosa che la politica di Israele è stata progettata per fare, spostando il “centro della loro vita” da Gerusalemme, perdendo così la loro residenza e la capacità anche di entrare nuovamente in città. La zona delle demolizioni di case è pensata per impedire ai palestinesi di costruire “illegalmente”, e in tal modo contribuire alla carenza di alloggi e all’espulsione forzata dei palestinesi da Gerusalemme.

Ma aspettate – nel corso degli ultimi anni la municipalità di Gerusalemme ha permesso a enormi complessi abitativi di sorgere entro i suoi confini ancora al di fuori del muro e dei posti di blocco, nella terra di nessuno come Ras Khamis e il campo profughi di Shuafat, dove 2000 ordini di demolizione sono stati rilasciati, o Kufr Akab, una parte di Gerusalemme dall’altra parte del checkpoint di Qalandia. Così facendo, è una trappola. Il piano, discusso pubblicamente dal sindaco Nir Barkat, era questo: a migliaia di disperate famiglie palestinesi sarebbe stato permesso di entrare in alti condomini oltre il muro, ma ancora a Gerusalemme, attratti dai prezzi abbordabili, ma in pericolo di perdere la loro residenza di Gerusalemme . Una volta sistemati, il governo dovrebbe dichiarare che il muro d’ora in poi costituirà il confine comunale, così in un colpo solo si disfa di decine di migliaia di residenti arabi, privandoli dei loro diritti di residenza in quanto il “centro della loro vita” non è più Gerusalemme. Il 72% della maggioranza è più o meno conservato.

Così perché, allora, gli ordini di demolizione?

Quello che è successo a mio parere era che a Barkat è stato detto che il suo piano non è legale e non può attuarlo. In risposta, egli ha cambiato rotta e ha deciso di demolire tutti questi blocchi di appartamenti a molti piani, invece. (Questa è una interpretazione di beneficenza, dal momento che le autorità israeliane spesso attendono che le case siano finite e occupate prima della loro demolizione, solo per punire molto di più gli abitanti). In ogni caso, il processo di giudaizzazione è servito lo stesso. Non avendo nessun prezzo conveniente o accessibile per andare dentro Gerusalemme, i palestinesi sfollati saranno costretti fuori città vicino a tali quartieri arabi come Anata, e-Ram, Zaim e Abu Dis, dove possono essere spogliati della loro legale residenza di Gerusalemme .

Tali sono le macchinazioni della politica dietro la politica apparentemente giustificata di demolire case “illegali”, un elemento chiave di una più ampia politica di pulizia etnica che procede costantemente in tutto il paese dal 1947 fino ad oggi.

Come lo slogan comune israeliano dice: non abbiamo mai finito il 1948. Non ancora, almeno.

(Jeff Halper è il Direttore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case.)

 

tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

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ARTICOLO ORIGINALE

http://mondoweiss.net/2013/11/stop-demolitions-jerusalem.html

Stop the demolitions in Jerusalem!

 on November 3, 2013
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Nir Barkat

The “judaization” of Jerusalem and the West Bank continues apace, despite the so-called “peace process.” This week the Israeli government demolished a large apartment block in Beit Hanina, bringing the total number of Palestinian structures demolished in East Jerusalem in 2013 to almost 100; about 400 people displaced from their homes (figures from ICAHD, OCHA, HRW and human rights groups).

At the same time that it announced the construction of yet another 1500 housing units in the illegal East Jerusalem settlement of Ramat Shlomo – and another 3500 in the West Bank –the Israeli government issued demolition orders for 2000 housing units in the nearby area of Ras al-Kahmis and the Shuafat refugee camp.

The government also announced plans to establish a “national park” on the lands of Isawiyeh and a-Tur, further fragmenting East Jerusalem communities and preventing their development, and the construction of a large new visitor center in the “City of David,” the settlers’ new name for Silwan, where the municipality intends to demolish 88 Palestinian homes to make way for yet another “national park.”

If the demolition of 2000 housing units of Ras al-Kahmis/Shuafat are carried out, 15,000 Palestinian residents will lose their homes. No less significant in the view of the Israeli government, they will be forced out of Jerusalem and will lose their right to live, work, pray and even enter the city. Demolitions of Palestinian homes lay at the very heart of Israel’s attempt to “judaize” Jerusalem and the West Bank, just as it does inside Israel as well. The process graphically illustrates how dry, bureaucratic urban policies can be used as effective mechanisms of repression.

Since 1967 the Israeli government has pursued a declared policy of maintaining a 72% majority of Jews over Palestinians in the city. Towards that end, it has not allowed Palestinians to build new homes, creating an artificial shortage of some 25,000 housing units in the Palestinian sector. (Palestinians, to put it mildly, are not able to access most of the Jewish neighborhoods). That induced shortage raises the price of renting or buying, and since 70% of the Palestinians live under the poverty line, they are forced to move outside of the Jerusalem borders to acquire affordable housing.

Now urbanites moving out of cities into nearby suburbs is a common worldwide phenomenon, but not for the Palestinians of Jerusalem. Although inhabiting the city for centuries, and despite the fact that Palestinian East Jerusalem has been formally annexed to Israel – as its capital city, no less – Palestinians are classified merely as “permanent residents,” not citizens. That means that if Palestinians are forced to seek affordable housing just outside the municipal borders in the West Bank, which Israeli policy is designed to do, they shift their “center of their life” from Jerusalem, thus losing their residence and the ability to even enter the city again. House demolitions area meant to prevent Palestinians from building “illegally,” and thus contribute to the housing shortage and forced expulsion of Palestinians from Jerusalem.

But wait– over the past few years the Jerusalem Municipality has allowed massive housing complexes to arise within its borders yet outside the Wall and checkpoints, in such no-man’s land as Ras Khamis and by the Shuafat refugee camp, where the 2000 demolition orders have been issued, or in Kufr Akab, a part of Jerusalem on the other side of the Kalandia checkpoint. By doing so, it set a trap. The plan, publicly discussed by Mayor Nir Barkat, was this: thousands of desperate Palestinian families would be allowed to move into high-rise apartment blocks beyond the Wall but still in Jerusalem, attracted by the affordable prices but in no danger of losing their Jerusalem residency. Once settled in, the government would declare that the Wall will henceforth constitute the municipal border, thus in one fell swoop ridding itself of tens of thousands of Arab residents by depriving them of their residency rights since the “center of their lives” is no more Jerusalem. The 72% majority is more or less preserved.

So why, then, the demolition orders?

What happened in my view was that Barkat was told that his plan is not legal and cannot work. In response, he has changed course and decided to demolish all these high-rise apartment blocs instead. (This is a charitable interpretation, since the Israeli authorities often wait until houses are finished and occupied before demolishing them, just to punish the inhabitants that much more.) Whatever the case, the process of judaization is served just the same. Having nowhere affordable or accessible to go inside Jerusalem, the Palestinians displaced will be forced out of the city to such nearby Arab neighborhoods as Anata, e-Ram, Zaim and Abu Dis, where they can be stripped legally of their Jerusalem residency.

Such are the political machinations behind the seemingly justified policy of demolishing “illegal” homes, a key element of a broader policy of ethnic cleansing proceeding steadily throughout the country from 1947 until this day.

As the common Israeli slogan has it: We never finished 1948. Not yet, at least.

(Jeff Halper is the Director of the Israeli Committee Against House Demolitions.)

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