Storia del popolo: enunciare ‘Palestina’ malgrado l’Hasbara Israeliana *

REDAZIONE 14 GENNAIO 2013

di Ramzy Baroud

12 gennaio

 

Che cosa hanno in comune un agricoltore palestinese  che vive in un villaggio infilato tra le   isolate  colline della Cisgiordania, un prigioniero che fa lo sciopero della fame in una prigione israeliana e un profugo palestinese che vaga in Medio Oriente in cerca di un rifugio?  Sono tutti personaggi di un’unica narrazione  autentica, solida e  coesiva. Il problema, tuttavia, è che i media occidentali  e il mondo accademico, a mala pena riflettono quella realtà o la distorcono intenzionalmente, la disarticolano, e, quando è necessario, diffamano i suoi protagonisti.

Una narrazione palestinese autentica – una che sia inserita nella storia originale palestinese e che sia articolata tramite il pensiero palestinese – è per lo più assente nei mezzi di informazione occidentali e, in misura minore, nel mondo accademico. Se mai viene fornita una considerazione del genere, tutto quello che è palestinese finisce improvvisamente o in una nota a margine di un più ampio discorso di Israele, oppure, nel migliore dei casi, è giustapposta a una trama filo-israeliana che spesso viene nascosta con ostilità. Le notizie di cronaca palestinesi sono spesso notizie sconnesse, disgiunte, che apparentemente non hanno alcuna relazione con altre notizie. Sono tutte macchiate da una connotazione negativa.  In questa narrazione, un agricoltore, un prigioniero e un profugo a malapena si sovrappongono. A causa di questa sconnessione intenzionale, la Palestina diventa pezzi, idee, nozioni, percezioni, ma nulla di completo o mai intero.

Una narrativa israeliana, invece, è quasi sempre posizionata nell’ambito di una trama integrata, che dipende dalla natura dei contesti intellettuali, politici o religiosi. Perfino coloro che osano criticare Israele all’interno di una piattaforma occidentale tradizionale, lo fanno sempre con prudenza, gentilezze e cautela. Il risultato di questa esercitazione è che l’immagine consacrata di Israele rimane in gran parte intatta. Nel frattempo i palestinesi brigano costantemente per avere una verifica, una rappresentanza, e uno spazio in una narrazione israeliana ben protetta.

Per replicare a queste rappresentazioni fuorvianti, i pezzi devono essere connessi per formare qualche cosa di collettivo e che   realmente riassuma l’esperienza palestinese – il racconto  e la storia che c’è dietro. Una volta raggiunto questo, ci sonno possibilità di maggiore chiarezza riguardo alle radici del conflitto, al modo in cui  attualmente si manifestano, e le prospettive future. Questo può soltanto accadere se torniamo alle basi di una tragedia che si è protratta e che è avvolta nei nomi e nelle storie degli individui. Fare così in definitiva esporrebbe un discorso  generazionale coerente che merita di stare da solo, senza giustapposizioni denigratorie o paragoni polemici.

Tutte le storie della più ampia narrazione palestinese  – di coloro che sopportano la continua pulizia etnica, coloro che combattono per la libertà e coloro che cercano il diritto di ritornare, hanno lo stesso inizio – la Catastrofe, o Nabka. Non c’è però una fine che sia scritta. La trama non è semplice né lineare. Il rifugiato lotta per la stessa libertà che cerca il prigioniero o il figlio di un vecchio contadino, mentre parte della famiglia di questo è rifugiata in un posto o in un altro. E’ complicata e stratificata. Richiede serie considerazioni di tutti i suoi aspetti e caratteri. Forse nessun altro luogo, come Gaza,  unisce tutte queste tragedie continue. Tuttavia, per quanto le narrazione di Gaza si potente per suo proprio diritto, è stata deliberatamente  separata dalle narrazioni  collegate con urgenza. Questo è il  caso  sia che si tratti del resto dei territori occupati o del panorama storico che inizia con la Nabka. Per apprezzare realmente la situazione di Gaza e la sua storia. questa deve essere inserita nell’ambito del suo giusto contesto, come tutte le narrazioni riguardanti la Palestina. E’ essenzialmente una storia palestinese di dimensioni storiche e politiche che vanno oltre gli attuali confini geografici e politici che sono tracciati dai media tradizionali e dai narratori ufficiali. La comune carenza di comprendere realmente Gaza e la sua storia, nell’ambito di un contesto appropriato, sia  che vengano  presentate le sofferenze, o l’assedio o le guerre ripetute, la lotta, o la determinazione, o la resistenza,  in gran parte dipende da  chi racconta la storia, come è raccontata, che cosa viene compreso e che cosa viene omesso.

La maggior parte delle narrazioni che riguardano i palestinesi nei discorsi occidentali sono devianti o deliberatamente codificate in un linguaggio semplificato che ha poca somiglianza con la realtà. La storia, però non può essere classificata in base a buoni/cattivi, eroi/furfanti, moderati/estremisti. Indipendentemente da quanto crudele sanguinaria, spregevole,  anche la storia tende a seguire modelli razionali e corsi prevedibili. Comprendendo il ragionamento che sta dietro la dialettica storica, si può ottenere più di una semplice comprensione di ciò che è accaduto in passato. Diventa anche possibile delineare una comprensione abbastanza ragionevole di ciò che sta per succedere. Forse uno dei peggiori aspetti degli attuali  mezzi di comunicazione,  distaccati e alienanti, è la loro replica  del passato e la  descrizione errata   del presente basata su una terminologia semplificata. Questo dà l’illusione di essere utili, ma in effetti riesce a contribuire pochissimo alla nostra comprensione del mondo in generale. Le eccessive semplificazioni di questo tipo sono pericolose perché producono un’erronea comprensione del mondo, che a sua volta porta ad azioni sbagliate.

Per queste ragioni, siamo costretti a scoprire significati e letture alternative della storia. Per cominciare, potremmo tentare di offrire prospettive storiche che tentano di vedere il mondo dal punto di vista degli oppressi – i rifugiati e i contadini egiziani (i fellahin) ai quali è stato negato il diritto di raccontare la loro storia, oltre a molti altri diritti. Questo punto di vista non è sentimentale. Lungi da ciò. Una narrazione storica di élite forse è quella dominante, ma non sono sempre i privilegiati che influenzano il corso della storia. La storia è anche modellata dai movimenti collettivi, da azioni e lotte popolari, Negando questo fatto, si nega la capacità della collettività di incidere sui cambiamenti. Nel caso dei palestinesi, essi vengono spesso rappresentati come moltitudini sventurate o vittime passive privi di  una loro propria volontà. Questa è, naturalmente, una percezione sbagliata; il conflitto con Israele è durato così a lungo soltanto  perché i palestinesi non sono disposti a ad accettare l’ingiustizia e perché si rifiutano di sottomettersi all’oppressione. Le armi letali di Israele possono aver cambiato il panorama di Gaza e della Palestina, ma la volontà degli abitanti di Gaza e dei palestinesi è ciò che ha modellato il panorama della storia della  Palestina. Questo insieme di agricoltori, prigionieri, profughi, e altre numerose manifestazioni e crateri   degli oppressi sono individui resistenti. E’ essenziale che comprendiamo la complessità del passato e del presente per progredire nella comprensione del conflitto, non soltanto per apprezzare il suo coinvolgimento, ma anche per contribuire positivamente alla sua risoluzione.

La narrazione palestinese ha a lungo o negato qualsiasi accesso importante ai mezzi di comunicazione o li ha contaminati proprio per mezzo dei circoli che hanno sostenuto  e santificato l’immagine di Israele come oasi di democrazia e perno di civiltà. In anni recenti, però, le cose hanno iniziato a cambiare grazie a progressi come internet e i vari movimenti mondiali della società civile. Anche se devono ancora raggiungere una massa critica o influenzare un importante  cambiamento di paradigma nella pubblica opinione, queste voci sono state in grado di imporre una storia a lungo trascurata che è stata vista per lo più attraverso occhi israeliani.

Una narrazione che è incentrata sulle storie che riflettono la storia, la realtà e le aspirazioni delle persone ordinarie, permetterà una comprensione genuina delle reali dinamiche che spingono al conflitto. Queste storie che definiscono intere generazioni di palestinesi sono abbastanza potenti da sfidare la continua parzialità e estremizzazione. Il fatto è che i Palestinesi non sono né potenziali “martiri” né potenziali “terroristi”. Sono persone a cui sono stati negati i  diritti umani fondamentali, che sono stati espropriati dalle loro terre e che sono gravemente maltrattati.  Hanno resistito per 60 anni  continueranno a resistere fino a quando non acquisiranno i loro fondamentali diritti umani. Questo è il fulcro della narrazione palestinese, e tuttavia è la storia che si racconta meno. Una vera comprensione richiederebbe una maggiore esposizione della straordinaria narrazione collettiva della “gente comune”.

http://www.cloroalclero.com/?p=6343

Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story[Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. (Pluto Press).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/history-of-the-people-articulating-palestine-despite-israeli-hasbara

Originale: Ramzy Baroud’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9348

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