Storia di una capitolazione

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    admin | January 24th, 2011 – 9:57 am

    Abu Ala, il vecchio Ahmed Qurei, l’ha detto chiaro, nel meeting trilaterale con americani e israeliani, il 15 giugno 2008. Presente, Condoleezza Rice. “Abbiamo proposto che Israele si annetta tutte le colonie a Gerusalemme eccetto Jabal Abu Ghneim (Har Homa). Questa è la prima volta nella storia che facciamo una proposta di questo tipo; ci siamo rifiutati di farla a Camp David”. Saeb Erekat va oltre, e indica tutte le colonie che, a Gerusalemme est, i palestinesi sono disposti a cedere a Israele (che dice più volte, in differenti documenti, di voler partire dai facts on the ground, dai fatti sul terreno, e non dalle linee indicate dalla legalità internazionale): “there are Zakhron Ya’cov, the French Hill, Ramat Eshkol, Ramot Alon, Ramat Shlomo, Gilo, Tal Piot, and the Jewish Quarter in the old city of Jerusalem”.

    Quella che esce dai Palestine Papers, i documenti confidenziali che da ieri sera Al Jazeera e il Guardian hanno cominciato a rendere pubblici, è la storia di una capitolazione. Una resa senza (quasi) condizioni dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’OLP nei confronti degli israeliani, che però non è bastata al governo guidato da Ehud Olmert (e di cui era ministro degli esteri Tzipi Livni) per firmare una pace.

    Niente di più, niente di meno. Una capitolazione che non ha sortito effetto. La resa senza (quasi) condizioni di una dirigenza palestinese resa fragilissima anche dalla divisione tra Cisgiordania e Gaza, tra Fatah e Hamas, e completamente scollegata da Gerusalemme est.

    Il fatto più rilevante è, certo, l’offerta su Gerusalemme, sulle colonie a est della Linea Verde, che i dirigenti e i negoziatori israeliani continuano a disconoscere nei meeting resi noti dai Palestine Papers perché – dicono – nel 1967 non c’era nessuno Stato palestinese. “Gerusalemme è persa”, mi aveva detto una volta un intellettuale palestinese di vaglia, ben prima di conoscere i documenti segreti che ora stanno uscendo. Aveva ragione. Gerusalemme valeva bene una messa, per una dirigenza che sapeva benissimo di essere fragile. Abu Mazen – dice Saeb Erekat all’ambasciatore americano David Hale – “is not planning to run in elections. He is ready to resign – but he will not be thrown out of office. Our credibility on the ground has never been so low. Now it’s about survival”. La nostra credibilità è ai suoi minimi storici. Adesso stiamo parlando della nostra sopravvivenza…

    E’ un ritratto amaro della politica palestinese degli ultimi anni, quando la finestra di opportunità aperta dalle elezioni presidenziali del 2005, ma soprattutto dalle politiche del 2006, venne chiusa dalla comunità internazionale, come unico modo per fermare Hamas. Fermare Hamas perché non aveva accettato le condizioni imposte dal Quartetto, oppure fermare Hamas e la transizione politica palestinese perché non avrebbe sottoposto a Israele proposte così convenienti al tavolo negoziale? I Palestine Papers, almeno quelli resi noti sinora, dicono questo. Dicono che la dirigenza palestinese era diventata (o era stata messa nelle condizioni di diventare) talmente debole, da non poter proporre altro che una capitolazione.

    Eppure, nonostante questo, la pace non si è fatta. Non si è fatta neanche con il governo Olmert. E neanche con il governo Netanyahu che ha preso il suo posto.

    Nella foto, la colonia di Har Homa, la vecchia collina di Jabal Abu Ghneim, su cui Ahmed Qurei tiene il punto con Tzipi Livni, nel meeting trilaterale del giugno 2008

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