STORIA DI UNA CORONA E DI MOLTI FRATELLI (Parte Prima e Seconda)- di Ugo Tramballi

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tratto da: https://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/2021/04/09/storia-corona-molti-fratelli-parte/

 9 aprile 2021  Ugo Tramballi

Gli accordi di Oslo stavano naufragando nei dettagli. Oggi non farebbe effetto, quel processo di pace è in stato comatoso. Ma allora, nell’ottobre1998, il mondo era in allarme. Bill Clinton aveva convocato le parti a Wye Plantation, in Maryland. Ma nonostante la diplomazia americana fosse impegnata giorno e notte, Bibi Netanyahu e Yasser Arafat restavano fermi sulle loro inconciliabili posizioni.

Poi, d’improvviso, a Wye Plantation apparve re Hussein di Giordania che dal 1992 era in pace con Israele. Non aveva più capelli, non i famosi baffi né la barba che negli ultimi anni si era fatto crescere, aumentando la sua gravitas. Hussein aveva un cancro in stadio avanzato. Per venire a mediare fra Netanyahu e Arafat, aveva lasciato la sua stanza al Mayo Clinic in Minnesota. Hussein non era alto, era sempre stato chiamato “il piccolo re”. Ma in quei giorni era come se la sua figura stesse lentamente svanendo: la forza morale della sua presenza era inversamente proporzionale alla debolezza del suo fisico. Sapeva che alla sua malattia non c’era più rimedio. Ma sacrificando una parte importante delle sue ultime risorse, convinse i duellanti a firmare il Memorandum di Wye Plantation che a fatica sarebbe entrato fra gli episodi minori del conflitto fra israeliani e palestinesi.

Avvicinandosi la fine, Hussein dovette pensare anche alla sua successione regale. Da molti anni il principe ereditario era il fratello minore Hassan, ma il vero predestinato alla successione era Hamzah: nei tratti simile al re in modo impressionante, primo figlio maschio di Noor, la quarta moglie, la più amata. Tuttavia il ragazzo aveva 19 anni. Troppo giovane per assumere gli oneri di un regno piccolo ma geograficamente collocato in un luogo molto complicato: fra Israele, Arabia Saudita, Siria, Iraq e a un passo dal Libano.

Nel 1952 Hussein era diventato re all’età di 18 anni ma a quell’epoca, anche se formalmente sovrana, la Giordania era di fatto ancora un protettorato inglese. Nel 1921 Londra aveva disegnato nella sabbia del deserto un regno per offrirlo ad Abdullah, il secondo figlio dello Sceriffo Hussein che aveva aiutato T.E. Lawrence a organizzare la rivolta araba contro i turchi.

Tornando alla successione dinastica di Hamzah, il progetto di suo padre Hussein prevedeva che Hassan sarebbe diventato re e avrebbe mantenuto la corona fino a che il giovane non avesse accumulato l’età e l’esperienza necessarie per assumere il trono. Ma durante la sua lunga assenza dovuta alle cure in Minnesota, Hassan che era stato il reggente, aveva dimostrato di avere scarse qualità regali. Cosa ancor più grave, all’insaputa del fratello, Hassan stava preparando suo figlio e non Hamzah alla successione, tentando di modificare la linea dinastica hashemita.

Il tempo stringeva e serviva un re per la Giordania. Scartando per età il prediletto Hamzah e per inettitudine Hassan, l’unica opzione era Abdullah, il primo figlio maschio in assoluto, avuto dall’inglese Antoinette Gardiner, seconda moglie di Hussein. Dal precedente matrimonio con l’egiziana Dina, aveva avuto solo una femmina. Abdullah aveva 36 anni e accumulato il cursus honorum militare – e in parte politico – di un principe Hashemita: pronto se necessario anche al ruolo di re.

Comandante dei reparti speciali giordani, Abdullah non si considerava nella linea di successione dinastica: aveva sposato una ragazza palestinese senza gocce di nobiltà, e passato molto tempo nelle basi americane a perfezionare addestramento e carriera militari. Rania, sua moglie di dieci anni più giovane, era nata in Kuwait da genitori palestinesi di Tulkarem. In un certo senso era anche lei una profuga palestinese: quando Saddam Hussein invase il Kuwait, solo Yasser Arafat lo aveva sostenuto. Qualche mese più tardi, appena l’emirato fu liberato dalla coalizione internazionale, la numerosa comunità palestinese fu espulsa dal Kuwait e accolta in Giordania, rifugio dei profughi di tutte le guerre della regione. Fra quei profughi c’era anche Rania.

Forse non fu solo la primogenitura a condizionare la scelta di Hussein. Sembra che gli americani – Washington aveva preso il posto di Londra nella protezione della fragile Giordania – avessero detto al re di non ritenere Hassan adatto a succedergli. E che avessero consigliato di scegliere Abdullah, preferito anche dai militari giordani. La stabilità del regno e il consenso verso la monarchia hashemita si reggevano e continuano a poggiarsi su due pilastri: i 60 leader tribali di origini beduine e le forze armate.

Malato di cancro dal 1992, dopo la commovente apparizione a Wye Plantation re Hussein decise di tornare a vivere fra la sua gente il tempo che gli restava. Arrivò in Giordania all’inizio di gennaio del 1999, pilotando lui stesso un aereo delle linee aeree nazionali. La folla lo acclamò lungo tutto il percorso dall’aeroporto a palazzo reale. Nonostante fosse gennaio e piovesse, il monarca si sporse a lungo dall’auto per ricevere l’abbraccio del suo popolo. Il 25 gennaio Hussein fu riportato d’urgenza negli Stati Uniti per un improvviso aggravamento delle condizioni.

Quando partì da Amman aveva già fatto tutto quello per cui era tornato: aveva dimesso il fratello Hassan e nominato come successore il figlio Abdullah. Diventato re, fu il desiderio del padre, Abdullah avrebbe nominato Hamzah suo principe ereditario. Dopo un disperato trapianto di midollo osseo, il 4 febbraio il re in coma tornò ancora e per sempre nel suo regno: fra i sudditi che avevano imparato ad amarlo, dopo averlo ripetutamente detestato e a volte combattuto. Sarebbe morto il 7 di febbraio, all’età di 62 anni.

Cinque anni più tardi, nel 2004, Abdullah tolse la carica di principe ereditario al fratello Hamzah per darla al figlio di 10 anni, anche lui Hussein di nome. E’ possibile che in punto di morte re Hussein avesse chiesto anche ad Abdullah di abdicare il giorno in cui Hamzah avesse avuto età ed esperienza necessarie? Se è così, la verità non si saprà mai. In nome della sopravvivenza e per la stabilità della monarchia, anche chi la conosce manterrà il segreto.

(Continua)

 

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Storia di una corona e di molti fratelli (Parte Prima)

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 13 aprile 2021  Ugo Tramballi

“Non cambierò i governi come era costretto a fare mio padre: serve stabilità”, aveva promesso Abdullah dopo aver giurato da re, all’inizio di febbraio del 1999. Nei suoi primi 22 anni di regno ne avrebbe cambiati 13: il premier ora in carica è il quattordicesimo. Il giovane Abdullah sapeva che non avrebbe mai potuto mantenere l’impegno perché stabilità in Giordania è una condizione complicata, spesso evanescente. In un certo senso anche quel continuo cambiare governi, cioè distribuire cariche, è una forma di stabilità.

Come era estremamente chiaro al vecchio Hussein, anche il successore Abdallah sa che suo fratello Hamzah, il ribelle, ha ragione: alla Giordania senza risorse ma con milioni di profughi fuggiti dai conflitti dei paesi alle sue frontiere, servono riforme; serve opporsi a corruttela e nepotismo per dare spazio ai giovani, frutto di una demografia cresciuta esponenzialmente in pochi anni.

Tuttavia è il sistema che regge la monarchia hashemita a impedire i cambiamenti. Più o meno come nel vicino Libano, precipitato nel disastro e incapace di riformarsi: il sistema di spartizione interconfessionale del potere che aveva impedito una nuova guerra civile libanese e anche una forma di democrazia, rara nella regione, è diventato una trappola.

In Giordania la trappola sono le 60 tribù beduine, il cui giuramento di fedeltà per la casa degli Hashem è incrollabile ma va costantemente alimentato. Molte di quelle grandi famiglie vivono nel deserto sotto la tenda solo per il week-end: il resto della settimana lo passano ad Amman o all’estero. Proprietari terrieri, allevatori, imprenditori, banchieri educati nelle migliori facoltà degli Stati Uniti con un passaggio all’American University di Beirut o del Cairo. Sono la classe dirigente alla quale il re garantisce lavoro, libertà d’affari, cariche amministrative e seggi parlamentari, in cambio della fedeltà.

Le riforme posso avvenire solo se sono anche nel loro interesse. Un equilibrio fra le due necessità sarebbe possibile in un paese che nel 2000 non arrivava a cinque milioni di abitanti. Ma la Giordania è senza risorse naturali, eccetto i fosfati, e vive dell’aiuto finanziario di Stati Uniti e paesi del Golfo; in un ventennio ha raddoppiato la popolazione; e delle cento guerre nei paesi vicini, quando non vi ha combattuto direttamente, la Giordania ha nobilmente aperto le porte alle vittime che causavano. Oggi nel paese vivono più di 600mila profughi siriani, 30mila iracheni, 4mila sudanesi; perfino circassi del Caucaso, fuggiti da guerre antiche, diventati la guardia reale della casa hashemita.

E naturalmente i palestinesi: i profughi del 1948, del 1967, quelli cacciati dal Kuwait nel 1990 e dall’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Contare solo i due milioni di profughi palestinesi registrati è un calcolo incompleto: oltre che politica, la questione è burocraticamente complessa. Circa il 70% della popolazione giordana è di origine palestinese, compresa la regina Rania. Anche i palestinesi di Gerusalemme Est o della Cisgiordania occupata dagli israeliani hanno diritto ad avere un passaporto giordano. Vi è solo scritto che il documento è “rilasciato in base all’articolo 3 della legge sulla cittadinanza” che indica i “naturalizzati”, cioè i palestinesi salvo rare eccezioni.

Molti anni fa un’amica dirigente dell’Olp ad Amman, fuggita da bambina da Gerusalemme, cercò di spiegarmi il problema: “c’è chi si sente giordano-palestinese e chi palestinese-palestinese”. Il famoso Settembre Nero del 1970 non fu solo un conflitto tra re Hussein col suo esercito e Yasser Arafat con i suoi fedayyin. Fu anche una guerra civile fra palestinesi, molti dei quali scelsero di combattere da giordani con i giordani.

Ma è questo che preoccupa le grandi famiglie beduine: la paura di diventare minoranza a casa loro anche nei diritti di cui godono. Il loro non è tanto un attaccamento al più giovane Hamzah, prediletto da Hussein al quale assomiglia nei tratti, quanto una preoccupazione verso Abdullah che ha sposato Rania, una palestinese. Quando salirà al trono, il loro primogenito Hussein sarà il primo re giordano-palestinese della stirpe hashemita.

Il 21% dei palestinesi d’Israele ha più deputati alla Knesset di quanti non ne abbia il 70% giordano nel parlamento di Amman. Riformare la Giordania significa cambiare anche questo. Era chiaro e complicato per Hussein, lo è per Abdullah, 59 anni, e lo sarebbe anche per suo fratello Hamzah, 41, se fosse re.

Come il casato dei Windsor, anche l’hashemita è una monarchia costituzionale ma dalle caratteristiche arabe. E’ il massimo di liberalismo che che re, emiri e rais vicini possano sopportare. O come ha scritto qualche tempo fa The Economist, “è il più democratico dei regimi autoritari del Medio Oriente”.

A distanza di diversi giorni dall’inizio del caso, è ancora difficile capire quali fossero le intenzioni di Hamzah e della ventina di personalità giordane arrestate. Secondo Oded Eran, ex ambasciatore d’Israele ad Amman e vecchio amico di re Hussein, è stato molto meno di un tentativo di colpo di stato e molto più di una disputa familiare. Facendo leva sulla crisi economica aggravata dalla pandemia, Hamza in cerca di alleati aveva inusualmente visitato i capi delle tribù. Ma anche questi ultimi sanno che il giovane non potrebbe fare meglio di Hussein, se non a scapito dei loro interessi. E sanno che il fratello maggiore Abdullah ha il sostegno delle forze armate e del Mukhabarat, l’intelligence militare: i cui alti ufficiali vengono in gran parte da quelle stesse famiglie che Hamzah avrebbe voluto mobilitare per prendere la corona che il padre Hussein avrebbe voluto affidargli 22 anni fa.

La presenza fra gli arrestati di Bassen Awadallah, economista, già stretto consigliere di Abdallah ma dalla doppia cittadinanza giordano-saudita, potrebbe far pensare che Riyad avesse qualche interesse nel cambiamento di re. Nel 1925 gli al Saud spodestarono gli Hashem dalla Mecca e ora vorrebbero prendere il controllo della moschea di al Aqsa, sulla Spianata del Tempio di Gerusalemme: terzo luogo santo dell’Islam e sotto il patronato giordano.

E’ improbabile, sebbene il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, abbia già mostrato pericolose ambizioni. Ma forse non anche questa: cambiare la monarchia in Giordania, pilastro di stabilità nella regione più instabile del mondo, significa fare i conti con Stati Uniti e Israele, i principali garanti di quella stabilità. In tutta la regione, stato ebraico compreso, per Washington è difficile trovare un alleato più affidabile di Abdullah.

A Gerusalemme, tutte le volte che Bibi Netanyahu tenta di sottovalutare e umiliare la vicina Giordania (annunciando l’annessione della valle del Giordano, per esempio), sono i suoi generali e i capi dei servizi a ricordargli quanto strategico sia quel paese. Abdullah ha un valore aggiunto: dai tempi di Ben Gurion gli israeliani pensano – spesso ad alta voce – che prima o poi debba essere la Giordania lo stato palestinese che manca sulla carta geografica. Un re giordano-palestinese, cioè il figlio di Abdallah e Rania, sarebbe un’utile premessa.

E’ dunque stato un tentativo maldestro di golpe, quello di Hamzah? La risposta l’ha data suo fratello, il re: “La sfida di qualche giorno fa non è stata la più dura né la più pericolosa per la stabilità della nostra nazione. Ma è stata la più dolorosa, perché coloro che hanno preso parte alla sedizione venivano dalla nostra stessa casa”.

(Fine)

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Storia di una corona e di molti fratelli (Parte Seconda)

 

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