Storie da Gaza: “La vita ora è una catastrofe”

Evidenza Storie da Piombo Fuso. Storie sotto occupazione – 13/5/2013

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Gaza – PchrNajwa Alyan Awad Abu Daqqa, 50 anni, è una donna palestinese che vive nei sobborghi rurali di Khan Younis, nella Striscia di Gaza. Najwa è rimasta gravemente ferita nel corso di un attacco sferrato da un drone durante l’offensiva israeliana del novembre 2012. Durante gli 8 giorni dell’offensiva militare Operazione colonna di nuvole, tra il 14 e il 21 novembre scorso, 102 civili palestinesi sono rimasti uccisi e altri 649, tra cui 97 donne e 222 bambini, sono rimasti feriti.

Najwa, 4 figli e 3 figlie, racconta dell’incidente avvenuto il 18 novembre 2012: “Mi alzai molto presto, come sempre. Dopo le preghiere del mattino iniziai a preparare il pane per la colazione dei miei figli. Saranno state le 6 e mezza del mattino quando andai nel cortile aperto a lavare la grande piastra da forno. Si sentiva in cielo il rumore di un drone, ma durante la guerra è normale, abitiamo solo a un chilometro dal confine. Mentre stavo lavando la piastra ci fu un’esplosione improvvisa a pochi metri da dove mi trovavo. Il rumore mi spaventò moltissimo e tutto il cortile si riempì subito di fumo, per alcuni secondi non potei vedere né sentire nulla, rimasi intorpidita. Poi guardai verso il basso e mi accorsi che le mie mani ed altre parti del mio corpo erano ricoperte di sangue. Ciò che vidi mi colpì talmente che svenni, non ricordo cosa accadde dopo. Quando mi risvegliai ero all’ospedale e non riuscivo a credere ai medici che mi dicevano di trovarmi a Gerusalemme Est, e che ero stata in coma quasi 4 mesi”.

La famiglia di Najwa ha subito un forte stress per gli attacchi. Non solo temevano tutti che Najwa non si sarebbe risvegliata dal coma, ma hanno dovuto affrontare le difficoltà legate all’impossibilità di ricevere le cure necessarie nella Striscia di Gaza. Racconta il marito, Samir: “Subito dopo l’incidente abbiamo cercato di far portare mia moglie all’ospedale al-Makassed di Gerusalemme Est, ma le autorità israeliane ci hanno negato il permesso di poter passare in Israele. Abbiamo dovuto aspettare il cessate il fuoco del 21 novembre, e così, 4 giorni dopo l’attacco, è stata trasportata a Gerusalemme Est. A causa di tutte le restrizioni siamo stati molto tempo per organizzare il viaggio attraverso Israele: le autorità israeliane autorizzano una sola persona ad accompagnare il paziente, e, non potendo andarci io, che mi sono dovuto occupare dei bambini qui a Gaza, ad accompagnare Najwa è stato suo fratello. Per percorrere il tragitto di 1 ora e mezza da qui a Gerusalemme Est ci hanno messo 4 ore, hanno dovuto aspettare al valico di Erez. Le condizioni di mia moglie erano così disperate che l’autista dell’ambulanza disse al medico a Gerusalemme che non pensava ce l’avrebbe fatta”.

Durante i 4 mesi di coma, i familiari di Najwa si sono alternati nelle visite a Gerusalemme, affrontando tutte le difficoltà dovute alle restrizioni poste da Israele nei viaggi da e per la Striscia di Gaza, anche se per motivi medici. Le rigide misure restrittive impongono che la persona che accompagna il paziente abbia almeno 35 anni, e che si sottoponga a controlli di sicurezza molto stretti. Samir racconta gli effetti di tali misure: “Israele ha rifiutato a molti dei nostri familiari di far visita a Najwa: non capisco come ci possano considerare una minaccia, non facciamo parte di alcun gruppo armato, siamo persone pacifiche”.

Ai primi di marzo di quest’anno Najwa si è svegliata dal coma. Di nuovo, al confine di Eretz ha avuto problemi, nonostante le condizioni di salute precarie: “Avevo dolori continui, e, pur avendo visto che ero arrivata con l’ambulanza, non mi hanno concesso alcun trattamento di favore. Un’agente israeliana mi ha perquisito con il metal detector, il quale ha suonato, avendo delle placche di metallo nelle braccia, collocate dai medici per aiutare la guarigione. Pur avendole spiegato la situazione, lei mi ha fatto spogliare. Aveva visto che ero appena scesa da un’ambulanza e che mi muovevo su una sedia a rotelle; ciò nonostante mi ha trattato molto male”.

Ottenuto il permesso di passare il confine le cose non si sono semplificate per Najwa: “C’è una piccola porta girevole attraverso la quale si deve passare per superare il cancello. Anche essendo in buona salute, non è facile da attraversare, essendo molto stretta. Ci ho messo molto per convincerli che non sarei riuscita a passarvi, e a far accettare di farmi passare attraverso la porta di sicurezza del loro ufficio, per entrare a Gaza. Alla fine, dopo lunghe discussioni, mi hanno lasciato passare. Ho dovuto camminare, non mi lasciavano utilizzare la sedia a rotelle”.

Dal suo ritorno a casa, Najwa ha trovato grosse difficoltà: “La vita ora è una catastrofe. Ho bisogno dell’aiuto di due o tre persone per fare le cose più semplici, come mangiare e spostarmi qui attorno”. In seguito all’attacco Najwa è stata colpita da schegge in tutto il corpo, specialmente agli arti e all’addome. “Hanno dovuto tagliarmi della pelle dalla coscia e attaccarla nello stomaco. Ho dolori continui e non riesco a stare seduta bene. Non riesco mai a mettermi comoda e ho difficoltà a dormire. Ora devo vivere con una sacca per colostomia, la vita non ritornerà più normale per me. Non riesco a muovermi facilmente, ora frequento la fisioterapia: se salto una sola seduta di fisioterapia il dolore aumenta e alcune parti del corpo si gonfiano”.

Il processo di guarigione sarà lungo e difficile. Najwa dovrà tornare spesso a Gerusalemme Est, nei prossimi mesi, per ulteriori operazioni, oltre che per la chirurgia plastica per riparare i danni enormi che la sua pelle ha subito. Samir ci racconta le difficoltà che la famiglia sta attraversando per potersi permettere le cure per sua moglie: “Le cure sono costose. Sebbene il ministero della Salute a Ramallah abbia pagato gli interventi chirurgici, noi abbiamo dovuto provvedere al pagamento dei farmaci e di altre provviste mediche, come la sacca per la colostomia, che è quasi impossibile da trovare a Gaza, per cui è molto difficile e costoso procurarsene una. Ho dovuto chiedere del denaro in prestito alla mia famiglia e a degli amici per poterla acquistare”.

Riguardo al futuro suo e della sua famiglia, Najwa spera solo “che la salute ritorni, e che a mia figlia sia permesso accompagnarmi, la prossima volta che dovrò andare a Gerusalemme”.

Secondo Samir, il drone ha mirato intenzionalmente sua moglie: “Il missile era diretto a Najwa, anche se nessuno avrebbe avuto alcun motivo per spararle”.

Il diritto umanitario internazionale proibisce di mirare deliberatamente ai civili, come stabilito dagli articoli 48-51 del Primo protocollo aggiuntivo, del 1977, alla Convenzione di Ginevra del 1949. Tale divieto è stato riconosciuto come norma consuetudinaria di diritto umanitario internazionale dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Norme 1-6 dello studio del 2005 del Icrc). Inoltre, il Tribunale penale internazionale definisce l’attacco ai civili “crimine di guerra”, in base agli articoli 8 (2)(a)(i), 8 (2)(a)(iii) e 8 (2)(b)(i) dello Statuto di Roma del 2002. L’articolo 27 della Quarta convenzione di Ginevra del 1949 obbliga le parti in conflitto e le potenze occupanti a rispettare i civili e a trattarli umanamente. Inoltre, l’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, garantisce il diritto di ognuno a godere dei più alti standard di salute fisica e mentale, e obbliga gli Stati a creare le condizioni che assicurino a tutti i servizi e le cure mediche in caso di malattia.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

 

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