Storie da Gaza: “Mio figlio vive nel timore costante che la sua famiglia venga uccisa”

Evidenza Storie da Piombo Fuso. Storie sotto occupazione – 10/6/2013
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Gaza – Pchr. 

Baraa’ ‘Abd Ar-Rahman Badawi è un ragazzino palestinese di 11 anni, che abita con sua madre Dima Badawi a Gaza City. Il 7 gennaio 2009, verso le 18.30, nel corso dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza nota come Operazione Piombo Fuso, il padre di Baraa’, ‘Abd Ar-Rahman Badawi, e un suo zio materno, furono attaccati e uccisi da proiettili esplosi da un carro armato nel quartiere di Az-Zaitoun. Baraa’, che allora aveva 6 anni, venne svegliato dal rumore causato dall’attacco che li uccise. Nonostante la sua giovane età, Baraa’ sentì che suo padre era stato ucciso. Dima racconta: “Quando entrai nella sua stanza egli si sedette sul letto e cominciò a gridare: ‘Mio padre è morto!’. Il suo pianto e le sue grida divennero presto isteriche, e non si riusciva a consolarlo. Solo un’ora più tardi ci rendemmo conto che la sua sensazione corrispondeva alla realtà”.

La morte del padre ha causato un grave trauma psicologico in Baraa’. “È cambiato moltissimo: da bimbo felice e giocherellone diventò nervoso, aggressivo e solitario. Piangeva molto e trascorreva lunghi periodi fissando il vuoto, piangendo in continuazione e standomi costantemente attaccato. Se qualcuno oggi nomina qualsiasi cosa abbia a che vedere con la guerra, lui si ritira a piangere”.

“Anche a scuola egli ha perso la socievolezza, gioca solo con un bimbo amico suo, ignorando gli altri. Baraa’ è terrorizzato dall’idea di perdere qualcun altro a lui vicino. Per questo motivo preferisce non farsi nuove amicizie. Egli gioca solo con gli orfani ed evita i rapporti con i bambini che hanno il padre e la madre. Oltre ad aver sviluppato aggressività, è diventato molto testardo”.

Continua Dima: “Quando Baraa’ sente passare gli aerei da guerra si chiude a chiave nella sua stanza e grida: ‘Aprite le finestre!’ (Una misura precauzionale che si prende nella Striscia di Gaza per evitare che i vetri vadano in frantumi durante i bombardamenti). Mi chiede spesso di poter andare a casa di mio padre, dove si sente più al sicuro”.

Jasser Salleh è uno psicologo del Programma di salute mentale della comunità di Gaza, che segue Baraa’. Così egli descrive l’impatto a lungo termine della guerra sullo stato mentale del ragazzino: “Baraa’ rimase ulteriormente traumatizzato quando, tornato a casa ad Az-Zaitoun, rivide gli oggetti e i vestiti del padre. Non solo, ma anche l’esterno, il circondario, gli ricordava e gli ricorda il padre, essendo il posto in cui egli è stato ucciso. C’è stato un danno psicologico duraturo, in quanto tutto gli ricordava il padre. Subito dopo un assassinio c’è il supporto di familiari e amici: ma il trauma si consolida in un secondo momento, quando condoglianze e aiuti cessano, quando la famiglia è lasciata sola e deve riprendere a vivere col ricordo del defunto, ma senza la sua presenza”.

Conseguentemente al trauma, a Baraa’ è stato diagnosticato un disordine da stress post traumatico. Egli soffre di attacchi d’ansia alternati a periodi di iperattività, vivendo nel timore costante che ritorni la guerra a portarsi via altri familiari. Egli dimostra poi frequenti accessi d’ira nei confronti degli altri bambini, specialmente se femmine o orfani.

Il dottor Salleh spiega il più ampio contesto: “Molti bambini nella Striscia di Gaza soffrono di problemi psicologici dovuti alla guerra. Il disturbo di Baraa’, così come quello di molti altri, resterà. La gente di Gaza ha subito 2 guerre in 4 anni, guerre che hanno causato un grande numero di morti e feriti. Eventi drammatici di questo tipo turbano il benessere delle persone, soprattutto dei soggetti più vulnerabili, i bambini. Oltre ad assistere a combattimenti e a spargimento di sangue, i bambini devono affrontare diverse altre sfide, quali la perdita di risorse elementari, relazioni familiari spezzate, un atteggiamento pessimista e la normalizzazione della violenza”.

“L’impatto psicologico della guerra sui bambini di Gaza è enorme. Dopo circa 60 anni di guerra, questa condizione psicologica fa ormai parte della psiche e della natura delle persone di Gaza. La generazione più vecchia ha vissuto il peggio, con la guerra arabo-israeliana del 1948 e con la guerra del 1967, e per aver vissuto tali esperienze ha sviluppato aggressività. Quando un bambino nasce in condizioni di aggressività, tale attitudine diventa la norma. Le vecchie generazioni non hanno ricevuto assistenza. Può darsi che le guerre durature rendano la gente di Gaza resistente, ma un effetto negativo si ha quando si pensa che l’unico modo per risolvere i problemi sia la violenza”.

Il dottor Salleh sottolinea l’importanza di un ambiente positivo per la salute mentale dei bambini: “Una buona salute mentale ha origine in un ambiente favorevole che dia un senso di sicurezza. Non c’è altra soluzione che la pace”.

In quanto potenza occupante della Striscia di Gaza, Israele è obbligato a garantire il diritto di ciascun bambino a uno standard di vita adeguato a conseguire uno sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale (Articolo 27 della Convenzione sui diritti dell’infanzia). Ma Israele conduce frequenti operazioni militari sulla Striscia di Gaza, impedendo che tale diritto sia di fatto goduto. Ai bambini della Striscia di Gaza è negato un ambiente adeguato e sicuro, che possa favorire un sereno sviluppo mentale e sociale. Questa comminazione di violenza e di grande sofferenza sulla popolazione civile della Striscia di Gaza rappresenta una potenziale violazione del diritto internazionale, di cui la leadership politica e militare israeliana detiene responsabilità criminale individuale.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

© Agenzia stampa Infopal
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