Storie di quotidiana occupazione: “La mia famiglia è stata separata”

Evidenza Storie da Piombo Fuso. Storie sotto occupazione – 18/2/2013

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Gaza – Pchr. A seguito del blocco illegale imposto da Israele, la Striscia di Gaza è stata spesso definita una “prigione all’aperto”. Ma essa per molti palestinesi è una prigione da ben prima dell’entrata in vigore del blocco.

Nelle prime fasi dell’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, in corso dal 1967, le autorità israeliane fecero un censimento nei Territori palestinesi occupati, contando 954.898 palestinesi. Il censimento escluse dai registri della popolazione i palestinesi assenti in quel periodo, perché sfollati in seguito alla guerra del 1967, o perché all’estero per studio, lavoro o altri motivi. Altre migliaia di palestinesi che trascorsero un certo periodo di tempo all’estero tra il 1967 e il 1994 furono cancellati dagli elenchi.

Israele richiede ai palestinesi la registrazione in tali liste per poter essere inclusi nei registri della popolazione, e poter essere considerati, loro o i loro figli, residenti legali, e ottenere carte d’identità e passaporti approvati dalle autorità israeliane. Israele, in quanto potenza occupante della Striscia di Gaza, decide quali cittadini palestinesi possono ottenere documenti identificativi o da viaggio. Secondo il ministero degli Interni della Striscia di Gaza, 4058 palestinesi sono privi di documenti che consentano loro di viaggiare al di fuori di Gaza.

Mona Khrais, 27 anni, e la sua famiglia, hanno sopportato il peso di tali politiche per molti anni. Il padre di Mona, ‘Abdulfattah Hussein Khrais, 70 anni, fu forzatamente trasferito nella Striscia di Gaza nel 1948, dove ha vissuto per molti anni come rifugiato. Nel 1967, ai tempi del censimento della popolazione, ‘Abdul si trovava in Egitto per motivi di studio. Mona racconta: “Mio padre si spostò dall’Egitto in Libia, dove lavorò per 15 anni e si sposò. Poi, con i genitori, ci trasferimmo per 20 anni in Arabia Saudita, fino al 2000. Mio padre vi ha lavorato come insegnante di fisica e al termine del suo mandato siamo ritornati a Gaza. Per entrare a Gaza abbiamo dovuto richiedere alle autorità israeliane il permesso di entrata, ma, arrivati qui, non siamo più riusciti a uscirne. Non possiamo andarcene in quanto Israele non ci riconosce come cittadini palestinesi, e per poter valicare il confine avremmo bisogno di un passaporto approvato dalle autorità israeliane. Quando siamo arrivati qui, nel 2000, ne abbiamo subito fatto richiesta, ma fino a questo momento non abbiamo avuto notizie”.

Mona e la sua famiglia, per essere intrappolati nella Striscia di Gaza hanno sofferto grandi privazioni, e la sua frustrazione si riflette nel suo racconto: “Siamo riconosciuti come cittadini palestinesi dal governo della Striscia di Gaza, ma poiché Israele non ha i nostri nomi nei suoi elenchi, non siamo più riconosciuti al di fuori di Gaza. Il governo locale, a Gaza, ci ha rilasciato documenti d’identità; ma essi hanno validità solo all’interno della Striscia: al di fuori non hanno alcun valore”.

Mona spiega ulteriormente l’effetto della mancanza di documenti d’identità e di viaggio validi: “Abbiamo dovuto affrontare molti problemi per la situazione in cui ci troviamo. A mio fratello Hani, che vive in Canada e ha un passaporto canadese, è stato vietato l’accesso a Gaza dalle autorità egiziane, perché anch’egli, come noi, non è registrato come palestinese da Israele. Lo scorso luglio lui, sua moglie e i loro tre figli sono venuti dal Canada per farci visita; ma non hanno ottenuto il permesso di entrare a Gaza e sono dovuti rimanere una settimana intera in Egitto. In quel periodo hanno tentato ogni giorno di passare attraverso il valico di Rafah, inutilmente, perché privi di un passaporto approvato da Israele. Non vedo mio fratello da 12 anni e i miei nipoti non li ho mai visti”.

Altri membri della famiglia che vivono fuori Gaza hanno dovuto subire la situazione: “Il fratello di mia madre, che vive in Svezia, non può venire a Gaza a causa di un grave problema cardiaco. Mia madre, a sua volta, non può uscire da Gaza e, pertanto, non si vedono più da moltissimo tempo. Mio padre pure: non vede suo fratello, che vive in Gambia, da anni, perché gli è negato il permesso di entrata a Gaza. A causa di questa situazione la mia famiglia è stata separata”.

Il fatto di non possedere un documento di viaggio valido ha avuto un impatto negativo sulle possibilità di Mona di avanzare negli studi e nella carriera. Così ci spiega: “Avrei voluto studiare amministrazione in un’università all’estero, ma non potendo viaggiare non mi sono potuta iscrivere. Inoltre, non posso presentare domanda di lavoro in molti campi perché spesso è richiesto un documento di viaggio riconosciuto. Mio fratello più giovane, che vive con noi a Gaza, ha ottenuto un punteggio del 96% all’esame di maturità: ma anch’egli, come me, non ha potuto iscriversi in un’università all’estero”. Nonostante queste difficoltà, Mona ha cercato di fare il suo meglio in questi ultimi 12 anni, e attualmente lavora per il Centro palestinese per i diritti umani (Pchr) a Gaza.

L’impossibilità di uscire da Gaza avrebbe delle conseguenze drammatiche se qualcuno della famiglia dovesse avere bisogno di cure mediche. “La mia paura più grande è che se qualcuno della famiglia dovesse ammalarsi e dovesse avere bisogno di uscire da Gaza per ottenere cure mediche, non lo potrebbe fare per la mancanza di passaporto”.

Il padre di Mona, ‘Abdulfattah, dice: “Semplicemente, essendo noi palestinesi, dovremmo avere un passaporto palestinese. Come noi moltissimi altri palestinesi affrontano la stessa difficile situazione”. E la madre di Mona, Samira Ibrahim an-Najjar, rivolge un appello alle autorità israeliane: “Voglio il mio passaporto: per favore rilasciatemelo. Voglio poter vedere mio figlio e i miei nipoti”.

Secondo il diritto internazionale, l’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 garantisce che “ognuno sia libero di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e nessuno dev’essere privato arbitrariamente del diritto di accedere al proprio Paese”. Inoltre, secondo il Comitato per i diritti umani delle Nazioni unite (Commento generale n°27) “la libertà di lasciare il territorio di qualsiasi Stato non deve dipendere da alcun fine specifico, né dal periodo di tempo che si intende passare fuori dal Paese. […] Il diritto di una persona di aver accesso al proprio Paese conferisce all’individuo la relazione particolare che lo lega al Paese stesso. Il diritto ha diverse sfaccettature. Il Comitato per i diritti umani ha sottolineato che “uno Stato contraente non deve, privando una persona della propria nazionalità o per mezzo dell’espulsione in un Paese terzo, impedire arbitrariamente il ritorno in patria a un individuo”. E, secondo il Tribunale di giustizia internazionale, alle persone che hanno un legame reale ed effettivo con un determinato Paese, come la residenza abituale, l’identità culturale e i legami familiari, non può essere impedito il ritorno.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

 

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