Strage senza colpevoli

7 maggio 2012           09.01

Amira Hass  È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale

La lettera della procura militare arrivata martedì non avrebbe dovuto sorprendermi: un ufficiale informava il centro palestinese per i diritti umani che il caso Samouni è chiuso. Si tratta di un procedimento condotto dall’esercito contro alcuni soldati per la morte di 21 civili palestinesi, tra cui nove bambini. La lettera dice “morte”, ma noi sappiamo che si è trattato di omicidio. Non c’era intenzione di fare del male, prosegue la lettera, e quindi non è un crimine di guerra. E non si può parlare nemmeno di negligenza, quindi la storia finisce qui.

Il 4 gennaio 2009, durante l’operazione Piombo fuso, l’esercito israeliano ha ordinato a circa cento persone del clan Samouni di lasciare le loro case in un quartiere a sudest di Gaza, e di radunarsi in un edificio di proprietà di un parente. Lì si sentivano al sicuro. Il 5 gennaio alcuni uomini sono usciti dall’edificio in cerca di legna da ardere per cucinare. Nella sala di controllo dell’esercito israeliano, davanti a uno schermo che trasmetteva le immagini registrate dai droni, un ufficiale ha visto alcuni uomini che trasportavano lunghi oggetti. Ha deciso che erano razzi e ha ordinato il bombardamento. Un uomo è morto, gli altri si sono rifugiati in casa. A quel punto i missili, intelligenti, si sono abbattuti sulla casa.

Avrò scritto più di trenta articoli sul massacro dei Samouni. Speravo che la pubblicità data alla vicenda avrebbe costretto l’esercito ad ammettere le sue responsabilità. Figuriamoci.

Traduzione di Andrea Spracino.

Internazionale, numero 947, 4 maggio 2012

http://www.internazionale.it/opinioni/amira-hass/2012/05/07/strage-senza-colpevoli/

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