Sudan, il nodo Darfur

16/08/2011

La guerra è finita ma la pace non è ancora arrivata in una regione dagli equilibri fragili dove adesso si combattono tribù un tempo alleate

Anche con un accordo di pace appena siglato, il Darfur resta una delle aree più problematiche del Sudan e dell’intero continente africano. Grande come la Francia, la regione sudanese, che occupa la parte occidentale del Paese, è stata il teatro di una guerra sanguinosa, da oltre trecentomila morti e tre milioni di sfollati, ufficialmente combattuta tra il 2003 e il 2010 ma in realtà cominciata ben prima e tornata adesso alla dimensione di un conflitto a bassa intensità che continua a fare morti e a produrre instabilità. Il territorio della regione è diviso a sua volta in tre entità federate, il Darfur settentrionale, occidentale e meridionale, con capitali rispettivamente al Fashir, Geneina e Nyala. Ed è proprio qui che è stato rapito l’operatore di Emergency Francesco Azzarà.

Nella questione darfurina, sin dall’inizio, si sono sovrapposte dinamiche generali – la competizione tra il centro e la periferia che reclama maggiore autonomia e poteri di autogoverno – e dinamiche micro che affondano le loro radici nel complesso mosaico di tribù e sotto-tribù che compongono il Darfur. La guerra esplose nel 2003 dopo che per oltre dieci anni aveva covato sotto la cenere. A provocarla, la mobilitazione di tre tribù, Fur, Masalit e Zaghawa, che accusavano Khartoum di attuare politiche improntate ad una sorta di apartheid contro le popolazioni non arabe, vittime di una vera e propria pulizia etnica; accuse condensate in un “black book” che cominciò a circolare nel 2000, intitolato Imbalance of Power and Wealth in Sudan (Squilibrio di potere e ricchezza in Sudan) sulla repressione sudanese e il progetto di dominio del nord sul resto del Paese. Il conflitto fu combattuto tra una miriade di gruppi armati – i più importanti dei quali sono il Justice and Equality Movement/Army (Jem) e il Sudan Liberation Movement/Army (Slm) – da una parte, e l’esercito e la polizia sudanese dall’altra, corpi ai quali si aggiunsero, a partire dal 2004, le milizie Janjaweed (demoni a cavallo, letteralmente), provenienti dalla macro-tribù dei Baggara, forza paramilitare con la quale Khartoum ha sempre negato qualsiasi legame ma che, secondo molti report, era armata e finanziata dal governo sudanese per compiere le operazioni più sporche, come lo svuotamento dei villaggi delle tribù nemiche e la pulizia etnica. Nel 2008, Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale, ha accusato il presidente sudanese Omar al Bashir di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi in Darfur, spiccando due mandati d’arresto nel 2009 e 2010.

Quello darfurino non è mai stato tanto un conflitto di religione o etnico, visto che a combattersi sono popolazioni arabofone, musulmane e autoctone, difficili da distinguere anche da un punto di vista somatico. È soprattutto un conflitto per l’accesso alle risorse, tra tribù di agricoltori sedentari e pastori nomadi che, per una serie di ragioni legate ai cambiamenti climatici, come l’avanzata della fascia desertica del Sahel, hanno cominciato a spostarsi verso sud. Per questo le dinamiche macro – il risentimento della periferia che ha patito una forte marginalizzazione da parte del centro politico e le spinte autonomiste come risposta – servono solo in parte per capire perché il Darfur non sia pacificato nonostante una pace formale sia stata raggiunta. E’ successo lo scorso 14 luglio a Doha, in Qatar, quando il governo sudanese ha firmato un accordo con il Liberation and Justice Movement, un ombrello che raccoglie una decina di formazioni ribelli. Dagli accordi sono rimasti fuori due importanti gruppi: il Jem e alcune fazioni dell’Slm, come quella di Abdul Wahid al Nur, numericamente esigua ma molto forte tra i Fur. Avranno altri due mesi, comunque, per firmare un accordo che prevede un sostanzioso indennizzo per le distruzioni provocate dalla guerra, la nomina di un vicepresidente del Sudan proveniente dal Darfur, la formazione di un’autorità ministeriale di raccordo tra tutte e tre le entità e la costituzione di un’autorità regionale  responsabile su tutta la provincia.

Però il conflitto cova ancora. Tra giugno e luglio hanno ripreso a circolare report di bombardamenti e stragi, di enormi movimenti di nuovi sfollati (settantamila, nei primi cinque mesi dell’anno) e altre accuse dell’Onu al governo sudanese. Il Sud del Darfur, in particolare, è un’area particolarmente problematica, anche perché confina con il Kordofan meridionale, una delle ultime aree petrolifere rimaste a Khartoum, di recente teatro di un’offensiva militare per liquidare le popolazioni Nuba fedeli al Sud, nel timore di perdere il controllo anche di quest’area strategica. Qui i ribelli darfurini e quelli sudsudanesi già in passato hanno dimostrato di saper collaborare per aprire un unico fronte contro il governo centrale. La questione Darfur non va riaperta ora che il Sud Sudan si è già proclamato indipendente, portandosi via i tre quarti delle ricchezze petrolifere, quelle che hanno alimentato la macchina militare impiegata nella provincia occidentale. Ma un’ulteriore focolaio d’instabilità arriva dalle “guerre intra-arabe”, conflitti tra tribù un tempo alleate e che adesso hanno imbracciato le armi, come tra i Rezegat, i Missereya e i Sa’ada, e tra i Maharia (un sottogruppo dei Rezegat) e i Tarjem. Conflitti a bassa intensità che però continuano a insaguinare il Darfur, soprattutto quello meridionale.

 

Alberto Tundo

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