Sul razzismo (d’annata) del Beitar Jerusalem

admin | January 29th, 2013 – 4:58 pm

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http://invisiblearabs.com/?p=5199

 

Fa scalpore, quello striscione mostrato dagli ultras del Beitar Jerusalem. “Il Beitar sarà sempre puro”, diceva lo striscione sugli spalti, in risposta alla notizia che il controverso tycoon di origine russa Arkadi Gaydamak, proprietario della squadra più importante di Gerusalemme, avrebbe ingaggiato due giocatori ceceni, di fede musulmana.

Nessun musulmano in squadra, questa la richiesta dei tifosi. A dire il vero, la notizia di per sé non è nuova. Né è nuovo il proverbiale razzismo (anti-arabo) dei fan del Beitar. Sono anni che gli ultras delBeitar (vedi il mio vecchio post sull’argomento) non vogliono giocatori arabi. Che poi mettano insieme arabi e musulmani, palestinesi e musulmani, va da sé, in un mondo in cui l’immagine stereotipata dell’Altro è costante, diffusa, imponente.

Niente di nuovo, insomma, per quanto riguarda il Beitar Yerushalaim. È soltanto nuovo che qualcuno se ne sia accorto fuori dai confini di Gerusalemme e di Israele… “No agli arabi”, canti razzisti, la storica avversità per la squadra del Bnei Sakhnin, e non solo per lo Hapoel Tel Aviv: sono tutte costanti del comportamento dei fans del Beitar Jerusalem. Condensate nelle bravate del più duro tra i gruppi di tifosi, La Familia,  che pure stavolta, a sbirciare sulle pagine Facebook di alcuni gruppi di tifosi, avrebbe cercato di fermare gli striscioni razzisti.

Storicamente, il Beitar pesca i suoi tifosi nei settori più poveri, mizrahim, e a destra dello spettro politico. Sono fan del Beitar (che conta circa un milione di simpatizzanti nel paese) Olmert e Netanyahu. Lo era anche Sharon. E ha un sapore politico anche la storica avversità tra il Beitar Jerusalem e lo Hapoel Tel Aviv, legato da sempre alla sinistra ashkenazita. Certo, “non tutti i tifosi del Beitar sono razzisti”, mi ha scritto uno degli esperti del fenomeno del tifo calcistico in Medio Oriente, James Montague, autore di un bel libro When Friday Comes: Football in the War Zone, rispondendo ad alcune domande che gli avevo posto. Questa una delle sue risposte, sulla propensione anti-araba dei fan, una sola risposta di una lunga intervista che prima o poi pubblicherò….

Not every Beitar fan is racist. But there is no love for the Arabs here, or any chance of compromise. The team are continuely docked points and forced to play games behind closed doors because of the racist, anti-Arab, anti-Islamic chanting. There is also a semi-official stance on not signing Arab players. No Arab has ever played for Beitar. in 2006 it was suggested that Abbass Suan, an Israeli international and an Arab, would sign for Beitar. But the fans rioted and the plan was dropped. When he played against Beitar next, the fans unfolded a banner that said “Abbass Suan: You are Not One of Us”.

Come dire, è una storia lunga, che andava indagata anche prima per comprendere alcune delle dinamiche della società israeliana. Dinamiche che – come spesso succede – fanno ben oltre il campo di calcio, e arrivano sino a far comprendere il perché di alcuni risultati elettorali. Le ragioni dello spostamento a destra della società israeliana, in cui la distanza dall’Altro è sempre più ampia.

Ci vuole, a questo punto, un brano pacifista, d’antan. Banco Mutuo Soccorso, RIP.

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