Sulla Palestina…

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Lunedì 11 Luglio 2016 18:31

Palestina/Israele

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Silenzio. In questa grande valle, di cui non si vede la fine, regna un grande silenzio. Ogni tanto, il ferro di un piccolo carretto stride contro il terreno roccioso perché A. lo tira con forza. E’ il penultimo dei nove figli di H… il grande nome di questo villaggio chiamato Tuwani. Sembra di essere tornati a tanto tempo fa e la pietra regna sovrana dovunque con imponenza. Nelle case, nel terreno. Viene usata per costruire, per tenere a bada le pecore, per giocare.

Di rado, al rumore del carretto si alternano urla di infanti. Giocano a piedi nudi, baciati dal sole, con i vestiti del giorno prima. Puoi riconoscerli da lontano e da una strada all’altra comunicano senza doversi spostare. Qui si conoscono tutti ed ogni famiglia ha un ruolo. Le 300 persone del villaggio continuano a vivere in simbiosi, i bambini per la strada, le donne radunate in un piccolo angolo per ripararsi dal sole o in cucina per soddisfare i palati delle rispettive famiglie.

Si dice che le donne, nonostante tutto, siano una grande forza. Che siano quelle che mostrano più coraggio. Gli uomini al lavoro, qui o lì, a pascolare le pecore con dedizione e silenzio. Il silenzio ritorna prepotente e incessante nella valle. Le pecore vanno ammaestrate e il pastore è sapientemente esperto nel guidarle a destra o a sinistra. Il luogo non sarebbe difficile da scegliere se le coordinate non fossero pericolose. Se a destra o a sinistra o in alto o in basso non ci fosse il nemico. Col coltello, col fucile, con le amare parole che potrà rivolgere. Il nemico non è l’uomo ma l’idea dell’uomo. La politica dell’uomo. La convinzione di quell’uomo. Quella per cui ciò che vogliamo è più forte dell’identità comune di esseri umani che vivono una vita insieme fatta di gioie e dolori. Ma i dolori dei palestinesi sono troppo duri. Il sole, la povertà, l’aridità della terra basterebbero a noi occidentali per una definizione di vita amara. Qui si sopportano anche i soprusi, le convinzioni sbagliate, l’inumanità. Questa parola cosi strana per la razza umana. Perché quest’ultima coltiva dentro di sé la parola umanità in quanto specie umana. Ma la nasconde, la seppellisce in seguito, di nuovo, alla convinzione, alla neutralizzazione dell’idea sbagliata, del potere, della forza. E cosi scompare l’umanità. Ma si nasconde ancora in qualche piccola parte dell’essere. E noi ne andiamo alla ricerca. Avidamente. Ma sappiamo quanta forza può avere un’idea. Giusta o sbagliata che sia, essa ti trascina fino in fondo, se ci credi. Ti porta a fare del male, ad odiare il tuo nemico.

Il silenzio coi pastori sprigiona una grande forza. La forza di questa terra che come disse Borsellino a proposito della sua Sicilia, tormentata dalle organizzazioni criminali, è bellissima e disgraziata. Le enormi e sobrie valli, regnano tutt’attorno quasi timide della loro bellezza. Il cielo ne definisce i confini e prova a donare un po’ di colore. I bambini piccoli sanno poche parole, tra quelle anche “Gesh, soldati”. E noi, generazione occidentale, alla nostra epoca sapevamo i nomi dei gelati e delle bambole. Qui il gelato è un lusso e la bambola forse non esiste. Si gioca ad un passo da chi vuole male, perché non ha imparato a conoscere il bene. Ma come tutti gli esseri, ancora, lo conserva in una parte recondita del cuore. Questa “guerra” è durata troppo e non finisce.

E tutto questo caos di urla strazianti, case demolite, villaggi saccheggiati e scomparsi in nuove città finisce per essere un assordante silenzio. Puoi sentirlo dalla punta delle colline, quando a gambe incrociate controlli che nessuno venga a fargli del male. A contestare che i palestinesi sono in una terra di fatto loro. Ed ancora a gambe incrociate senti il sole sulla faccia, così come il vento, che a volta soffia timido e caldo. E’ come trovarsi a tavola insieme ad un gruppo di uomini. Per noi donne occidentali è un lusso. Di cui possiamo ancora gioire. Gioiamo del silenzio del deserto, sedute su un cumulo di coperte caldissime che quasi incrementano la nostra altezza. Beviamo te zuccherato e finito con la nana, la menta, o con un po’ di zatar, il timo. E così, sorseggiando, sentiamo i loro discorsi incomprensibili. Forse parlano di noi, forse parlano della Palestina. Di quanto ogni giorno sia martoriata e non abbia pace. Questa parola così lontana da queste colline, che invece a momenti sembra regnare sovrana negli angoli dietro le case, o nei boschetti dove le pecore, in fila, mangiano l’erba. In questo silenzio dobbiamo operare noi perché i diritti sono di tutti oppure di nessuno.

Le storie non possono affondare nel silenzio ma devono rimanere vive, anche se sepolte nel deserto, anche se fatte di pietra e coperte calde. La vita ha mille forme ma ha anche una coscienza e pretende civiltà. Quella calpestata in queste terre. Il silenzio assordante rimbomba nelle nostre teste. Forse è proprio questa la resistenza. Una forza silenziosa che sprigiona un potere dalla voce assordante.

 

Sulla Palestina…

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/2654-sulla-palestina.html

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