“Sulle strade assolate. Un ragazzo racconta la sua Terra Santa” – Intervista a Leonardo Capitanelli

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tratto da: https://officinadelsole.thesun.it/2020/11/19/sulle-strade-assolate-un-ragazzo-racconta-la-sua-terra-santa-intervista-a-leonardo-capitanelli/

19 Novembre 2020

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“Ricevetti un invito inatteso. Lo accolsi. Accettai di partire per un “lungo” viaggio interiore che portava dritto al centro del mio cuore, passando per i luoghi della Terra Santa. Un viaggio spirituale… ma chi me lo faceva fare di mettermi in viaggio con degli sconosciuti?”
Le strade assolate – Leonardo Capitanelli

 

La parola viaggio è una di quelle che difficilmente associamo a qualcosa di negativo. Viaggiare ci piace, è arricchente, ci permette di vedere posti nuovi, di incontrare nuove culture, di allargare orizzonti. Viaggiare, letteralmente, vuol dire spostarsi da un luogo ad un altro e non necessariamente si tratta di luoghi fisici. Forse i viaggi più importanti sono quelli che mettono in moto il nostro cuore. Come è stato per molti Spiriti del Sole che, grazie all’iniziativa Un Invito… Poi Un Viaggio promossa e realizzata da The Sun Officina del Sole, hanno camminato lungo le strade della Terra Santa, quei luoghi fisici che più di altri provocano e spingono verso un viaggio interiore.

Sulle strade assolate – Un ragazzo racconta la sua Terra Santa”, scritto da Leonardo Capitanelli, con la prefazione di Francesco Lorenzi, custodisce il diario di viaggio e il racconto dell’esperienza vissuta da Leo durante l’edizione del 2016 di UIPUV. La redazione dell’Officina del Sole ha incontrato Leo e ora vi condividiamo la bellissima chiacchierata nata da questo incontro.

 

Cosa ti ha portato a percorrere le strade assolate di Terra Santa?

Tutto è partito da un invito che mi si è riproposto in più momenti. Seguivo i The Sun già da diverso tempo e, nel 2013, vidi una loro intervista nella quale raccontavano la loro prima esperienza in Terra Santa. Nonostante li conoscessi da quando calcavano i palchi come Sun Eats Hours e avessi seguito il cambiamento di ciascuno di loro, in quell’intervista mi colpirono moltissimo i loro sguardi, arricchiti di una luce ancora più vera e penetrante. Seguendo il diario di quel viaggio in Terra Santa pubblicato sul blog di Francesco Lorenzi, ricordo che mi colpì molto l’espressione di Riccardo vicino al muro mentre parlava con un tono di voce diverso rispetto al solito, mi fece riflettere e mi commosse profondamente.

A far sì che questo primo seme germogliasse nel desiderio di vivere anche io quell’esperienza fu don Giuseppe Forasacco, il parroco con cui ho scritto due libri (Lungo la via di Damasco e Lungo la via di Damasco 2.0). Nelle sue condivisioni quotidiane del commento al Vangelo del giorno, più volte mi aveva invitato ad andare in Terra Santa per vedere con i miei occhi i luoghi nei quali Gesù ha vissuto e nei quali si sono svolti gli avvenimenti narrati nei Vangeli. Così, nel 2016, decisi di accettare la proposta di “Un invito… poi un viaggio” e partii anche io.

Leggendo il libro si entra nell’intimità di quello che può essere un diario di viaggio personale, perché hai deciso di condividerlo?

Di solito, quando vado in viaggio non prendo appunti ma cerco di vivere appieno le emozioni del momento, però in questo viaggio ho sentito la necessità di scrivere. È nato come diario personale e, infatti, una volta rientrato è sempre stato nel cassetto di fianco a me. Poi, ad un certo punto, ho pensato che dovesse essere pubblicato. Cercavo una casa editrice e una notte durante la quale non riuscivo ad addormentarmi, presi il telefono e casualmente comparve un elenco di case editrici cristiane tra cui la TAU. Nello scorrere quell’elenco ebbi la sensazione che fosse quella giusta, così provai a proporlo e nel giro di una settimana il libro venne accettato.

Man mano che si prosegue con la lettura de “Le strade assolate”, si nota come le domande interiori si siano fatte sempre più profonde ed esigenti. Nella prima parte del libro torni più volte sul concetto dell’annuncio, del compimento di una chiamata e della tua fatica a dire “sì”. Cosa è accaduto?

Sicuramente è complice di ciò la logistica del viaggio e quindi la prima tappa vissuta a Nazareth ma, la chiamata e l’adesione ad una chiamata è un aspetto che mi sta molto a cuore. Per mia natura, prima di prendere delle decisioni importanti, cerco un contatto spirituale con me stesso e con Dio per comprendere se quello che sto facendo può essere affine al mio percorso o meno. Anche la decisione di partire per questo viaggio è stata presa con questo ascolto: volevo capire se fosse il momento giusto, se faceva per me o se poteva essere un’esperienza trascurabile. Per me è importante dare un significato profondo alla vita in ogni singola esperienza, aderendo appieno alla mia missione. Questo dona senso alle giornate, alle follie quotidiane, al lavoro, all’amore con Rosaria, alla pratica del Kung Fu e a tutto ciò che sono chiamato a vivere.

 

Quel “sì” detto ormai quattro anni fa, a quale realtà presente ti ha portato?

Nel 2016 ero un neolaureato in ingegneria e non avevo ancora creato il mio studio nel quale lavoro come libero professionista. L’esperienza vissuta durante quel viaggio mi ha dato la possibilità di farlo con uno spirito diverso. Non avrei trovato il coraggio di pubblicare libri come “Lungo la via di Damasco 2.0”, il libro per bambini “Raccontami un po’” e questo ultimo lavoro. La spinta è venuta dalle parole che a Nazareth ci riservò il patriarca latino Fouad Twal esortandoci a divenire portatori di un messaggio. Da quel viaggio in poi mi approccio agli altri con un’attenzione diversa, sicuramente con una delicatezza maggiore, e cerco di ascoltare di più quello che dicono perché ho capito meglio che c’è qualcosa di speciale in ognuno e non vale più solo la vita di Leonardo e l’importanza del mio percorso, della mia missione, delle mie cose, tutto questo diventa importante se coinvolge anche qualcun altro. Per queste ragioni quel viaggio è stato anche un forte incentivo al mio matrimonio con Rosaria, alla vita insieme di coppia.

C’è un passaggio nel tuo libro che colpisce molto per la sua profondità e universalità:

[…] mi chiedevo perché sentissi gli altri pellegrini così vicini. Perché li percepivo così bene. Perché mi sembravano tutti fratelli? Perché le loro facce erano già note? […] Non c’erano vincoli di sessualità. Non c’erano vincoli di affinità. Non c’erano vincoli di età. […] Mi indusse a riflettere in maniera diversa sull’amore, in modo più ampio, più globale. Credevo di aver capito gli insegnamenti datimi dalle mie guide spirituali, ma non era così. L’amore vero, quello puro, quello che pervade l’intero creato, manifestatosi nei rapporti tra le creature (e non solo) era qualcosa di molto distante da ciò che avevo interiorizzato. Non andava capito. Lo potevo solo vivere, perché è così! Perché c’è! Perché vive! Perché lo senti! […] In questa Terra Santa ho sperimentato talmente tanto amore, che non ho potuto fare a meno di iniziare davvero a piacermi. […] Ora capivo perché mi sembrava di conoscere tutti gli altri pellegrini. Ora comprendevo meglio il significato di fratello.”

L’esperienza di UIPUV è unica anche per il numero di partecipanti, circa 200 persone da ogni parte d’Italia e non solo, di ogni età e con una grande varietà di esperienze di vita e cammini di fede, come è possibile provare questo sentimento di fratellanza in un contesto così vario e diversificato?

A ripensare adesso a quella sensazione, la risento addosso: era come se fossi appagato da tutto. L’ho vissuta mentre eravamo nel deserto del Negev, dopo aver fatto profondo silenzio dentro di me e dopo essere stato toccato dalla voce e dal racconto di Boston sul significato del deserto.

Mi guardavo attorno e mi sembrava di conoscere tutti, come se ci fosse un qualcosa che ci legava ancora prima di questa vita e che ci legherà dopo. Bastava parlare con qualcuno per trovare una certa affinità e provare affetto per quella persona. Poche volte ho vissuto questa esperienza: tanti carismi diversi, provenienze diverse, idee ed esperienze di vita molto diverse, ceto sociale diverso, cultura diversa, eppure in quel contesto senti che, pur nella nostra unicità, siamo legati da un qualcosa che ci accomuna tutti: l’amore. E non è qualcosa che appiattisce, rendendoci fotocopie, ma ci unisce nella nostra diversità, l’unica forza che può farlo è l’amore.

A volte, nella vita quotidiana, siamo presi dalla competizione, nello studio, nel lavoro, con gli amici, nello sport… invece in quel luogo e in quel particolare momento sentivo che le mie sfide non erano contro qualcun altro ma erano promotrici della mia evoluzione e gli altri potevano aiutarmi in questo. E quindi non c’era più alcun ostacolo dovuto all’altra persona per cui se è felice lui non posso essere felice io e viceversa, ma di fatto collaboriamo insieme a questo stato di benessere.

C’è una Terra Santa personale per ciascuno di noi? Ci può essere una Terra Santa anche per chi fisicamente non ci è mai stato?

Quando si visita la Terra Santa non si possono non notare anche le enormi contraddizioni che caratterizzano questa terra, questo simbolo della nostra interiorità. Man mano che entravo dentro di me, di pari passo con le buone intuizioni, crescevano anche i tormenti interiori e, finché non ho fatto pace con me stesso, ho fatto fatica a trovare un dialogo con Dio. C’è una Terra Santa personale in tutti quei luoghi, all’esterno o dentro noi stessi, che ci interrogano, riconnettendoci alla nostra spiritualità, al dialogo aperto con Dio e con il prossimo.

Perché hai accettato di partire con UIPUV e non con una qualunque altra proposta di pellegrinaggio in Terra Santa?

Innanzitutto, la prima fondamentale differenza che mi ha permesso di avvicinarmi con meno remore è che viene definito Viaggio. Molte volte i pellegrinaggi sembra che debbano vendere un prodotto, invece, in questo caso, il messaggio che ho ricevuto è stato “Guarda, io non ti devo vendere niente. Ti voglio solo accompagnare in un luogo bello dove io sono stato e dare anche a te l’opportunità di ricevere quanto io ho ricevuto”. Mi sono sentito silenziosamente invitato e coinvolto in prima persona. È un invito molto delicato, non invadente, non pretenzioso, fatto con chi ti dice: “Perché no? Conviene. È un’esperienza profonda e se per te non lo sarà, sicuramente avrai fatto un bel viaggio insieme a noi.” Questo invito delicato, tenero e sensibile mi ha colpito e per questo, se dovessi rifarlo, gradirei rifarlo con The Sun e Officina del Sole.

Quindi ci torniamo?

Dai, speriamo di sì. Sicuramente è in programma. Anche con Rosaria.

La Redazione
redazione.ods@gmail.com

 

Per approfondire:

Leonardo Capitanelli risponde alla domanda: “perché l’ho scritto?”

Presentazione di Francesco Lorenzi

 

“Sulle strade assolate. Un ragazzo racconta la sua Terra Santa” – Intervista a Leonardo Capitanelli

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