Suore sotto il muro.

20 agosto 2013

 gaza

[….Ora gli alberi sono disegnati sul muro; non profumano e non danno frutti…]

BETANIA (Palestina) – È alto 8 metri (il doppio del muro di Berlino) e lungo 850 km.
In verità altri 8 metri vanno sottoterra per prevenire eventuali tunnel di comunicazione.

A Betania, nei pressi di Gerusalemme, il muro fa il giro della scuola materna volute dalle Suore missionarie comboniane (Sisters of Nigrizia) tra le quali opera suor Agnese Corrà, proveniente da un minuscolo paese del Trentino.

Un paio di anni fa i bambini videro i soldati entrare nel giardino e con lunghe motoseghe tagliare gli alberi per far posto al muro (quasi interamente costruito su territorio palestinese). Ora gli alberi sono disegnati sul muro; non profumano e non danno frutti e, soprattutto, guai ad arrampicarsi.

La comunità di Betania è stata dilaniata; le famiglie divise. Di qua Marta e di là Maria. Lazzaro è emigrato.
Le suore, come la gente, si sono opposte alla costruzione ma invano. L’intervento del Nunzio apostolico ha permesso che lungo il perimetro del compound dell’asilo il muro di separazione fosse eretto in ferro anziché in cemento armato ma sulla rete che lo sovrasta ed il filo spinato anche il Vaticano è sembrato impotente.

Accanto all’asilo hanno costruito un check point e, quindi, una via di passaggio. Sembrò, in un primo momento, un’opportunità per riconciliare le due parti della stessa comunità, ma con il tempo passò sotto giurisdizione militare e fu chiuso per sempre. Lo stesso dicasi di una porticina in ferro che in un primo tempo facilitò il passaggio dei piccoli che abitavano al di là del muro al fine di permetter loro di raggiungere l’asilo ma anche questa, con il tempo, fu chiusa definitivamente: elettrosaldata.

Se i piccoli vogliono ora unirsi ai loro coetanei son costretti a raggiungere il primo check point che dista 10 km a piedi dall’asilo. Il problema non sono tanto i 20 km da percorrere a piedi ma le ore di attesa arrivati al posto di controllo per cui, mamme e bimbi, stanno rinunciando a frequentare la scuola materna. I papà rinunciano, per lo stesso motivo, al lavoro.

I giovani palestinesi, soprattutto in occasione dell’ultimo Ramadan, hanno aperto un varco nella rete da dove entrarono per raggiungere la Moschea di Omar in Gerusalemme. Per pregare.
Mentre gli over 40 anni possono passare dai diversi check point i giovani, per paura di attentati, vengono fermati. Il varco dà sul giardino delle comboniane e, dopo un salto affatto facile, possono raggiungere la città santa.
L’esercito israeliano comprese che il loro muro aveva più di qualche falla e, recentemente, ha dotato il perimetro di telecamere in modo da rilevare eventuali “passaggi” indesiderati. Non solo. Si appostava nella scuola materna in modo da catturare i giovani palestinesi che tentavano lo scavalco.

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Suore sotto il muro

Lunedì, 19 Agosto 2013

Uno scorcio del muro- Foto: Pipinato

immagine2porticina in ferro che in un primo tempo facilitò il passaggio dei piccoli che abitavano al di là del muro

gaza1

BETANIA (Palestina) – È alto 8 metri (il doppio del muro di Berlino) e lungo 850 km. In verità altri 8 metri vanno sottoterra per prevenire eventuali tunnel di comunicazione. A Betania, nei pressi di Gerusalemme, il muro fa il giro della scuola materna volute dalle Suore missionarie comboniane (Sisters of Nigrizia) tra le quali opera suor Agnese Corrà, proveniente da un minuscolo paese del Trentino. Un paio di anni fa i bambini videro i soldati entrare nel giardino e con lunghe motoseghe tagliare gli alberi per far posto al muro (quasi interamente costruito su territorio palestinese). Ora gli alberi sono disegnati sul muro; non profumano e non danno frutti e, soprattutto, guai ad arrampicarsi. La comunità di Betania è stata dilaniata; le famiglie divise. Di qua Marta e di là Maria. Lazzaro è emigrato.

Le suore, come la gente, si sono opposte alla costruzione ma invano. L’intervento del Nunzio apostolico ha permesso che lungo il perimetro del compound dell’asilo il muro di separazione fosse eretto in ferro anziché in cemento armato ma sulla rete che lo sovrasta ed il filo spinato anche il Vaticano è sembrato impotente. Accanto all’asilo hanno costruito un check point e, quindi, una via di passaggio. Sembrò, in un primo momento, un’opportunità per riconciliare le due parti della stessa comunità, ma con il tempo passò sotto giurisdizione militare e fu chiuso per sempre. Lo stesso dicasi di una porticina in ferro che in un primo tempo facilitò il passaggio dei piccoli che abitavano al di là del muro al fine di permetter loro di raggiungere l’asilo ma anche questa, con il tempo, fu chiusa definitivamente: elettrosaldata. Se i piccoli vogliono ora unirsi ai loro coetanei son costretti a raggiungere il primo check point che dista 10 km a piedi dall’asilo. Il problema non sono tanto i 20 km da percorrere a piedi ma le ore di attesa arrivati al posto di controllo per cui, mamme e bimbi, stanno rinunciando a frequentare la scuola materna. I papà rinunciano, per lo stesso motivo, al lavoro.

I giovani palestinesi, soprattutto in occasione dell’ultimo Ramadan, hanno aperto un varco nella rete da dove entrarono per raggiungere la Moschea di Omar in Gerusalemme. Per pregare.

Mentre gli over 40 anni possono passare dai diversi check point i giovani, per paura di attentati, vengono fermati. Il varco dà sul giardino delle comboniane e, dopo un salto affatto facile, possono raggiungere la città santa.

L’esercito israeliano comprese che il loro muro aveva più di qualche falla e, recentemente, ha dotato il perimetro di telecamere in modo da rilevare eventuali “passaggi” indesiderati. Non solo. Si appostava nella scuola materna in modo da catturare i giovani palestinesi che tentavano lo scavalco.

A questo punto le comboniane si arrabbiarono in quanto il loro asilo fungeva da trappola; e così i soldati cominciarono ad appostarsi fuori la “proprietà privata” (che è un concetto che, nei territori occupati, risulta un tantino difficile da comprendere ed accettare). Così, anche adesso in soli 3 minuti, da quando viene segnalato elettronicamente un passaggio, i militari sono sul posto. Solo i giovani più veloci riescono a fuggire mentre i più lenti vengono catturati.

Il personale palestinese dell’asilo (cuoca, giardiniere, meccanico, insegnante) che vive dall’altra parte ora è più contento. Hanno un permesso di passaggio che dura ben un anno. Prima si centellinava il permesso ogni 20 o al massimo 40 giorni. Evidentemente ci stiamo avvicinando ad un nuovo “accordo di pace” e qualche crepa sul muro viene anche dai giovani israeliani. Secondo le suore, infatti, la maggioranza della popolazione israeliana non vorrebbe questa “separazione” e preferirebbe l’equilibrio di prima per diversi motivi. Il primo è che anche gli israeliani sono in trappola….tanto quanto i palestinesi. Il muro li separa e li circonda…oltre a prevenire gli attentati dei kamikaze che dalla costruzione del muro sono diminuiti drasticamente. Pur avendo tutti i permessi per oltrepassarlo gli israeliani si trovano relegati nei propri territori; forse hanno meno paura di “saltare in aria” ma certamente godono di minor libertà.

Il secondo è che, prima, i palestinesi lavoravano per gli israeliani ed ora quest’ultimi devono servirsi di altre popolazioni, altra manovalanza, come i filippini, per esempio, che non hanno però la stessa esperienza dei palestinesi nella lavorazione della pietra per la ristrutturazione o nuova edificazione. La terza è estetica; il muro abbruttisce il territorio e contrasta con la neoarchitettura che tende a conservare i tratti storici e rendere belli ed armonici i centri storici a differenza degli insediamenti periferici ove le colline di ex ulivi sono appesantite da brutti condomini/formicai che non hanno alcun nesso con la storia del territorio. Sono brutti e mastodontici.

A Betlemme, in Palestina, v’è il Caritas baby hospital. Anche qui vi sono suore italiane che ci lavorano da anni. Una di loro ci racconta che “prima di fare il muro inaugurarono un nuovo check point con una festa a base di caramelle e dolciumi…poi iniziarono gli scavi. Ad un primo momento pensai in un centro commerciale ma poi ci rendemmo conto della gravità della cosa… Vidi con i miei occhi l’odio” conclude la suora.

Ma non tutte le speranze son svanite: “recentemente abbiamo ricoverato un bimbo ebreo…continua la suora. La famiglia era preoccupata nell’entrare in un territorio da sempre descritto come -terrorista- ma non aveva scelta. Gerusalemme distava troppi chilometri dalla propria abitazione ed ha quindi optato per Betlemme”. Parole dei genitori: “siamo rimasti stupiti come il personale palestinese abbia preso in carico nostro figlio e l’abbia guarito. Lo diremo a tutti!”. La suora continua: “lo stesso vale per bimbi palestinesi negli ospedali degli ultraortodossi. Massimo rispetto!”. Sarà un’alba nuova?

Fabio Pipinato

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