Svelato il fattore israeliano nel conflitto siriano

REDAZIONE 15 OTTOBRE 2013

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di Nicola Nasser – 15 ottobre 2013

Dopo più di due anni e mezzo alla pretesa neutralità di Israele nel conflitto siriano e alla fanfara della retorica statunitense che sollecitava un “cambiamento di regime” a Damasco è stato dato improvvisamente un taglio svelando che il fattore israeliano è stato per tutto il conflitto la preoccupazione principale di entrambi i paesi.

Tutta la loro concentrazione politica e mediatica sulla “democrazia contro la dittatura” e sull’intervento della comunità internazionale in base a una “responsabilità di proteggere” per evitare di esacerbare la “crisi umanitaria” in Siria era una concentrazione mirata soltanto a distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dal loro vero obiettivo, cioè salvaguardare la sicurezza di Israele.

Il loro “Piano A” consisteva nell’imporre un cambiamento del regime siriano come loro “primo premio” e di sostituirlo con un altro meno minaccioso e più disponibile a sottoscrivere un “accordo di pace” con Israele e, in caso di fallimento, cioè quello che si è sviluppato oggi, il loro “Piano B” consisteva nel perseguire un “premio minore” disarmando la Siria delle sue armi chimiche per privarla del suo deterrente difensivo strategico contro il predominante arsenale israeliano di armi chimiche, biologiche e di distruzione di massa. Il “Piano A” si è dimostrato un fallimento, ma il “Piano B” è stato un successo.

Comunque il fatto che la crisi umanitaria siriana prosegua ininterrotta con l’infuriare di combattimenti senza tregua mentre gli Stati Uniti stanno gradualmente venendo a patti con i maggiori alleati della Siria in Russia e Iran come preludio al riconoscimento della “legittimità” dello status quo in Siria, scuote quel che resta della credibilità statunitense nel conflitto.

Il presidente Barack Obama, parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 settembre scorso, ha avuto questa giustificazione: “Ricordiamo che questa non è un’impresa a somma zero. Non siamo più nella Guerra Fredda. Non c’è alcun Grande Gioco da vincere, né gli Stati Uniti hanno altro interesse in Siria che il benessere del suo popolo, la stabilità dei suoi vicini, l’eliminazione delle armi chimiche e la garanzia che non diventi un porto sicuro per terroristi. Do il benvenuto all’influenza di tutte le nazioni che possono contribuire a realizzare questa soluzione pacifica.”

Questa svolta a U degli Stati Uniti cancella ogni dubbio residuo che gli Stati Uniti si siano mai preoccupati del popolo siriano e di quello che Obama ha chiamato il loro “benessere”.

Il dichiarato impegno degli Stati Uniti a una “soluzione politica” patrocinando insieme con la Russia la convocazione di una conferenza di “Ginevra 2” è compromesso dalla loro pretesa incapacità di unire persino l’”opposizione” che è stata creata e patrocinata dagli stessi Stati Uniti e dagli “amici della Siria” che essi guidano e di frenare la continua alimentazione del conflitto armato con armi, denaro e logistica da parte degli alleati regionali Turchia e arabi del Golfo, che mina qualsiasi soluzione politica e rende la stessa convocazione di una conferenza di “Ginevra 2” una scommessa per tutti.

La “punizione” di Israele

Nel frattempo la neutralità di Israele è stata fatta a pezzi nientemeno che dal suo presidente Shimon Peres.

Parlando al quarantesimo anniversario dei circa tremila soldati israeliani uccisi nella guerra del 1973 con la Siria e l’Egitto, Peres ha rivelato indiscutibilmente che il suo paese è stato il principale beneficiario del conflitto siriano.

Pere ha detto: “Oggi” il presidente siriano Bashar al-Assad “è punito per il suo rifiuto di un compromesso” con Israele e “il popolo siriano paga per questo”.

Quando è diventato chiaro con forza, dagli ultimi sviluppi, che non ci sarà alcun “cambiamento di regime” in Siria né ci sarà un “domani” post-Assad e che gli Stati Uniti, maggior garante della sopravvivenza di Israele, ha compiuto, o sta per compiere, una “svolta a U” nella sua politica a proposito del conflitto siriano escludendo come “inaccettabile” la soluzione militare, nelle parole del Segretario di Stato John Kerry il 6 di questo ottobre, Israele è divenuto impaziente e non ha potuto più celare il fattore israeliano nel conflitto.

Lo scorso 17 settembre i principali canali giornalistici hanno intitolato i loro articoli “Con una svolta pubblica, Israele chiede la caduta di Assad”, citando un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano Jerusalem Post che citava l’affermazione dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Oren: “Abbiamo sempre voluto che Bashar Assad se ne andasse; abbiamo sempre preferito i cattivi non sostenuti dall’Iran ai cattivi sostenuti dall’Iran”.

“Il pericolo maggiore per Israele è costituito dall’arco strategico che si estende da Teheran a Damasco e a Beirut. E abbiamo visto che il regime di Assad è la chiave di volta di quell’arco”, ha aggiunto Oren.

E quello è realmente il nodo cruciale del conflitto siriano: smantellare questo “arco” è stato per tutto il conflitto la strategia pronunciata dei cosiddetti “amici della Siria” guidati dagli Stati Uniti, che sono essi stessi amici di Israele.

L’obiettivo di questa strategia è stato per tutto il conflitto il cambiamento del regime di quella che Oren ha chiamato la “chiave di volta [siriana] di quell’arco”, appoggiata da un governo filo-iraniano in Iraq e dai movimenti palestinesi di liberazione che si oppongono ai più di sei decenni di occupazione militare israeliana, o altrimenti lo svuotamento di tutte le risorse, infrastrutture e potere siriani fino a quando il paese non avesse altra scelta che accettare senza condizioni i termini di quello che Peres ha chiamato un “compromesso” con Israele, come precondizione per la restituzione delle Alture siriane del Golan occupate da Israele.

Siria, il terzo incomodo

Questo obiettivo strategico è stato celato da una cortina fumogena presentando il conflitto prima come una rivolta popolare trasformatasi in una ribellione armata contro una dittatura, poi una “guerra civile” settaria, una terza volta come una guerra per procura nell’ambito di una storica divisione arabo-iraniana tra sunniti e sciiti e in una quarta versione come un campo di battaglia di geopolitiche regionali e internazionali in conflitto, ma per tutto il tempo il nocciolo del conflitto è stato il fattore israeliano.

Altrimenti perché gli “amici della Siria e di Israele”, guidati dagli Stati Uniti, dovrebbero interessarsi del regime al governo in un paese che non ha abbondanza di petrolio e gas, il “libero” flusso dei quali è stato ripetutamente dichiarato essere un interesse “vitale” degli Stati Uniti, o uno di quelli che Obama nel suo discorso all’ONU ha definito gli “interessi chiave” del paese? La sicurezza di Israele è un altro interesse “vitale” o “chiave” che, nelle sue parole, “gli Stati Uniti d’America sono pronti a usare tutti gli elementi in loro potere, compresa la forza militare, per garantire”.

La fine della Guerra Fredda ha aperto una “finestra di opportunità” per costruire il trattato di pace tra Israele ed Egitto, secondo uno studio del 1997 dell’Università di Oslo. Un accordo di pace è stato firmato tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e lo stato ebraico nel 1993, seguito da un trattato di pace tra Israele e Giordania l’anno seguente. Durante la sua invasione del Libano nel 1982 Israele ha cercato, senza successo, di imporre al paese un trattato simile, non fosse stato per l’”influenza” siriana, che da allora ha fatto abortire e impedito qualsiasi sviluppo simile.

La Siria resta il terzo incomodo nella cintura del processo di pace attorno a Israele; nessuna pace complessiva è possibile senza la Siria; Damasco ha persino la chiave della sopravvivenza degli accordi di pace palestinesi, giordani ed egiziani con Israele. La Siria non cederà questa chiave senza il ritiro delle Forze d’Occupazione Israeliane (IOF) dalle terre siriane e di altri paesi arabi e senza una soluzione “giusta” della “questione palestinese”.

Questa è stata la strategia nazionale siriana molto prima che salissero al potere il partito Baath pan-arabo e la dinastia di Assad.

Perciò il “Piano A” di Stati Uniti e Israele resterà nelle agende di entrambi i paesi, in attesa di un contesto geopolitico più favorevole.

Nicola Nasser è un giornalista veterano arabo che vive a Birzeit, West Bank, Territori Palestinesi occupati da Israele.nassernicola@ymail.com.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/israeli-factor-in-syrian-conflict-unveiled-by-nicola-nasser.html

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/12725

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