Tahrir: la resa dei conti?

admin | April 9th, 2011 – 1:49 pm

Guardate questa foto. E’ stata scattata ieri, venerdì 8 aprile, a piazza Tahrir al Cairo. Una piazza Tahrir piena come un uovo, dicono tutti i testimoni, che parlano di circa un milione di persone. Come ai bei tempi, a febbraio. Sul palco, assieme ai dimostranti che chiedono il processo a Hosni Mubarak e al regime, ci sono tre militari. Soldati? Più presumibilmente ufficiali, anche a giudicare dall’età (la foto è su  yfrog). E’ molto presumibilmente la loro presenza a fianco dei manifestanti, assieme a quella di altri militari, ad aver cambiato il segno a Tahrir, e ad aver scatenato una reazione dura da parte delle forze armate egiziane. A Tahrir, stanotte, la polizia militare e altri apparati della sicurezza hanno reagito molto duramente, alcune testimonianze parlano di brutalità, nei confronti delle poche migliaia di manifestanti che erano rimasti in piazza. E tra loro, anche i militari che già ieri – lo si è saputo attraverso alcuni tweeps – avevano paura a lasciare la piazza, perché temevano ritorsioni. La Reuters, oggi, parla di due morti, nella repressione di questa notte. Associazioni per la difesa dei diritti umani fanno salire il numero delle vittime a 7, mentre nulla si sa ancora dei militari che erano sul palco. Alcuni tweeps dicono che sono stati arrestati.

Il Consiglio Militare Supremo, dal canto suo, dice invece che sono pezzi del vecchio regime ad aver provocato lo scontro tra forze armate e manifestanti. In attesa che la nebbia su quello che è successo stanotte si diradi (se si vuole una ricostruzione dettagliata, si può consultare arabist, con una testimonianza di prima mano), quello che si può arguire, sinora, è che si sta arrivando alla resa dei conti. Tra chi e chi? Fino a questo punto, la Rivoluzione egiziana è stata costretta entro i limiti voluti dal Consiglio Militare Supremo, un direttorio militare che si è auto-attribuito il compito istituzionale di traghettare l’Egitto dal regime all’inizio della democrazia, per poi tornare nelle caserme e lasciare il potere civile ai civili. Questa confusione sul ruolo delle forze armate è stata, ovviamente, oggetto delle infinite discussioni politiche di queste settimane, sempre – però – sull’assioma che le forze armate egiziane sono il popolo, che il loro legame col popolo è indissolubile, e che questo legame è più importante del legame delle alte gerarchie con il vecchio regime di Mubarak.

Le critiche ai militari, dunque, sono state sopite da una sorta di autocensura collettiva, che nasce dalla rivoluzione nasseriana del 1952 e dal ruolo delle forze armate nella storia contemporanea del paese. Ciò non vuol dire, però, che nessuno si sia posto la domanda sul ruolo di Mohammed Hussein al Tantawi, capo del Consiglio Militare Supremo, uno degli uomini che è sempre stato presente durante il regime di Hosni Mubarak. E la mano dura delle forze armate, in queste ultime settimane, è già stata stigmatizzata da molti dei ‘ragazzi di Tahrir’, degli attivisti per i diritti civili.

Dopo quello che è successo questa notte, è evidente che la resa dei conti si avvicini, a grandi passi. Una resa dei conti molto pericolosa, perché si capirà davvero, a questo punto, da quale parte stiano le forze armate. La reazione durissima di questa notte, dopo che in piazza erano comparsi ufficiali a fianco dei dimostranti, dice infatti molto della domanda su cui tutti noi ci siamo arrovellati, sin dal 25 gennaio: cosa sono le forze armate egiziane? Chi è chi tra i quadri dell’esercito? C’è per caso una sorta di riedizione dei Giovani Ufficiali (quadri, appunto…) che nel 1952 non solo buttarono giù la monarchia, ma scardinarono anche i vecchi equilibri tra i militari? E se vi fossero Nuovi Giovani Ufficiali, che peso avrebbero verso le alte gerarchie militari? Tutte domande a cui è necessario rispondere, per capire cosa stia veramente succedendo al Cairo.

Non credo che vi sarà un ritorno del regime. L’Egitto ha varcato una soglia che lo ha portato al di là del regime di Hosni Mubarak. Qualunque cosa succeda. E’ vero, però, che la controrivoluzione non è solo un fantasma, è un pericolo reale. Controrivoluzione, però, significa tante cose. Significa pezzi del regime che non vogliono perdere il loro potere. Significa gli alti papaveri del regime che provano a riorganizzare le forze, magari sotto mentite spoglie. Significa anche che, nella regione, in molti hanno paura della rivoluzione egiziana.

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