Target Jerusalem?

admin | November 17th, 2012 – 1:46 pm

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Chiariamo subito. Il razzo sparato dalle Brigate Ezzedin al Qassam ieri pomeriggio non ha colpito Gerusalemme. Anche se Gerusalemme era, a quanto dichiarato dalla stessa ala militare di Hamas, l’obiettivo di quel razzo. Sono state, infatti, le Brigate al Qassam a rivendicare il lancio con un tweet, in quella che si sta configurando come la prima guerra 2.0 combattuta anche (e purtroppo non solo) nella dimensione virtuale di Twitter. E a spiegare molto, in quel tweet: “Le Brigate Al Qassam hanno lanciato due missili artigianali M75 verso Gerusalemme occupata”.

Non accadeva dal 1970. Gerusalemme non era più nel novero dei bersagli da oltre quarant’anni di un conflitto dal sapore tutto militare. Non solo: tutti ci siamo illusi che Gerusalemme non potesse essere obiettivo, perché la sua santità e la sua stessa dimensione mitica le facevano da scudo. Santa per tutti: ebrei, cristiani, musulmani. Santa in tutti gli immaginari, compreso l’immaginario di chi, a Gaza, non avrebbe mai avuto il permesso dagli israeliani di uscire dalla Striscia e andare a pregare alla Moschea di Al Aqsa: Al Aqsa e la Cupola della Roccia sono in tutte le case, le istituzioni, i ministeri di Gaza.

Gerusalemme era stata per anni il tragico bersaglio degli attentati suicidi compiuti da tutte le fazioni palestinesi, che avevano colpito la città nel settore israeliano, e non a est o nella Città Vecchia. Poi è finita la seconda intifada, si sono fermati gli attacchi suicidi, la città ha ripreso colore, i pellegrini sono tornati in massa, il turismo è fiorente. E nello stesso tempo la tensione è rimasta, in una città divisa anche se formalmente unita sotto Israele, spaccata tra un est e un ovest, tra una identità e l’altra, tra un’appartenenza e l’altra. Cosa è cambiato, dunque, oggi? È che Gerusalemme non ha solamente una dimensione mitica che riguarda la sua santità, ma che riguarda – con eguale rilevanza – il suo significato politico. Soprattutto di identità nazionale. Gerusalemme è anche prosaica, insomma, e questo la rende – di nuovo – un unico bersaglio. Senza differenziazioni al proprio interno. Vi è, anzi, un passo ulteriore, nella rivendicazione delle Brigate al Qassam: come se, in quella rivendicazione, vi fosse anche il riconoscimento di una Gerusalemme bersaglio israeliano, centro della vita politica di Israele.

Il razzo, però, non è per fortuna caduto a Gerusalemme. E’ precipitato sulla Cisgiordania, in campagna, vicino a un villaggio palestinese. È caduto in Cisgiordania, a poca distanza da Gerusalemme. È caduto all’interno del più importante blocco di colonie israeliane tirato su negli anni tra Gerusalemme, Betlemme e Hebron. È caduto – sembra – vicino alla colonia dove risiede il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. È caduto, insomma, in piena Palestina occupata. E da Ramallah molte poche reazioni si sono sentite.

È come se l’Autorità Nazionale Palestinese sia rimasta annichilita dallo scoppio di questa nuova, ennesima, tragica guerra di Gaza. Come se non riesca a reagire con prontezza e agilità politica a una situazione delicata e difficilissima, che mette ancor più a rischio la stessa tenuta delle istituzioni dell’Anp, già provate da anni di divisione tra Hamas e Fatah. Il pericolo, insomma, non risiede solo nelle decine di morti palestinesi di Gaza che già si contano per i martellanti raid israeliani, e nella tragedia umanitaria in corso nella Striscia.

Il rischio è anche in Cisgiordania, perché il tappo della frustrazione, della crisi economica e sociale, della sofferenza della popolazione provata dalla occupazione  israeliana salti del tutto. Ed esondi per le strade di Ramallah, Nablus, Jenin, Betlemme. Sta già succedendo, anche se la notizia non arriva sui giornali. Su twitter però sì, ancora una volta. Con la notizia delle manifestazioni che anche stamattina vi sono state, a fianco dei palestinesi di Gaza, in parte controllate se non represse dalle forze di sicurezza dell’Anp. Quanto potrà durare, questa rabbia che di tanto in tanto esce, come da una pentola a pressione? Per quanto ancora si potrà giocare con una frustrazione e con ambizioni sociali, morali, identitarie che ci sono, soprattutto tra i ragazzi?

La guerra di Gaza versione 2012 sta di nuovo emarginando l’Anp, come già fece l’Operazione Piombo Fuso tra 2008 e 2009. Un’operazione scattata appena due settimane prima di un voto programmato all’Onu per accogliere la Palestina come membro, che avrebbe ottenuto molto probabilmente i consensi necessari all’Assemblea Generale. Ora, il Vaso di Pandora sta per essere aperto con un intervento di terra che ci si immagina come avrà inizio, ma non quali saranno le sue conseguenze, soprattutto perché nessuno di noi può immaginare cosa l’intervento di terra scatenerà in Egitto, dove oggi è arrivato il primo ministro turco Recep Tayyep Erdogan. Mahmoud Abbas, in questa storia, ha già perso, come dimostra il suo appello televisivo alla riconciliazione tra Hamas e Fatah. Ha già perso, e nessuno sa cosa succederà domani, per i palestinesi tutti.

A Gaza è stata l’ennesima notte d’inferno. Martellanti i raid israeliani. Colpita e distrutta anche la sede del governo di Hamas, lo stesso edificio dove ieri era stato ricevuto il premier egiziano Hisham Qandil.

39, sinora, i morti accertati: un numero comunicato dalle autorità sanitarie dell’ospedale di Shifa. Un numero, purtroppo, che rischia di essere solo un bilancio parziale di quello che sta succedendo nella Striscia. Una buona parte di questi morti sono bambini. Bambini…

 

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