TERRITORI OCCUPATI. ALL’OMBRA DEGLI ULIVI, PALESTINESI SEMPRE PIU’ POVERI

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tratto da: http://nena-news.it/territori-occupati-allombra-degli-ulivi-palestinesi-sempre-piu-poveri/

08 ott 2020

La tradizionale raccolta parte in un periodo di profonda crisi economica. A causa del Covid-19 persi il 43% dei posti di lavoro. Crollo del turismo e Autorità nazionale in difficoltà: ai dipendenti solo metà stipendio da cinque mesi

Raccolta olive

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 8 ottobre 2020, Nena News – Inizia questa settimana la raccolta delle olive, un appuntamento annuale di grande significato culturale e sociale, oltre che economico, per la società palestinese. Su di essa si sentiranno forti i riflessi della pandemia che già colpiscono in modo catastrofico da mesi l’economia dei territori palestinesi e che si aggiungono alle abituali restrizioni di Israele sulla circolazione delle persone e all’accesso agli uliveti. Senza dimenticare le scorribande, denunciate dai palestinesi, che potrebbero compiere gruppi di estremisti israeliani per tenere lontani i palestinesi dai terreni vicini agli insediamenti coloniali, soprattutto nella zona di Nablus. Spesso gli agricoltori palestinesi devono stabilire un «coordinamento preventivo» con le autorità militari israeliane e ottenere un permesso prima di andare negli uliveti. E quest’anno, ancora a causa del coronavirus, non parteciperanno alla raccolta delle olive le centinaia di volontari stranieri, tra i quali numerosi italiani, che in questa stagione raggiungono la Cisgiordania per dare una mano nella raccolta ed offrire, con la loro presenza, protezione passiva ai palestinesi.

«Se gli ulivi conoscessero le mani che li hanno piantati, il loro olio diventerebbe lacrime», ha detto una volta il poeta palestinese Mahmoud Darwish. L’identificazione tra l’olivo e il popolo palestinese (e la sua condizione) non è solo un riflesso dell’importanza di questo albero generoso, è anche una forma di resilienza all’occupazione. È l’incarnazione della nazionalità palestinese. L’olivo è parte integrante del paesaggio da migliaia di anni. Alcuni degli ulivi della Cisgiordania sono tra più antichi al mondo. Sotto di essi le famiglie si riuniscono durante le pause della raccolta per raccontare ai più piccoli storie antiche e le vicende di nonni e bisnonni che hanno piantato alberi che ancora oggi danno da vivere a tante persone.

L’agricoltura non è più centrale come un tempo nell’economia palestinese. Ma le olive e l’olio d’oliva (e i derivati come il sapone) restano un capitolo centrale per la vita di migliaia di  famiglie nel nord e nord-ovest della Cisgiordania. Più di 10 milioni di ulivi sono coltivati ​​su circa 86.000 ettari e rappresentano il 47% della superficie totale coltivata. Tra 80.000 e 100.000 famiglie fondano il loro reddito su questo settore che genera tra 160 e 200 milioni di dollari nelle annate buone.

Quest’anno, si prevede, altre migliaia di lavoratrici e lavoratori si aggiungeranno alla raccolta delle olive. Il 43% dei palestinesi, secondo dati recenti, hanno perso il lavoro o lo hanno visto diventare sempre più precario a causa delle restrizioni alle attività produttive imposte dalla lotta al coronavirus. Le difficoltà per molti si stanno trasformando in disperazione. In questi ultimi sette mesi, per fare un esempio, sono stati messi in circolazione in Cisgiordania e Gaza oltre 100mila assegni a vuoto, per un valore di circa 130 milioni di dollari. Chi li ha emessi nella maggior parte dei casi ha fatto acquisti di beni primari, a cominciare dal cibo, sperando di poter coprire in tempo l’assegno. Betlemme e gli altri centri abitati che vivono di turismo locale e internazionale hanno perduto 150 milioni di dollari al mese durante la pandemia.

Questo disastro economico è aggravato dalla crisi finanziaria dell’Anp – da cinque mesi oltre centomila dipendenti pubblici ricevono solo la metà dello stipendio -, frutto anche dello scontro in atto tra palestinesi e governo israeliano. Si aggiunge alla tensione politica e diplomatica generata dalla normalizzazione dei rapporti in atto tra alcuni paesi arabi e Israele a discapito dei diritti dei palestinesi.  Non c’è dubbio, come ha detto due giorni fa il premier dell’Anp Mohammed Shtayyeh, che per i palestinese «il prossimo inverno sarà molto difficile». Non solo per la pandemia. Nena News

 

 

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