TERRITORI OCCUPATI. Benvenuti in casa d’altri

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16 gen 2016

Il popolare sito di alloggi Airbnb sotto attacco per aver permesso che i coloni della Cisgiordania mettessero le loro case in affitto senza specificare dove si trovassero. Pronta una risoluzione dell’Unione Europea per marcare ancora di più la distinzione tra Israele e “tutti i territori occupati da Israele nel 1967″

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di Giorgia Grifoni

Roma, 15 gennaio 2016, Nena News – L’appartamento di Oded, che offre 3 posti letto, un patio e una “vista panoramica sulle colline della Giudea”, sembra la sistemazione ideale per trascorrere qualche giorno in visita a Gerusalemme. Dotato di tutti i confort, a poca distanza dalla città vecchia e di proprietà di “un nativo gerosolimitano”, è la perfetta combinazione dei servizi offerti dal famoso portale di annunci Airbnb: relax, convenienza, privacy e contatto con la popolazione locale. Peccato che dietro la generica indicazione “Gerusalemme, Israele” si nasconda in realtà il “quartiere” di Armon Hanatziv, insediamento ebraico illegale dirimpettaio di Jabel Mukaber, nella Gerusalemme est occupata nel 1967 e mai riconosciuta come parte di Israele dalla comunità internazionale.

Poco oltre la Linea Verde, a Tekoa, colonia illegale della Cisgiordania meridionale, Howard propone un’abitazione “dall’eleganza mozzafiato, in posizione meravigliosa al limite del deserto” per la modica cifra di 475 euro a notte più spese. Può anche organizzare un giro sul cammello nel deserto, se gli ospiti lo desiderano. L’indicazione geografica, che in questo caso non può lasciare alcun dubbio sull’eventuale “contesa” di territori, è Tekoa, Israele. Sono dozzine gli alloggi sul sito Airbnb venduti da coloni israeliani come se fossero nello Stato ebraico, ma che in realtà si trovano nei Territori palestinesi occupati. Non solo appartamenti strappati nel 1967 ai residenti palestinesi di Gerusalemme est, ma anche cottage con piscina in alcune colonie come Maale Adumim e Kfar Eldad e addirittura piccoli container negli avamposti sparsi in Cisgiordania, come Havat Gilad, che sono considerati illegali persino da Tel Aviv.

La storia, pubblicata una settimana fa dal portale israeliano +972 mag e immediatamente ripresa dalla stampa araba, ha scatenato un coro di polemiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani israeliane e la condanna unanime al sito di alloggi online da parte dello spettro politico palestinese. “Chi prenota – si legge su +972mag – non sa che l’avamposto è stato costruito, almeno parzialmente, su terra palestinese rubata. Non c’è menzione del fatto che più di un abitante dell’avamposto sia stato incriminato per attacchi violenti (price tag) contro i palestinesi e le loro proprietà”. L’ANP è stata chiara: “Non è solo controverso – ha dichiarato il diplomatico palestinese Husam Zomlot ad al-Jazeera – ma è illegale e criminale. Il sito promuove proprietà e terre rubate”.

Non si tratta solo di promozione, perché Airbnb è un servizio a pagamento, che richiede una commissione del 3 per cento agli affittuari e una compresa tra il sei e il 12 per cento agli ospiti. Eliminando ogni differenziazione tra le aree in cui è suddivisa la Cisgiordania [il sito usa le mappe di Google, ndr] non fa quindi distinzione, come fa notare +972mag, tra i territori sotto controllo dell’ANP e quelli sotto pieno controllo israeliano. L’autore dell’articolo spiega di aver tentato varie volte di contattare Airbnb sulla questione, senza ricevere risposta; quando a fare domande è stata la ben più famosa al-Jazeera, invece, un portavoce della compagnia si è affrettato a dichiarare che Airbnb segue “le leggi e i regolamenti” sui luoghi in cui può “fare affari” e “indaga sulle preoccupazioni sollevate in merito ad annunci specifici”, senza però precisare se in questo caso ci fosse un’indagine in corso.

I coloni, da parte loro, rivendicano la loro presenza sul portale come se non ci fosse alcun indice di controversia: “Siamo estremamente orgogliosi – ha dichiarato al Jerusalem Post Miri Maoz-Ovadia, un portavoce del Consiglio Yesha degli insediamenti ebraici – della nostra fiorente industria del turismo, con centinaia di bed&breakfast unici, che offrono una vista mozzafiato e un servizio di classe mondiale”. “La Giudea e la Samaria [la Cisgiordania, parte del futuro stato palestinese riconosciuto da di 135 nazioni, ndr] sono la culla della civiltà giudaico – cristiana e milioni di persone le vogliono visitare. E noi li accoglieremo tutti a braccia aperte”.

La vicenda va ad aggiungersi al faldone di irregolarità e abusi nei confronti del futuro Stato palestinese e della sua popolazione su cui da anni fa leva il movimento di boicottaggio internazionale per denunciare l’insostenibile situazione dell’occupazione israeliana. Un’occupazione tollerata a lungo dalla comunità internazionale, che però in questi ultimi mesi ha visto alcuni organismi cambiare rotta e imporre dei timidi paletti alle autorità israeliane, dopo il fallimento dell’ennesimo processo di pace sponsorizzato dall’Onu, la massiccia operazione contro Gaza dell’estate 2014 e l’esplosione della violenza nei territori occupati lo scorso ottobre: prima il riconoscimento simbolico dello Stato palestinese da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, poi l’etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane e spacciate nel mercato europeo come “made in Israel” decisa da Bruxelles.

Ora arriva la notizia di una risoluzione dell’Unione Europea, in agenda per lunedì prossimo, che andrebbe ad accentuare le distinzioni tra Israele e i territori palestinesi occupati da lei controllati: lo rivela il quotidiano israeliano Haaretz, citando fonti dello Stato ebraico e dell’Unione Europea. Stando a quanto svelato dalle fonti israeliane, a Tel Aviv il timore maggiore sarebbero le eventuali sanzioni che potrebbero colpire il business israeliano fuori dal suo territorio riconosciuto internazionalmente. Stando ad alcuni diplomatici europei, la risoluzione si propone di effettuare una distinzione esplicita tra Israele e “tutti i territori occupati da Israele nel 1967″, con lo scopo di “salvare la soluzione a due stati” e “la pace nella regione”. Tel Aviv, spiega Haaretz, ha già annunciato che darà battaglia.

Non si è certo tirato indietro il premier israeliano Benjamin Netanyahu dallo scagliare la prima pietra: “Vi è una tendenza naturale nell’UE – avrebbe detto giovedì ai giornalisti, come riportato dalla Reuters – a puntare il dito su Israele e trattarla in un modo in cui non vengono trattati gli altri paesi, e in particolare le altre democrazie. Le persone si stanno difendendo dagli aggressori armati di coltelli che stanno per pugnalarli a morte, e quindi sparano a queste persone: sono davvero esecuzioni extragiudiziali?”. Nena News

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