TERRITORI OCCUPATI. Francesca Albanese: “Occorre applicare il diritto internazionale, no ai doppi standard dei media”

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Articolo pubblicato originariamente su Pagine Esteri

Foto di Shireen Yassin/ONU

Le violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele e il silenzio su di esse mantenuto di solito da gran parte dei media, sono al centro dell’intervista che Dalia Ismail ha realizzato con Francesca Albanese, giurista e Relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, dopo la morte a Tel Aviv di un giovane avvocato italiano, Andrea Parini, investito e ucciso, non si sa ancora se intenzionalmente, da un palestinese con cittadinanza israeliana.

Da un lato i media hanno dedicato ampio spazio al presunto attentato compiuto a Tel Aviv e dall’altro hanno ignorato quanto accadeva nella Spianata delle moschee di Gerusalemme dove la polizia ha brutalmente picchiato, ferito e arrestato centinaia di fedeli. 

In questo momento di dolore e confusione, è importante che tutti agiscano con contegno e rispetto per le vittime. Si deve attendere una rigorosa indagine sulle circostanze che hanno portato alla morte di Alessandro Parini.  Fino a quando non si sia chiarita la dinamica dei fatti, bisognerebbe evitare di etichettare l’episodio come “terrorismo”.  In generale, e anche in questo contesto specifico, Israele applica una definizione molto ampia di terrorismo ai palestinesi, violando i principi fondamentali di certezza del diritto, mens rea, materialità del reato e proporzionalità della pena. Come dimostra il caso della morte di Parini, c’è sovente una presunzione di colpevolezza nei confronti dei palestinesi fino a prova contraria, perché nella logica del governo israeliano, i palestinesi sono associati ontologicamente alla resistenza e al terrorismo, indipendentemente dalla contestualizzazione di ogni evento. Questa visione propugnata da successivi governi israeliani ha influenzato fortemente il dibattito politico in Italia e i nostri media, che associano i palestinesi e ogni azione, anche quando non implichi l’uso della forza, al terrorismo. Tuttavia, lo stesso non accade quando sono gli israeliani a perpetrare o autorizzare atti che mirino a diffondere il terrore e la paura in una popolazione al fine di raggiungere uno scopo ideologico. Il doppio standard applicato in questo modo dimostra una mancanza di profondità analitica e una preoccupante ignoranza dei fatti, sia attuali che storici. È importante mettere in evidenza questa problematica e agire di conseguenza, senza distogliere lo sguardo dalle vere questioni di rilevanza internazionale e dal diritto come strumento indispensabile per la risoluzione dei conflitti.

A suo parere come si potrebbe definire ciò che è accaduto a Tel Aviv? “Attentato” è il termine appropriato dato che non si conosce nulla dell’indagine e anche se sia ancora in corso una indagine obiettiva sulla morte di Andrea Parini?

Ci sono versioni discordanti, risultati di indagini preliminari che si contraddicono. Attendo il risultato finale delle indagini augurandomi che siano trasparenti e rigorose.  Altra cosa interessante è il fatto che il palestinese alla guida dell’auto, era un palestinese del ’48 ovvero di cittadinanza israeliana. Cioè un palestinese che, secondo la narrazione israeliana e che è promossa anche qui in Italia, non è per niente discriminato. Significativo, no? Qual è la condizione dei palestinesi del’48 vivendo proprio nel ventre dell’occupante? Sono per alcuni sensi più privilegiati degli altri ma rimangono a tutti gli effetti cittadini di serie B, da quando nel 2018 è passata la legge “Israele Stato-Nazione degli Ebrei”. Il mio mandato comprende la situazione nel territorio palestinese occupato dal 1967 e pertanto non include i Palestinesi cittadini di Israele. Quindi non mi compete una disamina approfondita sul livello di discriminazione cui questi ultimi sono soggetti. Tuttavia vi sono diversi rapporti (per esempio, Amnesty International e ESCWA) che documentano tale discriminazione nei confronti dei Palestinesi cittadini di Israele. Ma c’è anche un consenso sul fatto che la discriminazione nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione militare dal 1967 sia ben più severa perché include la legge marziale e l’esistenza di corti militari per giudicare i Palestinesi della Cisgiordania e un blocco marittimo, terrestre e aereo imposto da Israele su Gaza che dal 2006 limita l’accesso dei palestinesi ivi residenti a beni di prima necessità, compresi cibo, acqua, medicine e attrezzature mediche. È chiaramente importante mantenere l’attenzione sulla situazione di tutti i palestinesi sotto il controllo israeliano (incluso quelli in Israele) perché nessuno dovrebbe essere discriminato in virtù della propria identità nazionale.

Come si spiega il disinteresse dei principali media italiani per il violento pestaggio dei fedeli compiuto dalla polizia israeliana alla moschea di Al Aqsa.  

Ci sono diversi fattori che potrebbero contribuire all’assenza di copertura mediatica sui recenti eventi a Gerusalemme Est e alla moschea di Al Aqsa da parte dei media italiani principali. Potrebbe essere che le redazioni dei media italiani non considerino la questione israelo-palestinese una priorità o che esistano pressioni politiche e/o economiche che ne limitino la copertura. Potrebbe inoltre esserci una mancanza di conoscenza e di competenza tra i giornalisti italiani riguardo alla questione. Non escludo casi di autocensura da parte di giornali e giornalisti, a causa della strategia di bollare qualsiasi discussione critica sulle politiche ed azioni dello Stato israeliano come antisemita. Resta il fatto chela maggioranza dei media tradizionali in Italia parla della questione israelo-palestinese attraverso la narrazione di fatti specifici, quasi sempre quando sono coinvolte vittime israeliane, senza discutere il contesto storico e fattuale, e le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale perpetrate dall’esercito israeliano o dai coloni a danno del popolo palestinese. In tal senso la narrazione è vicina a quella propugnata dai governi israeliani, ed ignora tanto i palestinesi che gli israeliani critici delle politiche del governo, quanto centinaia di risoluzioni e rapporti ONU e di organismi non governativi. È molto importante continuare ad incoraggiare i media a fornire una copertura equilibrata e accurata dei fatti e i lettori a rimanere critici e cercare informazioni da diverse fonti per avere una visione più completa dei fatti.

Per gran parte della stampa occidentale un morto israeliano sembra pesare sulla bilancia di più rispetto a un morto palestinese, anzi a tanti morti palestinesi. Come se lo spiega?

Effettivamente questo doppio standard da parte di molti media italiani ed europei è un problema grave e preoccupante che contribuisce alla percezione distorta della realtà e alla mancanza di equilibrio nella copertura mediatica. Questa dinamica è stata resa accettabile al pubblico attraverso la narrativa predominante che enfatizza la minaccia percepita da Israele e minimizza la sofferenza dei palestinesi. Pertanto, la narrazione dominante nei media spesso dipinge i palestinesi come terroristi o agitatori, mentre gli Israeliani vengono dipinti come vittime. Ciò contribuisce alla deumanizzazione dei Palestinesi e alla diminuzione dell’empatia nei loro confronti. Un fattore che credo contribuisca a questa dinamica sono i gruppi di pressione pro-israele in molti paesi occidentali, che influiscono sulla copertura mediatica e sulle politiche dei governi. Questi gruppi additano qualsiasi critica allo stato israeliano come antisemitismo, creando un clima di intimidazione e di censura delle voci che esprimono opinioni diverse. Inoltre, la logica del conflitto falsa la natura asimmetrica della relazione tra Israele, Paese industrializzato e potente, e i Palestinesi, popolo oppresso e dal potere limitato. Questa asimmetria si riflette anche nella copertura mediatica, dove le morti di israeliani sono enfatizzate rispetto alle centinaia di palestinesi uccisi durante il conflitto.

Nel diritto internazionale, la legittima difesa comprendente anche l’utilizzo della reazione armata. La difesa della propria integrità territoriale e indipendenza politica è contemplata da una norma consuetudinaria che trova conferma nell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Se ne è parlato molto nell’ultimo anno riguardo al conflitto in Ucraina. Perché nel caso palestinese viene sistematicamente delegittimato l’utilizzo delle armi?

La legittimità dell’uso della forza per l’autodifesa è una questione fondamentale del diritto internazionale. Secondo il principio del jus ad bellum (termine latino che si riferisce alle circostanze in cui è lecito usare la forza militare da parte degli stati) l’uso della forza è legittimo solo in caso di una minaccia effettiva o imminente di attacco armato, e solo se l’uso della forza impiegata è necessario e proporzionato a tale attacco o minaccia imminente. Questo principio si applica anche all’occupazione militare, che, indipendentemente dalle circostanze della sua introduzione, costituisce essa stessa un uso della forza che deve rispettare i prerequisiti della legittima difesa.

La Striscia di Gaza è sotto assedio dal 2007 e le alture del Golan siriane sono sempre occupate da Israele nonostante la risoluzione 497 del Consiglio di sicurezza dell’ONU che dichiara nulla e senza effetti legali internazionali l’annessione israeliana di quella parte di territorio siriano. Quanto contano realmente le risoluzioni dell’Onu? E perché è impossibile farle rispettare?

La forza del diritto internazionale risiede nella capacità degli Stati di farlo applicare. In mancanza di una effettiva pressione da parte della comunità internazionale, Israele può continuare un’occupazione militare sempre più pressante in patente violazione del diritto internazionale, incluso i principi fondanti dell’ONU. Questo rappresenta una minaccia all’efficacia del diritto internazionale e all’autorità delle Nazioni Unite come organismo garante degli equilibri internazionali. L’eccezionalismo riservato ad Israele contribuisce a creare danni irreparabili al diritto internazionale e alla possibilità di risolvere conflitti nel rispetto delle leggi internazionali.

Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) promuove il boicottaggio di Israele in risposta alle sue politiche nei confronti dei palestinesi. Israele respinge il boicottaggio e combatte il BDS. Lei pensa che quella del movimento BDS sia una campagna legittima? 

Il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) è una campagna di pressione non violenta che mira a porre fine all’occupazione israeliana del territorio palestinese, al riconoscimento dei diritti dei palestinesi e alla fine della discriminazione contro di loro. Molti gruppi e individui a livello internazionale si sono uniti alla campagna del BDS, e questo ha suscitato una forte reazione da parte di Israele e alcuni suoi alleati, che hanno persino cercato di criminalizzare il BDS e le sue attività di solidarietà nei confronti dei palestinesi. Detto questo, il successo effettivo del boicottaggio é difficile da valutare in modo rigoroso visto che dipende da molti fattori. In ogni caso, il fatto che la campagna BDS sia stata in grado di suscitare una reazione così forte suggerisce che stia avendo un impatto significativo sulla discussione internazionale sui diritti dei palestinesi e sull’occupazione israeliana.

Amnesty, Human Rights Watch e anche l’Ong israeliana B’Tselem accusano Israele di praticare l’Apartheid contro i palestinesi.  Israele replica descrivendo questa accusa una forma di antisemitismo. Qual è il suo giudizio?

Dalla documentazione di vari episodi di attacchi ad hominem sferrati ai critici delle pratiche del governo israeliano verso i palestinesi si evince che uno degli strumenti chiave per castigare il dibattito su Israele/Palestina in Occidente sia stata la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA/ Alleanza Internazionale della Memoria dell’Olocausto). Tale definizione, oltre a non essere chiara, accorpa all’antisemitismo qualsiasi tipo di critica alle pratiche del governo israeliano. Purtroppo, tante istituzioni, incluso atenei e scuole pubbliche di ogni ordinamento (molti in buona fede altri sotto pressione politica) hanno adottato l’IHRA, strumento pericolosissimo per la libertà d’espressione e inadeguato a proteggere gli ebrei dall’antisemitismo che ancora esiste ed è reale. L’Italia ha un ordinamento giuridico solido e una costituzione che sono gli strumenti principi per la protezione da discriminazione e antisemitismo. Non serve una definizione, per altro criticatissima da centinaia di intellettuali e studiosi, prevalentemente storici della Shoah, del Genocidio ed esperti di religione e cultura ebraica, a proteggere dall’antisemitismo soprattutto quando questa é estremamente problematica e pericolosa come l’IHRA. Gli spazi del dibattito pubblico devono rimanere luoghi di esercizio del pensiero libero, e dovrebbero dunque rimanere indenni alle logiche e agli interessi della politica.

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