TERRITORI OCCUPATI: INCONTRO CON LA REALTA’ NEL PUNTO DI ESPLOSIONE

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 di Angela Godfrey-Goldstein

 Il destino di un villaggio beduino mette in luce la crudeltà dell’occupazione israeliana

 Common Dreams, 3 Maggio 2019

Khan al-Ahmar è un villaggio palestinese abitato da circa 180 Beduini che vi si insediarono nel 1953, dopo che l’esercito israeliano li aveva espulsi dal Negev. La scuola del villaggio è nota come “la scuola di gomme” per essere stata costruita dalla ONG italiana “Vento di Terra” utilizzando vecchi pneumatici come materiale da costruzione.

La collocazione geografica di Khan al-Ahmar è la chiave della sua importanza strategica poiché il villaggio si trova 8 km ad est di Gerusalemme, in mezzo a due colonie israeliane (Ma’ale Adumim e Kfar Adumim) e la zona rappresenta la parte più stretta della Cisgiordania (in senso est-ovest), per cui l’eliminazione del villaggio permetterebbe agli Israeliani di raggiungere due scopi: il collegamento delle due colonie e il taglio della Cisgiordania in due territori non comunicanti, eliminando nei fatti ogni possibilità di un futuro stato palestinese unificato. 

La demolizione del villaggio, richiesta dalle organizzazioni dei coloni, è stata approvata nel maggio 2018 dalla Corte Suprema israeliana, ma Netanyahu, pur avendo promesso che la demolizione avverrà “molto presto,” la rinvierà probabilmente fino all’avvenuto insediamento del suo nuovo governo. [Nota redazionale]

“Siamo passati solo per fare due chiacchiere amichevoli …” (Foto: Angela Godfrey-Goldstein)

Qui sul terreno, dove si vive la vita reale, le cose appaiono molto diverse. I Beduini del villaggio di Khan al-Ahmar sono in angosciosa attesa dei bulldozer militari israeliani, non di rami di ulivo in segno di pace. Chiamati “i guardiani di Gerusalemme” dal defunto presidente Arafat, la continua presenza dei Beduini alla periferia di Gerusalemme è la chiave per mantenere viva la soluzione dei due stati al tavolo delle trattative, nonostante il colonialismo d’insediamento israeliano e la strisciante annessione da parte di Israele – entrambi messi in atto per impedire la nascita di uno Stato Palestinese credibile.

L’anno scorso Beduini, Palestinesi, attivisti internazionali ed israeliani, tra cui un’organizzazione che co-dirigo, Jahalin Solidarity, hanno intrapreso una grande campagna per prevenire il crimine di guerra rappresentato dal dislocamento forzato e dalla demolizione del villaggio di Khan al-Ahmar e della sua scuola ecologica, costruita con vecchi pneumatici di automobili e fango, che ha reso noto quel villaggio e ne ha fatto conoscere così diffusamente la posizione sulla carta geografica.

Il piccolo villaggio ha ospitato migliaia di attivisti, e anche, si può dire, l’intero scacchiere diplomatico, accompagnato da una presenza massiccia e giornaliera dei mezzi di informazione, che hanno aderito ad una campagna non violenta per salvare la sua scuola-simbolo. Questa lotta è ormai in corso da un decennio ma in precedenza era stata combattuta principalmente presso l’Alta Corte israeliana. In più di un’occasione, ci sono state massicce manifestazioni non appena i bulldozer si preparavano alla demolizione. Il villaggio era totalmente sigillato dai militari, un fatto che getta luce sulla situazione di coercizione nella quale sono costretti a vivere 300.000 Palestinesi, senza diritti civili, nell’Area C che costituisce circa il 60 % della Cisgiordania.

Anche la Corte Penale Internazionale de L’Aia, che ha avuto alla sua attenzione fino dal 2016 il problema della dislocazione forzata dei profughi beduini, ha preso posizione, affermando: “L’evacuazione forzata ora appare imminente, e con essa si prospetta un’ulteriore intensificazione della violenza. Bisogna ricordare, come regola generale, che la vasta distruzione di proprietà private senza necessità militare ed i trasferimenti di popolazione in territori sotto occupazione costituiscono crimini di guerra secondo lo Statuto di Roma.”

Va ricordato, inoltre, che — contrariamente a una sentenza della Corte Suprema israeliana — l’esercito israeliano si è presentato il 1° gennaio a Khan al Ahmar, con fucili M16 semi-automatici che smentivano la loro pretesa di essere venuti solo per una chiacchierata amichevole, affermando: “Voi non potete restare qui. Dovete partire, e andrete a Nabi Musa.” Questo a dispetto dello stato di diritto, un altro valore democratico che dovremmo condividere con l’Occidente. La sua assenza è evidente sul terreno così come lo è la mancanza di libertà per l’Altro. E, di riflesso, per noi.

Tra l’altro, il sito in offerta a Nabi Musa, vicino Gerico, è a 400 metri dall’impianto di trattamento regionale delle acque nere reflue che serve l’intera area della Grande Gerusalemme. Questa offerta arriva dopo che i Beduini in questione avevano vigorosamente respinto la precedente “generosa offerta” del governo israeliano di spostarli vicino alla principale discarica di immondizia di Gerusalemme, dove negli anni ’90 oltre un migliaio di loro erano stati sfollati con la forza. Queste azioni israeliane rappresentano davvero dei crimini di guerra.

Tutto ciò contrasta con le recenti dichiarazioni sull’imminente lancio di un “accordo del secolo” fatte dall’imprenditore immobiliare/genero del presidente Jared Kushner, dall’avvocato immobiliare Jason Greenblatt, e dall’avvocato fallimentare/ambasciatore degli Stati Uniti/benefattore dei coloni degli insediamenti David Friedman. Chiunque li ascolti dovrebbe essere scioccato da questi mondi paralleli. Diamo soldi ai Palestinesi e così saranno liberi? Oppure, in quella libertà immaginaria, noi Israeliani capiremo finalmente che la nostra libertà dipende dalla loro? Più probabilmente, continueremo a vedere la libertà semplicemente come un tipo di evasione. Oppure carta bianca per l’anarchia criminale e un astuto furto di terra nello spirito della più cinica realpolitik.

Anche mentre celebriamo la Pasqua –il nostro esodo in libertà dalla schiavitù in Egitto– neghiamo la libertà a coloro che sono sotto il nostro “stato di forza” (e non “di diritto”). Mentre Khan al-Ahmar è sotto la minaccia di una distruzione imminente, il governo ha posto sotto coprifuoco per l’intera settimana di vacanze i trasporti nell’area palestinese più densamente popolata di Gerusalemme, Silwan, i cui 50.000 abitanti vivono vicino alla Moschea di Al Aqsa, appena fuori le mura della città vecchia. Nel frattempo, i nostri giovani si riversano in Egitto: 80.000 Israeliani hanno celebrato questa Pasqua nel Sud del Sinai, aggiungendosi ad una tendenza ormai accettata: lasciare Israele alla ricerca di una vita normale.

Il primo ministro Bibi Netanyahu ha fatto campagna elettorale su di una promessa di annessione parziale della Cisgiordania, con gli insediamenti di Gush Etzion (una delle maggiori fonti d’acqua) come primo obiettivo. Sono in atto politiche per costringere i Palestinesi alla resa. Tali politiche non sono così diverse dalla strategia per il dominio totale enunciata nel 1948 da David Ben-Gurion: “conquista e distruzione delle aree rurali che circondano la maggior parte delle città”, che ha portato al collasso e alla resa di piccole e grandi città affamate.

L’annessione israeliana de facto, anche se strisciante, dell’Area C, che secondo gli accordi di Oslo doveva essere sotto il controllo temporaneo di Israele solo fino al 1999, ha avuto un risultato simile, ed è stata probabilmente progettata proprio a questo scopo. Va poi considerato l’impatto dell’annessione israeliana derivante dai tentativi e dai maneggi di Kushner, che mantengono in forza l’occupazione e mantengono gli Israeliani in uno stato di paura, senza pace e senza libertà.

Ricordate il nostro primo ministro assassinato, Yitzhak Rabin? “Siamo abbastanza forti per uscire dal ghetto,” aveva dichiarato. Bibi invece predica la paura, negando a noi Israeliani e Palestinesi un futuro per cui valga la pena di vivere; incoraggiando, invece, il nichilismo dei sionisti cristiani (senza menzionare le beatitudini di Gesù Cristo), il militarismo neofascista, le alleanze con gli antisemiti, l’apartheid e i crimini di guerra che, per loro natura, creano le condizioni in cui prospera il terrore.

La cultura semi-nomade e pastorale dei Beduini è basata sulla libertà. Tradizionali proprietari terrieri del deserto, si spostano stagionalmente sulle loro terre selvagge, contrariamente alla narrativa israeliana “ufficiale” che li chiama “nomadi” al fine di espropriarli della proprietà della terra agli occhi del pubblico. La loro ricca cultura della sostenibilità è sotto attacco da parte del colonialismo d’insediamento israeliano, che ambisce persino a quelle terre del deserto sotto l’etichetta della “sicurezza” militare che, ancora una volta, ha poco a che fare con la sicurezza reale o l’integrazione regionale.

La società civile chiede ancora alla comunità internazionale, compreso il Congresso degli Stati Uniti, di agire con urgenza per impedire la demolizione di Khan al-Ahmar e della sua ormai celebre scuola.

La demolizione di questo pacifico villaggio mina le prospettive di una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese e mette incautamente in pericolo la sicurezza di Israele e di tutta la regione. La demolizione invia un messaggio destabilizzante al Medio Oriente, secondo cui “l’accordo del secolo” non è un piano di pace, non risponde alle sofferenze palestinesi e dà il via libera alle politiche israeliane più oppressive di demolizione, di colonialismo insediativo e di controllo di tutte le risorse vitali, minando al contempo la posizione dell’America e qualsiasi sua futura possibilità di presentarsi come mediatore.

I lettori dovrebbero chiedere ai propri rappresentanti se hanno il coraggio morale di sostenere i veri valori della libertà, dei diritti civili o della legge internazionale e di difendere i diritti dei Beduini. O se hanno intenzione di continuare a rimandare un sempre più problematico intervento. Quando esploderà la situazione? Vogliono forse restituire ai sionisti cristiani, cultori della morte, la tragedia di Armageddon “dove i re della terra sotto la guida del demonio alla fine della storia porteranno guerra alle forze di Dio”?

Qualcuno pensa che questa sia una vita normale?

Angela Godfrey-Goldstein dirige Jahalin Solidarity, un’organizzazione palestinese che si oppone all’occupazione israeliana. Attivista ambientale per quattro anni nel Sinai, in Egitto, e vincitrice del Rebuilding Alliance Peacemaker 2018, ha scritto un capitolo sul suo lavoro di 20 anni con i Beduini in un libro del 2018, pubblicato da Veritas: “Defending Hope”.

https://www.commondreams.org/views/2019/05/03/occupied-territory-reality-check-ground-zero

Traduzione di Maurizio Bellotto

 

Territori Occupati: incontro con la realtà nel punto di esplosione.

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