TESTIMONIANZA: a tutte le persone, le famiglie, le classi, le scuole, i gruppi di azienda che hanno “adottato” un/a bambino/a palestinese ferito/a, attraverso la Rete “Per Gazzella”

Roma, ottobre 2001

Care amiche e cari amici,

siamo ancora, come certamente voi tutti, sotto la forte emozione della tragedia dell’11 settembre, ma abbiamo deciso di non tardareoltre a scrivervi, perche’ è gia’ molto il ritardo che si e’accumulato nell’inviarvi, come ci eravamo impegnati, il resoconto del nostro secondo viaggio a Gaza.

La maggiore difficolta’ sta nello scegliere l’essenziale fra le decine e decine di cose che vorremmo dirvi e che, lasciate libere di passare dalla nostra testa ( e dal nostro cuore) al computer, riempirebbero pagine e pagine di una lettera- fiume, che conterrebbe dalla descrizione del paesaggio estivo di Gaza al racconto di ciò che ci hanno detto le cento e piu’ famiglie che abbiamo visitato, alle informazioni sul punto a cui è quella che fra noi chiamiamo la ” Rete per Gazzella” , ai propositi che abbiamo per il suo futuro sviluppo, alle storie dei bambini che piu’ ci hanno colpito, al resoconto minuzioso della parte economica (due delle tre persone che sono andate a Gaza lo hanno fatto pagando tutto di tasca propria e la terza- il giovane documentarista- ha offerto gratuitamente la sua opera e si è fatto rimborsare solo le spese del biglietto aereo) e così via.

Una lettera- fiume però, oltre ad obiettive difficolta’ postali, sicuramente vi annoierebbe e rischierebbe di essere cestinata.
Conterremo perciò questa lettera in una lunghezza accettabile e la limiteremo alla cronaca della consegna dei “vostri” soldi ai “vostri” bambini. Se vi interessa sapere di piu’, fatecelo sapere e vi faremo avere o la fotocopia degli articoli che Marisa ha scritto di ritorno dal viaggio e il resoconto scritto da Agnese o risponderemo volentieri a domande, osservazioni, dubbi sul nostro operato; per quanto invece riguarda lo sviluppo e la crescita della “Rete per Gazzella” fra due o tre settimane vi manderemo un documento informativo dettagliato.

Il nostro viaggio è cominciato il 31 luglio e siamo tornati a Roma il 10 agosto. A luglio non eravamo potuti partire perche’ i nostri partners palestinesi ( il Palestinian Medical Relief) non avevano forze sufficienti da metterci a disposizione. Siamo stati un po’ dubbiosi perche’ agosto era un momento pessimo per andare giù, specialmente per il caldo, ma poi ha prevalso il senso del dovere e abbiamo pensato che non era giusto che noi ce ne andassimo in vacanza lasciando i soldi in banca mentre i ragazzini palestinesi certamente avevano urgenza di averli. Il periodo e la situazione locale ( quasi ogni giorno Gaza era bombardata) hanno però provocato inattese difficolta’ per formare la squadretta disponibile. Chi sarebbe venuto volentieri ma doveva portare in vacanza la famiglia, chi francamente ci ha confessato di aver paura, chi non era più tanto sicuro del proprio inglese, chi non aveva i soldi sufficienti per pagarsi le spese del viaggio, chi, desideroso e pronto a venire con noi, non ci dava affidamento di quella robustezza fisica che ormai l’esperienza ci dice indispensabile per un lavoro così massacrante.
Cocciutamente non abbiamo mollato e alla fine si e’formata una squadretta quanto mai improbabile, composta da due “signore” un po’..attempate ( Marisa, 76 anni, Agnese superati i sessanta), e un giovane fotografo e documentarista ( Edoardo 28 anni.). Due di noi si conoscevano gia’ da tempo, ma il “trio” era del tutto inedito e la formazione ha avuto il suo “battesimo” solo al momento della partenza, all’aeroporto di Fiumicino: nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita della nostra amalgama. Che invece e’ risultata “sul terreno”( cioe’ alla prova dei fatti, fatiche notevolissime e pericoli potenziali) pressoche’ perfetta: abbiamo lavorato ( e spesso anche rischiato) senza ombra di cedimenti e di nervosismi, siamo andati d’accordo fra di noi e coi palestinesi, abbiamo sgobbato al massimo, ma abbiamo consegnato 110 buste con 500 shekel ciascuna nelle mani di altrettante famiglie, con ognuna delle quali abbiamo parlato portando la nostra solidarieta’ e la “vostra” amicizia concreta, facendo anche, ogni volta che e’ stato possibile, la foto dell'”adottato”. (Edoardo ha anche girato parecchio materiale che speriamo dia luogo a un “corto” da proiettare almeno nelle nostre iniziative)

Senza dubbio ci giudicherete poco modesti, ma possiamo assicurarvi che siamo soddisfatti e convinti di avere fatto tutto ciò che dovevamo. Cerchiamo ora di riassumervi i punti che pensiamo vi interessino di piu’:

***I compagni palestinesi del Medical Relief avevano compilato la lista coi 120 nomi dei bambini che noi qui avevamo gia’ dato in affidamento ( seguendo a nostra volta gli elenchi che per e-mail il Medical Relief ci aveva mandato). Le localita’ erano Jabalia, (campo profughi a nord di Gaza City), Khan Younis, Rafah. Di questi 120 bambini, sessanta li avevano gia’ visitati a marzo Marisa e Sergio che gli avevano consegnato la prima tranche delle vostre mensilita’. (400 shekel, pari circa a 220.000 lire). Gli altri sessanta erano nuovi affidamenti a cui dare per la prima volta una prima tranche. Abbiamo calcolato che sarebbe stato opportuno preparare 120 buste con 500 shekel ciascuna (pari cioe’ a circa 275/280.000 lire , equivalenti a un buon salario mensile di lavoratore qualificato).

***Seguendo gli elenchi, i nostri accompagnatori ( tenete presente che nei campi non ci sono strade ma viottoli e che anche nelle abitazioni fuori dei campi non ci sono ne’ numeri civici ne’ nomi delle vie) raggiungevano con noi- noi tre di Gazzella ci siamo divisi in due gruppi- le singole famiglie, lasciando il pulmino a una certa distanza e procedendo a piedi. Era evidente che nessuno ci aspettava sicche’ spesso dovevamo attendere un po’ fuori della porta perche’ la famiglia potesse accoglierci ( le donne in genere dentro casa non portano il velo, per esempio). In ogni casa chiacchieravamo con i genitori e col bambino, constatavamo lo stato della ferita, cercavamo di esprimergli al meglio i nostri ( e i vostri) sentimenti in modo che la nostra apparisse sì una forma di solidarieta’ umana ma anche un gesto di amicizia e di solidarieta’ politica. Dovunque, veramente dovunque, senza neppure un’eccezione, siamo stati accolti calorosamente e mai abbiamo avuto la sensazione che il nostro fosse interpretato come un gesto di pura e semplice carita’, privo di quella comprensione solidale per la situazione del popolo palestinese di cui ha tanto bisogno quella popolazione .

***Abbiamo trovato una situazione terribile da tutti i punti di vista. Khan Younis e Rafah ( dove l’altra volta gli israeliani non ci avevano fatti entrare) sono costantemente sotto il fuoco israeliano e alcune zone abitatissime sono letteralmente giorno e notte alla mercè dei missili anticarro e delle pallottole israeliane: e’ impressionante e indescrivibile vedere le case dove abitano i “nostri” bambini : buchi di proiettili sulle pareti, sui soffitti, alle finestre. Bambini feriti mentre giocano davanti a casa, mentre tornano da scuola, mentre vanno a comprare la Coca Cola. E non ci si può trasferire, mettersi in salvo, perche’ dovunque sarebbe lo stesso.
Abbiamo visto coi nostri occhi le abitazioni distrutte totalmente dai carri armati o rese inabitabili dai colpi di mortaio che hanno abbattuto i muri e da quando siamo tornati ci chiediamo quanti dei “nostri” bambini avranno nel frattempo perduto la loro casa.

E poi la disoccupazione di tutti ( i lavoratori, circa trecentomila che andavano in Israele sono a casa da un anno), l’esistenza di interi gruppi familiari, dieci, quindici persone dipendente dal sussidio o dalla farina, dallo zucchero, dal riso che arrivano quando arrivano, e che i vari enti internazionali o dall’Autorita’ palestinese distribuiscono quando e se li hanno.
E poi, ancora, forse la cosa peggiore di tutte, l’essere prigionieri a cielo aperto. Nessuno può muoversi per nessuna ragione dalla Striscia di Gaza perche’ gli israebloccano tutte le entrate e tutte le uscite. Ogni tanto, dopo defatiganti trattative, un convoglio sanitario riesce a trasferire all’estero ( Egitto, Arabia saudita, Giordania, Turchia) qualche ferito. Di posta neppure a parlarne: niente parte e niente arriva. Chi può usa l’e-mail, ma anche chi ha l’elettricita’ a casa e il computer ( un’esigua minoranza) di solito manca del telefono, sicche’ niente e- mail e Internet.

***I nostri partners palestinesi , il Medical Relief, lavorano per noi del tutto gratuitamente ( e ci ospitano gratis a Gaza) e con grande efficienza. Senza di loro la nostra attivita’ sarebbe impensabile.

***Qualche piccolo problema marginale lo abbiamo avuto.

Alcuni bambini sono risultati irreperibili: il piu’ delle volte si trattava di famiglie che si erano trasferite e i vicini o non sapevano dove o ci hanno dato informazioni troppo vaghe per riuscire a rintracciarli. In altri pochi casi ( a causa della traslitterazione dall’arabo in inglese, probabilmente sapete che in arabo non si scrivono le vocali) i nostri accompagnatori si sono accorti che lo stesso bambino compariva due volte nella lista con due nomi simili. Tutti errori che abbiamo corretto sul campo, sicche’ i destinatari reali sono risultati 110 anziche’ 120: possiamo assolutamente garantire di aver consegnato 110 buste a 110 famiglie ognuna delle quali aveva un bambino ferito. Delle dieci buste avanzate per i motivi su esposti, sette ce le siamo portate indietro, mentre tre le abbiamo lasciate a un accompagnatore fidatissimo che ci ha gia’ fatto avere via e-mail il riscontro ( nominativo, ferita, localita’ ) della consegna ad altrettanti bambini feriti.

***Osservazioni collaterali: le bambine ferite sono pochissime, perche’ in genere non sono esposte come i maschietti; la fascia d’eta’ piu’ colpita va dai 13 ai 15/16 anni e talvolta infatti, controllando l’eta’, ci siamo accorti che qualche quattordicenne era un quindicenne, o addirittura un sedicenne. Ma non siamo stati fiscali perche’ di fronte a una situazione così drammatica ci è sembrato assurdo questionare su qualche mese in piu’ o in meno. Le condizioni sociali sono tutte ovviamente al limite, ma pure abbiamo constatato che ci sono famiglie piu’ bisognose ed altre se non proprio benestanti, almeno con un livello di vita dignitoso. Anche a questo proposito non e’ facile per noi che veniamo da una situazione tanto diversa dare dei giudizi: abbastanza spesso in famiglie che pure sono evidentemente povere, siamo stati accolti in una stanza con un bel divano e delle belle poltrone e abbiamo faticato a capire che essa rappresenta l’unico, e certamente sudatissimo, segno di un’ospitalita’ e di una dignita’ essenziali per quella cultura. Anche la presenza frequentissima di antenne satellitari, lungi dal significare benessere (costano pochissimo) indica invece l’estremo interesse che praticamente tutte le famiglie nutrono per la situazione politica e la loro volonta’ di seguirla direttamente.

Dato che comunque abbiamo scrupolosamente preso nota di tutto, elenchi alla mano, proporremo che alcuni affidi terminino con questa tranche di soldi e altri continuino anche oltre le 660.000 previste per ogni affido. Informeremo comunque i singoli affidatari delle nostre eventuali proposte.

Ci siamo inoltre accorti che il criterio che abbiamo finora adottato a Roma preferendo per gli affidamenti le ferite che ci parevano più gravi (per esempio una ferita all’ addome da privilegiarsi rispetto ad una a una gamba) richiede correzioni sul campo perche’ talvolta una pallottola all’addome può non aver lasciato conseguenze gravi mentre una alla gamba e’ causa di menomazione permanente.

***Concludendo, vorremmo condividere con voi una riflessione di fondo. Si fanno affidamenti a distanza per bambini di tutte le parti del mondo. E tutti certamente hanno ragion d’essere e vorremmo che si moltiplicassero sicche’ non ci fosse famiglia italiana che non avesse un piccolo affidato in qualche parte del mondo. Non solo per un sacrosanto desiderio di aiutare il prossimo, ma per un altrettanto sacrosanto senso di giustizia accompagnato dalla volonta’ di scindere le nostre responsabilita’, almeno individualmente, da quelle di coloro che accettano e perpetuano la divisione del mondo in una parte di ricchi e di sazi ed un’altra di poveri e di affamati, in una parte che opprime ed un’altra che e’ oppressa. Non e’ giusto: noi e voi vogliamo fare qualcosa per cambiare, convinti che cambiare e’ possibile. Ognuno lo fa con come crede meglio ( in termini politici, religiosi, sociali) e noi della Rete per Gazzella lo facciamo anche (ma non solo) volendo bene, e aiutando solidarmente un piccolo palestinese.

E’ un’adozione difficile, diversa ( non migliore o peggiore) da altre piu’ semplici e dirette: il contatto col ragazzo adottato da’ poche soddisfazioni ( per esempio manca quasi totalmente il rapporto epistolare diretto ) ma vi assicuriamo che e’ utilissimo e politicamente e umanamente molto ricco. Tutti in Palestina hanno lodato il fatto che i soldi li consegniamo direttamente alle famiglie, non solo, ci hanno detto, perche’ così evitiamo dispersioni, ma specialmente perche’ in questo modo, assieme all’aiuto materiale, arrivano la solidarieta’ e il calore umano di amici lontani che condividono le ragioni per cui il popolo palestinese lotta.

***Noi facciamo quel che possiamo: siamo pochi e non sempre molto efficienti. La nostra forza siete voi: contiamo su di voi.
Continuate l’affido e convincete amici, colleghi, parenti, classi, scuole, reparti di lavoro a seguire il vostro esempio. Ci auguriamo che molti di voi proseguano l’affido oltre le prime 660 000 lire ma abbiamo anche bisogno che chi abbandona sia rimpiazzato: vorremmo arrivare nel 2002 a dare un aiuto a 500 bambini e bambine della Striscia di Gaza. E’ un obiettivo molto ambizioso ma se assieme ci diamo, vi date, da fare lo raggiungeremo.

Ciao, un abbraccio da

Agnese, Edoardo e Marisa

http://www.gazzella-onlus.com/a016.html

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