TESTIMONIANZA DA GAZA – di Patrizia Cecconi

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4 agosto 2018

C’è chi le ferite le nasconde, chi ci piange sopra e chi le mostra con orgoglio, perché sono il segno della propria forza, quella che non teme le armi del nemico.

Durante i venerdì della grande marcia lungo il confine dell’assedio israeliano, di ferite mostrate con orgoglio ne ho viste tante. Ho visto marciare ragazzi e adulti sulla sedia a rotelle perché resi invalidi dagli assedianti, ne ho visti tanti camminare sulle grucce e qualcuno addirittura con un fiore sulle bende mostrate con romantico orgoglio.

Così Ahmed Yahya Atallah Yaghy, 25 anni, ferito qualche venerdì fa, non si lasciava prendere dalla rassegnazione ma “vanitosamente” si faceva un selfy perché ci fosse prova del suo coraggio e della sua dignità di combattente pacifico contro un nemico armato di tutto, comprese le complicità internazionali che ne rendono impuniti i crimini contro l’umanità.

Ieri Ahmed Yahya è andato alla grande marcia nonostante la sua gamba ferita. I cecchini gli hanno sparato di nuovo.

Stavolta non ha potuto aggiungere un selfy, stavolta lo hanno ucciso. 

Non solo una nuova vittima dell’assedio, ma un nuovo martire, un nuovo testimone della criminalità israeliana.

Tutto questo sangue alimenterà ancora la resistenza gazawa o verrà gettato dentro una fossa comune coperta dagli “affari e affarucci” del secolo che, dopo aver affamato e tentato di avvilire i gazawi, vogliono tacitarli con qualche contentino spostato verso l’Egitto?

Qualcuno dice no, anche qualcuno dentro l’OLP come Tayseer Khaled del Fronte democratico. Qualcuno invece comincia ad essere possibilista. Voci sussurrate dicono che anche alcuni leader di Hamas stiano concordando per compromessi chiamati tregua. A noi non spetta il compito di giudicare, ma il diritto di osservare, provare a capire e quindi il diritto di esprimerci, quello sì.

Per ora stiamo alla finestra.

Israele intanto ha sequestrato un’altra nave che tentava di andare a Gaza portando medicinali, ribadendo il suo ruolo di padrone indiscusso, e ovviamente impunito, di cielo, terra e mare di Gaza. 

Non sappiamo se la Grande marcia andrà avanti. Certo, potrà essere fermata ma, come i tunnel che hanno reso celebre la resitenza gazawa, forse, se sarà fermata, seguiterà a camminare sotto la superficie visibile, forse in silenzio, ma seguiterà a camminare dentro lo spirito indomito di qualche migliaio di palestinesi. Per quanto tempo? un anno, un secolo? Non possiamo saperlo, ma la Storia insegna che ciò che non è risolto si ripresenta. Come un incubo per il vincitore, come un diritto da riconquistare per il vinto.

Onore ai martiri. Frase ripetuta e ancora profondamente sentita. “Onore ai martiri”, forse finirà per diventare una frase rituale, magari anche con un monumento su un porto aperto alla navigazione gazawa che però non sarà a Gaza ma in Egitto….

Insomma, quando la fame chiama con voce imperiosa, c’è sempre la possibilità di vendere qualche fratello per un piatto di lenticchie o, mutatis mutandi, per un affare o affaruccio del secolo. E comunque, onore ai martiri e ai resistenti.

 

TESTIMONIANZA DA GAZA – di Patrizia Cecconi

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