Testimonianze dal massacro censurato – DEIR YASSIN

15 LUGLIO 2017

 

Un giovane legato ad un albero e bruciato. Una donna e un vecchio sparati alla schiena. Ragazze allineate lungo un muro e sparate con un fucile mitragliatore. Le testimonianze che Neta Shoshani ha raccolto sul massacro a Deir Yassin rendono difficile la lettura anche dopo 70 anni dopo il fatto. Alcune di esse saranno mostrate nel nuovo film ‘ Born in Deir Yassin ‘ e altre stanno per essere pubblicate per la prima volta. Ad oggi, lo stato sta censurando le fotografie del massacro.

Di Ofer Aderet
15 luglio 2017

Per due anni ad oggi un documento di difficile la lettura è rimasto a giacere negli archivi dell’associazione che commemora l’eredità di Lehi – la milizia clandestina dei Combattenti per la Libertà del pre-stato di Israele. Leggerlo potrebbe riaprire una ferita sanguinante dai giorni della Guerra di Indipendenza che ancora oggi agita una grande quantità di emozione nella società israeliana.

“Venerdì scorso insieme ad Etzel” – l’acronimo per l’Organizzazione Nazionale Militare, conosciuta anche come Irgun, un’altra milizia clandestina, guidata da Menachem Begin – “il nostro movimento ha portato avanti una tremenda operazione per occupare il villaggio arabo sulla strada Tel Aviv – Gerusalemme – Deir Yassin. Ho partecipato a questa operazione nel modo più attivo”, ha scritto Yehuda Feder, il cui nome di battaglia in Lehi ( nota anche come la Banda Stern) era “Giora”.

Più avanti nella lettera, egli descrive in dettaglio la sua parte nel massacro che ebbe luogo là. “Questa era la prima volta nella mia vita che gli arabi cadevano sotto le mie mani e i miei occhi. Nel villaggio ho ucciso un arabo armato e due ragazze arabe di 16 o 17 anni che stavano aiutando l’arabo che stava sparando. Le ho messe contro un muro e le ho fatte esplodere con due caricatori del mio fucile Tommy”, ha scritto, descrivendo come ha condotto l’esecuzione delle ragazze con un fucile mitragliatore.

Oltre a questo, egli racconta del saccheggio nel villaggio con il suoi commilitoni dopo che era stato occupato. “Abbiamo confiscato un sacco di denaro e gioielli d’oro e d’argento caduti nelle nostre mani”, ha scritto. Conclude la lettera con le parole: “Questa veramente era una tremenda operazione e questa è la ragione per la quale la sinistra ci sta diffamando di nuovo”.

La lettera è uno dei documenti storici rivelati in un nuovo film documentario intitolato ‘Born in Deir Yassin’, della regista Neta Shoshani, che ha dedicato molti degli ultimi anni ad una ricerca storica comprensiva del massacro di Deir Yassin, uno degli incidenti costitutivi della Guerra di Indipendenza, che è rimasto una macchia su Israele ad oggi.

In anticipo dell’anteprima al Jerusalem Film Festival, Shoshani ha mostrato ad Haaretz le testimonianze che ha raccolto sull’incidente, Il risultato di un esteso scavo negli archivi insieme a interviste di approfondimento con gli ultimi partecipanti all’azione ancora in vita.
Alcuni di loro hanno rotto il silenzio di decenni quando hanno parlato con lei, spesso per la prima volta davanti ad una telecamera.

L’assalto al villaggio di Deir Yassin cominciò la mattina del 9 aprile 1948, come parte dell’Operazione Nachshon per irrompere attraverso la strada bloccata per Gerusalemme, con la partecipazione di circa 130 combattenti di Lehi ed Irgun, che ricevettero aiuto da Haganah – l’esercito pre-indipendenza. I combattenti incontrarono una tenace resistenza ed avanzarono lentamente attraverso i vicoli del villaggio mentre lanciavano granate e facevano saltare le case.

Quattro dei combattenti furono uccisi e decine feriti. Il numero degli abitanti arabi che furono uccisi là e le circostanze delle loro morti sono stati oggetto di disputa per molti anni, ma la maggior parte dei ricercatori afferma che 110 abitanti del villaggio, tra loro donne, bambini e vecchi, furono uccisi là.

“Correvano come gatti”, ha riferito il comandante dell’operazione, Yehoshua Zettler, il comandante per Gerusalemme di Lehi, come ha descritto gli arabi che fuggivano dalle loro case. Shoshani lo ha intervistato nel 2009, poche settimane prima della sua morte. Zettler ha negato che queste persone condussero un massacro nel villaggio, ma non ha speso parole per descrivere il modo con cui gli abitanti furono uccisi. “Non voglio dirle che eravamo là con i guanti da bambino. Casa dopo casa… mettevamo dentro dell’esplosivo e loro correvano via. Un’esplosione e andavamo avanti, un’esplosione e andavamo avanti, ed entro poche ore, mezzo villaggio non c’era più”, ha detto.

Zettler ha anche fornito un racconto crudele dell’aver bruciato i corpi di quelli che erano stati uccisi, dopo che il villaggio era stato occupato. “I nostri ragazzi fecero un numero di errori che mi fecero arrabbiare. Perché fecero quello?”, ha detto. “Prendevano le persone morte, le impilavano e le bruciavano. Là cominciava ad esserci del tanfo. Non era così semplice”.

Un altro racconto crudo è stato fornito dal prof. Mordechai Gichon, un colonnello sottotenente delle riserve delle Forze di Difesa di Israele, che era un ufficiale dell’intelligence di Haganah mandato a Deir Yassin quando il battaglione finì. “A me sembrava un po’ come un pogrom”, ha detto Gichon, che è morto circa un anno fa. “Se si sta occupando una postazione dell’esercito – non è un pogrom, anche se un centinaio di persone viene ucciso. Ma se si sta andando in un luogo di civili e le persone morte vi sono sparpagliate intorno – allora sembra come un pogrom. Quando i cosacchi irruppero nei quartieri ebraici, allora quello avrebbe potuto sembrare qualcosa come questa”.

Secondo Gichon, “C’era un sentimento di un considerevole massacro ed era difficile per me spiegarlo a me stesso, come se stessi facendo un’autodifesa. La mia impressione era più di un massacro che di qualsiasi altra cosa. Se questo è un argomento per uccidere civili innocenti, allora può essere chiamato un massacro”.

Yair Tsaban, un ex parlamentare di Meretz e ministro del governo, ha riferito nella sua intervista con Shoshani che dopo il massacro, cui egli non partecipò, fu mandato con membri delle Brigate della Gioventù a seppellire i corpi dei morti. “La ragione era che la Croce Rossa era tenuta a mostrarsi in qualsiasi momento ed era necessario cancellare le tracce [delle uccisioni] perché la pubblicazione di fotografie e testimonianze su quello che era accaduto nel villaggio avrebbe danneggiato molto l’immagine della nostra Guerra di Indipendenza”, ha detto.

“Vidi un numero di corpi”, ha aggiunto. “Non ricordo di avere incontrato il corpo di un combattente. Per niente. Ricordo per lo più donne e vecchi”. Tsaban ha testimoniato di avere visto abitanti sparati alla schiena e ha respinto le affermazioni di alcuni partecipanti all’azione che i locali erano stati colpiti in uno scambio di fuoco. “Un vecchio e una donna sedevano in un angolo di una stanza con la faccia al muro, e loro hanno sparato alla schiena”, ha ricordato. ” Non può essere successo nel fervore di una battaglia. In nessun modo”.

Il massacro di Deir Yassin ebbe molte ripercussioni. L’Agenzia Ebraica, i capi rabbini e i capi di Haganah lo condannarono. La sinistra l’usò per denunciare la destra. All’estero, fu paragonato ai crimini dei nazisti.
In più, come lo storico Benny Morris nota nel suo libro ‘Righteous Vuctims’, “Deir Yassin ebbe un profondo effetto demografico e politico: fu seguito da una fuga di massa degli arabi dai loro luoghi”.

Shoshani si è interessata per la prima volta alla storia di Deir Yassin circa dieci anni fa, mentre lavorava al suo progetto finale alla Bezalel Academy of Arts and Design a Gerusalemme, che metteva a fuoco una documentazione visiva dell’ospedale psichiatrico statale di Kfar Shaul, che era stato costruito sulle terre di Deir Yassin dopo la guerra. Seguendo la sua documentazione del posto a come è oggi, con i suoi edifici che erano serviti agli abitanti del villaggio in passato e oggi sono parte dell’ospedale, voleva trovare anche immagini storiche del massacro che ebbe luogo là 70 anni fa.

Con sua sorpresa, trovò che l’impresa non era affatto semplice. “Su Internet ci sono fotografie di corpi che sono catturati come se fossero stati fotografati a Deir Yassin, ma sono di Sabra e Chatila”, dice, riferendosi al massacro del 1982 dai miliziani cristiani di centinaia di residenti dei campi di rifugiati palestinesi in Libano. “Nell’archivio dell’IDF mi hanno lasciato pubblicare fotografie dei combattenti di Deir Yassin prese da loro stessi”, ha continuato e ha mostrato una serie di foto che mostrano membri armati di Irgun e Lehi, ma nessuna traccia degli arabi che furono uccisi.

All’archivio di Haganah, dove Shoshani ha continuato la sua ricerca – ” come una bambina naive” – un’altra sorpresa l’attendeva. “Un uomo anziano è venuto verso di me, molto zitto zitto, mi ha portato in una stanza e mi ha detto che aveva preso fotografie immediatamente dopo il massacro”, ha detto.

L’uomo era Shraga Peled, 91 anni, che al tempo del massacro era nel Servizio Informazioni di Haganah. Ha detto a Shoshani che dopo la battaglia era stato mandato al villaggio con una macchina fotografica per documentare quello che vedeva. “Quando ho raggiunto Deir Yassin, la prima cosa che ho visto è stata un grande albero al quale era stato legato un giovane arabo. E questo albero era stato dato alle fiamme. Lo avevano legato ad esso e lo avevano bruciato. L’ho fotografato”, ha riferito.
Afferma anche di avere fotografato da lontano quelle che sembravano essere alcune decine di altri corpi raccolti in una cava adiacente il villaggio. Consegnò la pellicola ai suoi superiori, dice, e da allora non ha più visto le fotografie.

Probabilmente questo è il perché le fotografie sono parte del materiale visivo che ad oggi è nascosto nell’archivio dell’IDF e del ministero della difesa, di cui lo stato proibisce la pubblicazione anche 70 anni dopo il fatto. Shoshani ha rivolto una petizione all’Alta Corte di Giustizia circa un decennio fa come parte del suo progetto finale a Bezalel. Haaretz si è unito alla sua petizione.

Lo Stato ha spiegato che la pubblicazione delle immagini era soggetta a danneggiare le relazioni estere dello stato e il “rispetto per i morti”. Nel 2010, dopo avere visto le fotografie, i giudici della Corte Suprema hanno rigettato la petizione, lasciando il materiale lontano dagli occhi del pubblico. Nel frattempo Shoshani si è attivata per ottenere qualche altra foto collegata al massacro, fra esse una serie di immagini che documentano bambini orfani i cui genitori erano stati uccisi a Deir Yassin.

Il massacro di Deir Yassin continua a irritare chiunque tratti con esso, anche a distanza di 70 anni. Non tutti concordano con la caratterizzazione di “massacro”. Lo storico Uri Milstein, che studia le guerre di Israele, ha propagandato molto la tesi che non c’era stato alcun massacro nel villaggio. In molti articoli che ha scritto, afferma che questo è “un mito mendace” e un “libello di sangue” e che gli arabi morti furono uccisi in “una battaglia in un’area costruita”.
“Non penso che là qualcuno aveva intenzione di andare là ad uccidere bambini”, dice Shoshani, riassumendo il materiale che ha raccolto sull’incidente. Comunque, lei dice, “Questa non è una battaglia contro i combattenti ma piuttosto l’improvvisa occupazione del villaggio, In un confronto con gli abitanti che difendevano le loro case con mezzi scarni.
Ci sono anche stati casi, apparentemente isolati, di abitanti falciati, di ‘esecuzioni’, dopo che la battaglia era finita, con il proposito di deterrenza e di incutere paura”.

Il massacro di Deir Yassin era il primo di un numero di incidenti in cui combattenti ebrei furono coinvolti in uccisioni di civili nella Guerra di Indipendenza e dopo che la guerra era finita.

Un altro infame incidente fu quello a Kafr Qasem nel 1956, nel giorno della battaglia di inizio della Campagna del Sinai. 48 cittadini arabi israeliani furono uccisi dal fuoco della Polizia di Frontiera. Come nel caso di Deir Yassin, lo stato sta ancora censurando i materiali di archivio di Kafr Qasem .

Testimony from the censored massacre – Deir Yassin

A young fellow tied to a tree and set on fire. A woman and an old man shot in back. Girls lined up against a wall and shot with a submachine gun. The testimonies Neta Shoshani collected about the massacre in Deir Yassin make for difficult reading…

HAARETZ.COM

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

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