La nuova Gerusalemme

Scritto da Associazione

Creato Giovedì, 01 Agosto 2013 16:32

 

The Guardian/The Observer
27.07.2013
http://www.theguardian.com/world/2013/jul/27/the-new-jerusalem

 

La nuova Gerusalemme. 

Ebrei acquistano proprietà arabe nella Città Vecchia, al fine di “recuperare” il suo antico Quartiere Musulmano. Harriet Sherwood ha incontrato una famiglia decisa a non farsi sfrattare. 

di Harriet Sherwood

Nel cuore dell’antica Città Vecchia di Gerusalemme, la via Dolorosa – il percorso che Gesù, gravato dalla croce di legno, fece per il luogo della sua pubblica esecuzione circa due mila anni fa – inforca l’affollata arteria principale Ed Ward Street. Questo è il posto dove la famiglia Najib incontra un ostacolo quasi ogni volta uno di loro sale i consumati gradini di pietra per recarsi in quella che è la loro casa da tre generazioni.

Ebtahaj Najib

 Vivere in prima linea: Ebtahaj Najib, di 58 anni, sorveglia tre dei suoi nipoti. Essi condividono il loro appartamento di tre stanze con otto parenti.

L’ostruzione consiste in una guardia di sicurezza israeliana con un’arma a tracolla, un cappello da baseball che fa ombra al suo volto e un atteggiamento intransigente scritto sui suoi lineamenti. Secondo i membri della famiglia palestinese, se ne sta nel bel mezzo della scala buia, con il suo corpo che quasi colma lo stretto passaggio verso i piani superiori. 

Lui non si sposta, dicono. A volte, girato l’angolo, hanno distolto lo sguardo volendo evitare qualsiasi confronto. Talvolta giunti al loro piano discutono anche: “Lasciaci passare, questa è casa nostra, vattene dalla nostra strada.” Tali scontri possono portare a un effimero trionfo, ma raramente durano più di un secondo o due. In realtà, i Najib temono che loro e gli altri come loro stiano combattendo una battaglia che può darsi sia già perduta. 

Il contesto di questa battaglia è la Città Vecchia storica: una piccola enclave fortificata di meno di un chilometro quadrato all’interno di quella città tentacolare che è Gerusalemme, divisa in vaghi quartieri per musulmani, ebrei, cristiani e armeni. E’ il cuore del decennale conflitto israelo-palestinese, il centro per le tre grandi religioni monoteiste mondiali, e una calamita per i pellegrini e turisti provenienti da tutto il mondo. In questo crogiolo di fedi preti, rabbini e imam strisciano contro escursionisti dalle membra nude mentre se ne vanno per la loro strada sull’infido lastricato in lisce pietre dei suoi stretti vicoli. Branchi di pellegrini dall’Europa orientale, dall’Africa occidentale e dall’America latina si fanno largo a gomitate con ebrei ultra-ortodossi e musulmani devoti per recarsi a pregare alla chiesa del Santo Sepolcro, al Muro occidentale e alla moschea Al-Aqsa. 

Ma lontano dai negozi di souvenir che vendono cianfrusaglie religiose, scacchiere in legno di olivo e abiti da danza del ventre, una lotta religiosa e nazionalista fa crescere poco a poco le tensioni. I palestinesi affermano che il programma di “giudaizzazione” della Città Vecchia è in crescendo; coloni ebrei ideologicamente diretti e di ispirazione biblica insistono di stare semplicemente “redimendo” la terra donata loro da Dio. 

Nel quartiere musulmano della Città Vecchia, tra 31.000 palestinesi oggi vivono circa 1.000 coloni ebrei che si stanno appropriando delle case che sono state abitate da decenni se non addirittura da secoli da famiglie musulmane e fanno sventolare le bandiere di Israele dai muri e dai tetti delle loro proprietà. Sono i combattenti in prima linea di una battaglia più ampia – sostenuta dal governo israeliano, dalle autorità municipali e dai servizi di sicurezza – per garantire il controllo ebraico di Gerusalemme e ridurre al minimo la popolazione palestinese. 

Dodici membri della famiglia Najib – otto adulti e quattro bambini – vivono nelle tre stanze del loro appartamento al primo piano di El-Wad Street. Ebtahaj Najib, di 58 anni, si è trasferita nella casa il giorno in cui ha sposato il cugino nel 1973, e tutti i suoi nove figli sono nati e cresciuti in casa, compreso quello più anziano, di 38 anni, Youssef. Suo marito è morto otto anni fa. 

Com’è d’uso, le famiglie allargate palestinesi vivono insieme o nelle vicinanze, ma nella casa dei Najib non c’è spazio a sufficienza e alcuni dei figli sono stati costretti a trasferirsi fin dal matrimonio e da quando hanno messo su proprie famiglie.

 “Pensi che ciascuno abbia una propria stanza?”: una foto del patriarca della famiglia Najib, che acquistò l’appartamento al primo piano di Ed-Wad Street decenni fa. 

“Pensi che ciascuno abbia una propria stanza?” ride Ebtahaj quando le chiedo dove dormano gli altri componenti della famiglia. La risposta è: ammassati insieme, con i divani del salotto che, quando cala la notte, si trasformano in letti. 

Anche così, la casa dei Najib è spaziosa se comparata a molte del quartiere musulmano. Fasci di luce attraversano grandi finestre in un salotto dal soffitto alto, le cui pareti sono decorate con gli eleganti ritratti degli anni ‘50 del baffuto nonno di Youssef e dell’affascinante nonna col rossetto. Fuori dalla stanza, scarsamente arredata, un balcone si affaccia su negozi e caffè – il luogo del più noto humus della Città Vecchia, Abu Shukri, è pressoché lì sotto. 

Immediatamente sopra il balcone, cinque grandi bandiere israeliane pendono dal secondo piano. Per passanti occasionali, questi simboli dello stato ebraico, insieme con l’insegna ebraica sopra l’ingresso ad arco che annuncia la Sinagoga dell’Unione dei Combattenti di Gerusalemme nella Città Vecchia, mandano un messaggio chiaro: questo edificio è in mani di ebrei. La presenza della famiglia Najib è resa quasi invisibile. 

Negli ultimi 30 anni, nei piani superiori della casa dei Najib si è installata una yeshiva – un luogo per studi religiosi. Secondo i Najib, gli studenti, gli insegnati e le guardie di sicurezza armate presenti 24 ore su 24, fanno chiasso, gettano nettezza nella tromba delle scale e intimidiscono i bambini. “Ogni minuto – che sia mezzanotte, mezzogiorno, sera, mattina – cantano, pregano, fanno musica, sbattono porte, vanno su e giù per le scale. Ma mai ci rivolgono parola,” racconta Youssef. 

Alla yeshiva, nessuno è disposto a parlare al The Oserver, nessuno. Quando lascio la casa dei Najib sotto gli occhi attenti di una guardia di sicurezza situata in una garitta quasi di fronte alla porta di casa, un gruppo scende le scale. Chiedo di ascoltare la loro versione della storia. Si spingono oltre senza guardare negli occhi. Daniel Luria, il portavoce dell’Ateret Cohanim, l’oganizzazione responsabile della yeshiva, in un secondo tempo mi dice che nessuno dei coloni – un termine che rifiuta – nel Quartiere Musulmano sarebbe disposto a farsi intervistare. “Non è mai vantaggioso. Siamo sempre visti come l’occupante – i palestinesi sono sempre visti come i residenti,” afferma. 

Secondo il sito web dell’Ateret Cohanim, ateret.org.il, la yeshiva è “il centro spirituale di una comunità di circa 1.000 residenti nel cuore della Città Vecchia, nel cosiddetto Quartiere Musulmano”. E ora fa riferimento alla zona come al “ricostituito Quartiere Ebraico”. 

Ma Ateret Cohanim è molto più di un fautore di studi religiosi. E’ impegnato ad aiutare gli ebrei ad acquistare proprietà di arabi nella Città Vecchia e a Gerusalemme Est a sostegno di ciò che Luria chiama “redenzione fisica e spirituale” della città. Ateret Cohanim ha contribuito all’acquisto di almeno 50 immobili nel quartiere musulmano e prevede di costruirne un numero equivalente. 

Della storia complessa e violenta di questa città sono pieni innumerevoli libri. Non vi è alcuna controversia sul fatto che gli ebrei siano stati i suoi primi abitanti, ma anche la presenza di musulmani e cristiani si estende su molti secoli addietro.

 “Purtroppo alcuni arabi non sono venuti a patti con il fatto di avere ebrei che vivono nella porta accanto”: donne arabe sono sotto lo sguardo di soldati israeliani e, a sinistra, El-Wad Street. 

Più di recente, alla fine della guerra che ha fatto seguito alla dichiarazione dello Stato di Israele nel 1948, Gerusalemme era divisa, con la Città Vecchia sotto il controllo giordano, sul lato orientale della linea armistiziale , nota come Linea Verde. La popolazione ebraica all’interno delle antiche mura di pietra era ridotta a zero. 

Diciannove anni dopo Israele ha conquistato Gerusalemme Est nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, “liberando” – nella sua terminologia – la Città Vecchia. Gli ebrei sono ritornati a vivere vicino al luogo da loro venerato, il Muro occidentale e Israele ha dichiarato la “riunificata e indivisa” città di Gerusalemme quale sua capitale “eterna”. L’annessione israeliana di Gerusalemme Est non è stata mai riconosciuta dalla comunità internazionale. I palestinesi vogliono Gerusalemme Est sotto il controllo arabo come capitale di un futuro stato, ma Israele è determinato a opporsi a qualsiasi divisione o condivisione della città; da cui la politica dello Stato di istituire “quartieri” ebraici – colonie, per il resto del mondo – in aree dall’altra parte della Linea Verde pre-1967. Alcune di queste colonie sono grandi zone di sviluppo urbano, migliaia di unità abitative per israeliani ebrei in blocchi di appartamenti moderni. Altre sono minuscole sacche di sostenitori della linea dura nel cuore delle comunità palestinesi, dove la presenza dei coloni e delle loro guardie di sicurezza sono causa di frizioni e di animosità. 

Con poche prospettive in vista di un accordo di pace che coinvolga una Gerusalemme condivisa, Ateret Cohanim, uno dei fattori chiave delle sacche di coloni a sfondo religioso, sta aumentando e consolidando la presenza ebraica nei quartieri musulmano, cristiano e armeno della Città Vecchia. Secondo Luria, l’organizzazione “agevola gli acquisti”, ma di per sé stessa non compra proprietà. Questo è contestato dai suoi critici che sostengono che in realtà gestisce una rete di società di copertura, nel tentativo di nascondere in suo coinvolgimento nelle acquisizioni. 

Un rapporto – Jerusalem, the Old City – pubblicato nel 2009 dal Centro Internazionale per la Pace e la Cooperazione (IPCC) – un’organizzazione della società civile palestinese – ha riferito che Ateret Cohanim è stato “in prima linea nel processo di giudaizzazione della Città Vecchia”. Le proprietà venivano acquistate con tre diverse modalità, ha dichiarato: sostenendo trattarsi di proprietà storica ebraica e assicurandosi un ordine di sfratto del tribunale per i residenti palestinesi; prendendo in consegna la “proprietà assenteista” o usando transazioni equivoche, nelle quali l’identità dell’acquirente è celata. 

Luria nega che Ateret Cohanim utilizzi società di facciata, ma ammette che gli acquirenti talvolta usino intermediari palestinesi. “La legge araba afferma che un arabo dovrebbe essere ucciso nel caso in cui venda proprietà a ebrei,” dice. “E’ una vergogna in un paese democratico e moderno, ma talvolta gli arabi devono essere protetti. In alcune circostanze, lui non può comparire alla luce del sole come complice per la vendita. Per cui a volte vengono utilizzati degli intermediari arabi e vengono messi in scena salti mortali legali. Non in ogni affare, ma quando è necessario.” 

Secondo quanto dicono gli attivisti palestinesi, gli attuali obiettivi dell’organizzazione riguardano immobili vicini alla Porta di Erode, un centro comunitario palestinese nei pressi della Porta dei Leoni e abitazioni vicino al Piccolo Muro Occidentale, proprio sotto l’Haram al-Sharif o Monte del tempio. 

“Questo è il fulcro del popolo ebraico. Perché non dovremmo tornarci? Soprattutto se stiamo pagando fior di quattrini?” dice Luria. “Non stiamo cacciando fuori la gente. Gli ebrei dovrebbero avere la possibilità di acquistare qui come a Londra o a New York. Siamo gli indigeni di questa terra.” E aggiunge: “Gli arabi sono abusivi illegali che occupano questa terra.” Se un arabo si sente “a disagio” con gli ebrei che vivono nel Quartiere Musulmano, “peccato. Ma se non piace, non mancano altri paesi a maggioranza musulmana. Se loro non ci possono accettare, è un problema loro. Perché dovrei chiedere scusa o stare male?” 

Nonostante sia loquace sui diritti degli ebrei alla terra, Luria è reticente per quanto riguarda il finanziamento di Ateret Cohanim. Gli chiedo se Irwing Moskowitz, uno statunitense ottantenne magnate del bingo la cui omonima fondazione finanzia le attività dei coloni a Gerusalemme Est e che è ampiamente riportato regali milioni di dollari ad Ateret Cohanim, è uno dei suoi sostenitori. “Riceviamo donazioni da qui e dall’estero, ma non discutiamo a proposito di ogni individuo che sostiene l’organizzazione.” E’ tutto ciò che Luria è disposto a dire. Sostegno viene fornito anche dallo Stato di Israele, per lo meno sotto l’aspetto della sicurezza dei coloni. 

A pochi metri dalla casa dei Najib, al bivio tra la El-Wad Street e la via Dolorosa, la polizia di frontiera israeliana mantiene una presenza quotidiana, chiedendo, di routine, di vedere le carte d’identità dei palestinesi, dove vivono e dove stanno andando. “Non fermano mai gli ebrei,” dice Youssf Najib. “Sono qui per aiutare gli ebrei”

 “Questo è il fulcro del popolo ebraico. Perché non dovremmo tornarci? Soprattutto se stiamo pagando fior di quattrini?” : El-Wad Street nella Città Vecchia. 

Nel frattempo, nei vicoli stretti e nei cortili nascosti del Quartiere Musulmano la routine quotidiana della vita sta peggiorando a poco a poco. Negli ultimi 30 anni, la popolazione è raddoppiata, aggravando i già elevati livelli di sovraffollamento e di povertà. Un rapporto sull’economia palestinese pubblicato all’inizio di quest’anno da parte delle Nazioni Unite ha affermato che la densità abitativa nel Quartiere Musulmano era quasi tre volte superiore a quella nel Quartiere Ebraico e molte abitazioni palestinesi erano prive di acqua corrente e di un adeguato sistema fognario. Secondo IPCC, più dell’80% delle case hanno necessità di maggiori ristrutturazioni o di manutenzioni urgenti. 

Tre su quattro bambini nel Quartiere Musulmano vivono al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione è oltre il 30%. In queste strade la raccolta dei rifiuti è sporadica e quasi non ci sono spazi aperti per i bambini nei quali giocare. Il ricorso al lavoro minorile è molto diffuso. I tassi di abbandono delle scuole sono elevati. La violenza domestica e l’abuso di droghe sono in aumento. 

Una delle principali ragioni per la migrazione verso la Città Vecchia è il requisito israeliano riguardante i palestinesi di dimostrare che Gerusalemme è il loro “centro di vita” al fine della conservazione del valore prezioso dei loro diritti di residenza in città che offrono un maggiore accesso al lavoro, all’istruzione e alla sanità. Tra il 2006 e il 2011, sono stati revocati i diritti di residenza a Gerusalemme a più di 7.000 palestinesi; di fronte a una simile minaccia, altre migliaia dalle periferie e dai villaggi al di fuori Gerusalemme sono ritornati all’interno della città – compresa la Città Vecchia – per salvaguardare le proprie carte d’identità. Altri, che si sono trovati tagliati fuori dal centro della città dal grande muro di separazione in cemento armato, si sono trasferiti nella Città Vecchia per evitare i patiboli quotidiani ai checpoint. 

In cima a tutto ciò, afferma l’ONU, i palestinesi della Città Vecchia sono “presi a livello quotidiano tra le prime linee di interazione con i coloni israeliani e le autorità e le quell di una lotta per preservare e affermare l’identità culturale e politica palestinese e le sue radici islamiche e cristiane. Ciò ha comportato un crescente senso di assedio e di conflittualità per i residenti indigeni palestinesi che percepiscono essere a rischio i loro stili di vita, il sostentamento e la coesione sociale nel clima aspro che regna nella città vecchia, con la passione religiosa che degenera facilmente in tensioni comunitarie.” 

Luria respinge un quadro del genere. “Le famiglie ebree vivono nella parte vecchia della città a fianco con gli arabi, in alcuni casi anche nello stesso cortile. OK, non è necessariamente una bellissima infatuazione da adolescenti, ma è la coesistenza di base che è il meglio che si possa sperare per un luogo così esplosivo come Gerusalemme. Purtroppo alcuni arabi non hanno fatto i conti con l’avere ebrei che vivono alla porta accanto alla loro – arabi che, in generale, si fanno un problema vivendo in una patria nazionale ebraica. Ma la terra di Israele appartiene al popolo ebraico.” 

Nella casa sulla El-Wad Street – sotto le svolazzanti bandiere israeliane, insieme alle guardie armate di sicurezza e agli agenti di polizia israeliani, e dove il suono del muezzin della moschea di fronte a volte fa a gara con il canto delle preghiere ebraiche dalla yeshiva del piano di sopra – Youssef Najib si stringe nelle spalle quando gli chiedo se pensa che gli ebrei sono qui per restare nel Quartiere Musulmano. 

“Non ci daranno neppure la West Bank per farne uno stato, allora credi che ci restituiranno Gerusalemme Est?” risponde. Ma lui ha creato una sua personale linea di fronte nella battaglia per la Città Vecchia. Molte volte i coloni hanno bussato alla porta dei Najib per offrire denaro alla famiglia perché lasci l’immobile. Ma tutte le volte Youssef dichiara: ”Anche se mi darete l’intera ricchezza di Israele, non vi cederò la mia casa.” 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4366:la-nuova-gerusalemme&catid=41&Itemid=81

 

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ARTICOLO ORIGINALE

The new Jerusalem

   The Observer

In the Holy City, Jews are buying up Arab properties, aiming to ‘reclaim’ its ancient Muslim Quarter. Harriet Sherwood meets one family determined not to be moved.

Ebtahaj Najib

Living on the frontline: Ebtahaj Najib, 58, looks over three of her grandchildren. They share their three-room apartment with eight relatives. Photograph: Tanya Habjouqa for the Observer

In the heart of Jerusalem’s ancient Old City, the Via Dolorosa – the route that Jesus took, burdened by a wooden cross, on the way to his public execution almost two millennia ago – straddles the busy El-Wad thoroughfare. This is where the Najib family encounters an obstruction almost every time one of them climbs the worn stone steps to their home of three generations.

The obstruction is an Israeli security guard with a weapon slung across his body, a baseball cap shadowing his face and an uncompromising attitude written on his features. He stands, according to members of the Palestinian family, in the middle of the gloomy staircase, his body almost filling the narrow passage to the upper floors.

He doesn’t move, they say. Sometimes they edge past, eyes averted, wanting to avoid any confrontation. Sometimes they stand their ground, argue even: “Let us pass, this is our home, move out of our way.” Such encounters may bring a fleeting triumph, but rarely do they last longer than a second or two. In reality, the Najibs fear that they and others like them are fighting a battle that may already be lost.

The setting for this battle is the historic Old City: a small walled enclave of less than one square kilometre within the sprawling city that is Jerusalem, divided into loose quarters for Muslims, Jews, Christians and Armenians. It is the heart of the decades-old Israeli-Palestinian conflict, the centre for the world’s three great monotheistic religions, and a magnet for pilgrims and tourists from all over the world. In this crucible of faith, priests, rabbis and imams brush past bare-limbed backpackers as they make their way over the treacherously smooth flagstones of its narrow alleyways. Gaggles of pilgrims from Eastern Europe, West Africa and Latin America jostle with ultra-orthodox Jews and devout Muslims on their way to pray at the Church of the Holy Sepulchre, the Western Wall or the Al-Aqsa mosque.

But away from the souvenir shops selling religious trinkets, olive-wood chessboards and belly-dancing outfits, a religious and nationalistic struggle is ratcheting up tensions. Palestinians say a programme of “Judaisation” of the Old City is accelerating; ideologically driven and biblically inspired Jewish settlers insist they are simply redeeming land gifted to them by God.

Around 1,000 Jewish settlers now live among 31,000 Palestinians in the Muslim Quarter of the Old City, taking over homes that have been inhabited by Muslim families for decades or even centuries, and flying Israeli flags from the walls and rooftops of their properties. They are the frontline fighters in a broader battle – backed by the Israeli government, city authorities and security services – to ensure Jewish control of Jerusalem and to drive its Palestinian population down to a minimum.

Twelve members of the Najib family – eight adults and four children – live in the three rooms of their first-floor apartment on El-Wad street. Ebtahaj Najib, 58, moved into the house on the day she married her cousin in 1973 and all nine of her children were born and brought up in the house, including her 38-year-old son Youssef. Her husband died eight years ago.

By custom, Palestinian extended families live together or close by, but there is insufficient space at the Najibs’ house, and some of her sons have been forced to move out since getting married and starting families of their own.

A photo of the Nijab family patriarch

‘You think everyone has a room?’: a photo of the Najib family patriarch, who bought the first-floor apartment on El-Wad street decades ago. Photograph: Tanya Habjouqa for the Observer

“You think everyone has a room?” laughs Ebtahaj when I ask where the remaining family members sleep. The answer is: crowded together, with the couches in the living room becoming beds when night falls.

Even so, the Najibs’ home is spacious compared to many in the Muslim Quarter. Light streams through large windows into a high-ceilinged living room, the walls of which are adorned with 1950s portraits of Youssef’s dapper, moustachioed grandfather and glamorous, lipsticked grandmother. Outside the sparsely furnished room, a balcony overlooks shops and cafés – the Old City’s best-known hummus place, Abu Shukri, is almost below.

Immediately above the balcony, five large Israeli flags hang from the second floor. To casual passers-by, these symbols of the Jewish state, along with the Hebrew sign over the arched entrance announcing the Synagogue of the Union of the Fighters of Jerusalem in the Old City, send a clear message: this building is in Jewish hands. The Najib family’s presence is rendered almost invisible.

For the past 30 years, a yeshiva – a place for religious study – has been based in the floors above the Najibs’ home. According to the Najibs, the students, teachers and round-the-clock armed security guards make noise, throw garbage down the stairwell and intimidate the children. “Every minute – midnight, midday, evening, morning – they are singing, praying, playing music, slamming doors, coming up and down the stairs. But they never speak to us,” says Youssef.

Nobody at the yeshiva is willing to speak to the Observer, either. As I leave the Najibs’ home, under the watchful eyes of a security guard stationed in a sentry box almost opposite the family’s front door, a group comes down the stairs. I ask to hear their side of the story. They push past without making eye contact. Daniel Luria, the spokesman for Ateret Cohanim, the organisation behind the yeshiva, later tells me that none of the settlers – a term he rejects – in the Muslim Quarter would be willing to be interviewed. “It’s never advantageous. We are always seen as the occupier – the Palestinians are always seen as the residents,” he says.

According to Ateret Cohanim’s website, ateret.org.il, the yeshiva is the “spiritual epicentre of a community of almost 1,000 residents in the heart of the Old City in the so-called Muslim Quarter”. It now refers to the area as the “Renewed Jewish Quarter”.

But Ateret Cohanim is much more than a promoter of religious studies. It is dedicated to helping Jews buy up Arab properties in the Old City and East Jerusalem in furtherance of what Luria calls the “physical and spiritual redemption” of the city. Ateret Cohanim has assisted in the purchase of at least 50 properties in the Muslim Quarter, and plans to build on that number.

The complex and violent history of this city has filled countless books. There is no dispute that Jews were its earliest inhabitants, but the presence of Muslims and Christians also stretches back over multiple centuries.

Arab women watched by Israeli soldiers in Jerusalem

‘Unfortunately some Arabs have not come to terms with having Jews live next door to them’: Arab women are watched by Israeli soldiers and, left, El-Wad street in the Old City. Photograph: Tanya Habjouqa for the Observer

More recently, at the end of the war following the declaration of the State of Israel in 1948, Jerusalem was divided, with the Old City on the Jordanian-controlled eastern side of the armistice line, known as the Green Line. The Jewish population within the ancient stone walls sank to zero.

Nineteen years later, Israel captured East Jerusalem in the 1967 Six Day war, “liberating” – in its terminology – the Old City. Jews returned to live close to their revered site of the Western Wall and Israel declared the “reunified, indivisible” city of Jerusalem to be its “eternal” capital. Israel’s annexation of East Jerusalem has never been recognised by the international community. The Palestinians want Arab-dominated East Jerusalem as the capital of a future state, but Israel is determined to resist any division or sharing of the city; hence the state’s policy of establishing Jewish “neighbourhoods” – settlements, to the rest of the world – in areas across the pre-1967 Green Line. Some of these settlements are big developments, housing thousands of Israeli Jews in modern apartment blocks. Others are tiny pockets of hard-liners in the heart of Palestinian communities, where the presence of settlers and their security guards causes friction and animosity.

With little prospect in sight of a peace deal involving a shared Jerusalem, Ateret Cohanim, one of the key drivers of religiously motivated settler pockets, is increasing and consolidating the Jewish presence in the Muslim, Christian and Armenian quarters of the Old City. According to Luria, the organisation “facilitates purchases” but does not buy property itself. This is disputed by its critics, who say it runs a network of front companies in an attempt to disguise its involvement in acquisitions.

A report, Jerusalem, The Old City, published in 2009 by the International Peace and Cooperation Centre (IPCC) – a Palestinian civil society organisation – said Ateret Cohanim was “taking the lead in the process of Judaising the Old City”. Properties were acquired using three different methods, it said: claiming historic Jewish ownership and securing a court order to evict Palestinian residents; taking over “absentee property”, or using underhand transactions, in which the identity of the buyer is concealed.

Luria denies that Ateret Cohanim uses front companies but concedes that buyers sometimes use Palestinian intermediaries. “Arab law says that an Arab should be killed if he sells property to a Jew,” he says. “It’s a disgrace in a modern, democratic country, but Arabs sometimes have to be protected. He can’t openly be a party to the sale in some circumstances. So Arab middlemen are sometimes used, and legal somersaults are performed. Not in every deal, but when necessary.”

The organisation’s current targets include properties near Herod’s Gate, a Palestinian community centre near Lion’s Gate, and homes near the Little Western Wall, just below the Haram al-Sharif or Temple Mount, say Palestinian activists.

“This is the heartland of the Jewish people. Why shouldn’t we return – especially if we’re paying good money?” says Luria. “We’re not kicking people out. Jews should be able to buy here, just like in London or New York. We are the indigenous people in this land.” He adds: “The Arabs are illegal squatters occupying this land.” If an Arab feels “uncomfortable” with Jews living in the Muslim Quarter, “that’s a shame. But if he doesn’t like it, there is no shortage of other countries with Muslim majorities. If they can’t accept us, that’s their problem. Why should I apologise or feel bad?”

Despite being loquacious on the rights of Jews to the land, Luria is reticent on the funding of Ateret Cohanim. I ask him if Irving Moskowitz, an octogenarian US bingo tycoon whose eponymous foundation funds settler activities in East Jerusalem and who is widely reported as giving millions of dollars to Ateret Cohanim, is one of his backers. “We receive donations from here and abroad, but we don’t discuss any individual who supports the organisation,” is all Luria is willing to say. Support also comes from the state of Israel, not least in the form of security for the settlers.

A few metres from the Najibs’ home, at the junction of El-Wad street and Via Dolorosa, the Israeli border police maintain a daily presence, routinely demanding to see Palestinians’ identity papers, where they live and where they are going. “They never stop the Jews,” says Youssef Najib. “They are here to help the Jews.”

Ed-Wad street, Old City, Jerusalem

‘This is the heartland of the Jewish people. Why shouldn’t we return – especially if we’re paying good money?’: El-Wad street in the Old City. Photograph: Tanya Habjouqa for the Observer

Meanwhile, in the narrow alleys and hidden courtyards of the Muslim Quarter, the daily grind of life is worsening little by little. In the past 30 years its population has doubled, exacerbating already-high levels of overcrowding and poverty. A report on the Palestinian economypublished earlier this year by the United Nations said housing density in the Muslim Quarter was almost three times as high as in the Jewish Quarter, and many Palestinian homes lacked running water and a proper sewage system. More than 80% of dwellings require major rehabilitation or urgent maintenance, according to the IPCC.

Three out of four children in the Muslim Quarter live below the poverty line, and unemployment is more than 30%. Garbage collection is sporadic in these back streets, and there are almost no open spaces for children to play in. The use of child labour is widespread; the dropout rates from schools are high. Domestic violence and drug abuse is on the rise.

A major reason for the migration into the Old City is an Israeli requirement for Palestinians to prove that Jerusalem is their “centre of life” in order for them to keep their valued residency rights in the city, giving greater access to jobs, education and healthcare. More than 7,000 Palestinians had Jerusalem residency rights revoked between 2006 and 2011; faced with such a threat, thousands more moved from suburbs and villages outside Jerusalem back into the city – including the Old City – to secure their identity papers. Others, who found themselves cut off from the city centre by the vast concrete separation wall, moved into the Old City to avoid daily checkpoint ordeals.

On top of this, says the UN, Palestinians in the Old City are “caught between the frontlines of interaction with Israeli settlers and authorities on a daily basis and the frontlines of a struggle to preserve and assert Palestinian cultural and political identity and its Islamic and Christian roots. This has entailed a growing sense of siege and conflict for indigenous Palestinian residents, who perceive their lifestyles, livelihoods and social cohesion to be at risk in the discordant climate reigning in the Old City, with religious fervour easily degenerating into communal tensions.”

Luria dismisses such a picture. “Jewish families are living in the Old City side by side with Arabs, in some cases even in the same courtyard. OK, it is not necessarily beautiful puppy love, but it is basic coexistence, which is the best you can hope for in a place as volcanic as Jerusalem. Unfortunately some Arabs have not come to terms with having Jews live next door to them – Arabs who in general have a problem living in a national Jewish homeland. But the land of Israel belongs to the Jewish people.”

In the house on El-Wad street – beneath the fluttering Israeli flags, along from the armed security guards and Israeli police officers, and where the sound of the muezzin from the mosque across the street sometimes competes with the chant of Jewish prayers from the upstairs yeshiva – Youssef Najib shrugs when I ask if he thinks the Jews are here to stay in the Muslim Quarter.

“They won’t even give us the West Bank for a state, so you think they’ll give back East Jerusalem?” he says. But he has created his personal frontline in the battle for the Old City. Many times settlers have knocked on the Najibs’ door to offer the family money to leave the property. But Youssef says: “If you give me the whole wealth of Israel, I will not give you my home.”

 

http://www.guardian.co.uk/world/2013/jul/27/the-new-jerusalem?CMP=twt_gu

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