To Exist is To Rexist. La nonviolenza nel cuore della Palestina

19 APRILE 2013    PUBBLICATO DA MARCO BESANA
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Nei nove anni trascorsi dalla sua costruzione, il muro di annessione che sventra Betlemme sì è coperto di moltissimi colori.

Scritte, disegni, tracce di un dolore gridato sul cemento grigio, prigione dei diritti e della libertà di un intero popolo.

Le immagini di “Handala“, il ragazzino che dà le spalle al mondo finchè il mondo smetterà di darle a lui; i disegni delle chiavi, simbolo della Nakba e dei profughi che ancora aspettano di ritornare nelle loro case; e poi colombe, fiori che sbocciano, fucili spezzati, icone sacre.

E scritte. Tante, tantissime scritte.

Una, in particolare, quella che riassume ciò che i Pellegrini di Giustizia di Pax Christi, ogni volta che tornano nelle terre martoriate della Cisgiordania, incontrano ed imparano.

To Exist is To Rexist“. “Esistere è Resistere”. Nei viaggi all’interno dei “luoghi-simbolo” della tragedia palestinese, sono molte le realtà che hanno deciso di lottare, di opporsi, di testimoniare un nuovo e possibile futuro di pace sotto un’unica bandiera: quella della “non-violenza“.

Ecco allora che la “Resistenza non Violenta” diviene l’unica risposta, l’unica via d’uscita da una quotidianità di soprusi e ingiustizie, l’unico modo di continuare ad “esistere”, appunto, in un dramma alimentato dal disconoscimento, dal silenzio, dall’indifferenza.

Resistono i giovani di Youth Against Settementes ad Hebron, la città dei Patriarchi trasformata in “ghost-town” dalle rappresaglie dei coloni di Shuhada Street, antico centro dei commerci oggi completamente deserto. Resistono con manifestazioni pacifiche, con attività di informazione e con battaglie legali, non ancora rassegnati – nonostante gli arresti di massa che sistematicamente si verificano – a vedere quello che era il cuore pulsante della loro città trasformato in zona morta.

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Resistono i beduini del Negev, il “cuneo” tra Egitto e Giordania che abitano da secoli, ma che il governo di Israele ha oggi destinato, per la gran parte, a zona militare. Israeliani loro stessi, resistono ad una politica che vieta ai suoi “cittadini di serie B” il diritto di abitare, coltivare e vivere quella che è sempre stata la loro terra, la terra dei loro padri e delle loro famiglie. Resistono ai cingolati che devastano i loro campi, alle ruspe che abbattono le loro case, ai soldati che, distrutti i villaggi, esigono il pagamento di multe troppo salate per una popolazione che vive di coltivazione e pastorizia.

Resistono, per continuare ad esistere, i villaggi di At-Twani e Aboud e quelli che popolano la Valle del Giordano, la cui sopravvivenza stessa è messa a rischio dal moltiplicarsi delle colonie israeliane. Illegali per la Comunità Internazionale, gli insediamenti impediscono alle comunità palestinesi l’accesso ai loro campi, si appropriano delle risorse idriche, ostacolano il passaggio dei bambini che, ogni mattina, tentano di raggiungere la scuola tra minacce, pietre, insulti dei coloni.

Resistono appellandosi al tribunale per difendere legalmente le loro terre, rifiutando la violenza, trasformando i loro prodotti e i loro manufatti nella voce della loro protesta.

Resistono le suore comboniane di Betania, continuando a dare istruzione e supporto ai pochi bambini che ancora frequentano la loro scuola, chiusa per tre lati su quattro dal muro di annessione. Isolate dalla comunità a cui hanno sempre dato aiuto, hanno deciso di continuare la loro missione, nonostante le pressioni per la chiusura dell’asilo e la drastica riduzione degli bambini che lo frequentano, confinati al di là del cemento.

Resistono le sorelle del Caritas Baby Hospital di Betlemme e le comunità cristiane della città, minacciate dall’ampliamento del muro che finirà per isolarle, per devastare i loro uliveti. Ogni venerdì, le suore dell’ospedale nato per assistere i bambini dei campi profughi e le famiglie in maggiore difficoltà, manifestano sotto al muro di Betlemme, sfidando la minaccia delle torrette di guardia e recitando un rosario per la pace e la libertà del popolo palestinese, che loro stesse definiscono “il più pacifista di tutti“.

Resistono le donne israeliane di “Machsom watch” che, contro il loro stesso Governo, si impegnano nelmonitoraggio di quanto accade ai check-pointResistono quelle centinaia di persone – lavoratori, madri, bambini di pochi anni – che ogni notte si svegliano per andare ad oltrepassarli, quei check-point. Resistono con compostezza e dignità nelle gabbie che li portano verso i posti di blocco, davanti ai giovanissimi soldati che li costringono a spogliarsi, che registrano le loro impronte digitali, che li schedano con noncuranza, che li bloccano per ore o li lasciano passare obbedendo per lo più al loro momentaneo gusto.

Resistono senza abbandonarsi non solo alla violenza, ma anche al nervosismo, alla paura, all’agitazione.Resistono con la fierezza che solo un popolo intimamente “pacifista” può avere.

To Exist is To Rexist” è molto di più di una frase sul muro che sventra Betlemme. È il significato più profondo della nuova “rivoluzione palestinese”, quella che ha capito – nelle sue diverse forme – che solo la non-violenza può riuscire a riscattare un popolo soggiogato da chi, di violenza, si nutre.

 

scritto da Marco Besana per Mosaico di Pace

fotografie di Marco Besana e Ilaria Brusadelli

http://www.lavocedinomas.org/news/to-exist-is-to-rexist-la-nonviolenza-nel-cuore-della-palestina

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