Tortura e morte per i richiedenti asilo deportati da Israele – di Lior Birger

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sabato 25 novembre 2017

Opinion Torture, Death at Sea: What Awaits Asylum Seekers Israel Deports 

“Aumento della rimozione” così il primo ministro Benjamin Netanyahu, alla riunione settimanale del governo di domenica, ha definito la nuova politica: i richiedenti asilo dovranno scegliere tra lasciare Israele per il Ruanda  o  essere imprigionati  a tempo indeterminato.

Fino ad ora, le deportazioni dei richiedenti asilo venivano eseguite nell’ambito di una partenza “volontaria“. Ora il governo vuole deportarli contro la loro volontà attraverso un accordo firmato di recente con il Ruanda, un paese che Israele chiama ripetutamente “sicuro” e “neutrale”.

Dozzine di dichiarazioni da noi raccolte  in Europa negli ultimi mesi da persone che “volontariamente” hanno lasciato Israele per il Ruanda e l’Uganda negli ultimi anni, dimostrano che i profughi sono sottoposti a tortura e in molti casi uccisi.

Le dichiarazioni che ho raccolto con Shahar Shoham e Liat Boltzman, evidenziano che in  Ruanda ai  deportati sono stati portati via  i documenti di transito ricevuti in Israele. Questi sono gli unici documenti di identità che hanno. Una persona locale li blocca in una stanza d’albergo avvertendoli che devono lasciare il paese entro pochi giorni. A volte sono minacciati e tutti i loro soldi vengono rubati al momento dello sbarco. Sono trasferiti a contrabbandieri che, in cambio di centinaia o talvolta migliaia di dollari, li mandano in Uganda. Da lì vengono trasferiti in modo simile al Sud Sudan, al Sudan e alla Libia, da dove provano ad attraversare il Mar Mediterraneo verso l’Europa. Senza documenti di identità, sono spesso soggetti a reclusione da parte delle autorità dei vari paesi. Sulla base di dozzine di testimonianze e altre ricerche, stimiamo che centinaia di persone siano morte nei campi di tortura in Libia o annegate in mare.

La barca ha lasciato la Libia alle 4 del mattino e dopo due ore il motore si è rotto”, dice Tesfay (uno pseudonimo), che abbiamo incontrato la scorsa estate nella piccola città della Germania occidentale, dove ora vive. Lasciò Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per alcuni anni in un albergo di Eilat. “Eravamo 500 persone forse 100 sono sopravvissuti. 10 sulla barca provenivano da Israele e solo tre ne uscirono vivi. Sette persone sono morte. Perché, per cosa? Non siamo persone ?

Abbiamo sentito una storia simile da Dawit (non è il suo vero nome) incontrato a Berlino. Ha vissuto in Israele per cinque anni e mezzo e ha lavorato in un ristorante a Tel Aviv. Come Tesfay anche lui ha circa venticinque anni. Dawit era felice di parlare in ebraico. Dopo quasi un anno in Europa teme di dimenticare  la lingua e  rimpiange  Israele, anche se la vita è stata difficile senza status di residenza.

Anche lui ha lasciato israele “volontariamente” per il Ruanda quasi due anni fa. Alcuni mesi prima, quando si recò a rinnovare il permesso di soggiorno temporaneo al ministero dell’Interno, fu mandato nel centro di detenzione di Holot nel Negev occidentale. Grande pressione fu posta su di lui perché  lasciasse Israele. Un lavoratore, che parlava la  nostra lingua, ci ha spiegato che era impossibile sapere quanti anni potevamo restare  in carcere e sarebbe stato  meglio per noi andarcene. Pensavamo che volesse aiutarci.

In Ruanda l’autorità locale promise a Dawit e ai suoi amici che potevano ottenere la residenza e il lavoro. Quindi anche lui è salito sull’aereo. Quello che è successo da quel momento si ripete nelle dozzine di altre dichiarazioni che abbiamo ascoltato: un sentiero lastricato di pericoli e di  morte.

Tra quelli che morirono c’era la moglie di Dawit al secondo mese di gravidanza. In Libia, i contrabbandieri misero i richiedenti asilo su due diverse barche e la sua barca, affollata da centinaia di altri, affondò. Quando Dawit ne parla, la sua voce trema e la sua fronte si riempie di sudore. Quando sono arrivato qui sono impazzito. Volevo uccidermi. Sentivo di non avere più niente al mondo. Così mi hanno mandato da un medico e mi hanno dato delle pillole. Nel Sinai, sulla strada per Israele, sei amici sono morti accanto a me. Mia moglie è morta in mare. Ricordo ognuno di loro, non mi lascerà andare.

I sopravvissuti alla politica israeliana che abbiamo incontrato in Europa sono tra i fortunati che sono riusciti a sopravvivere fisicamente al viaggio, ma  le loro cicatrici psicologiche non potranno mai guarire. In Germania il 99% degli eritrei riceve lo status di residenza. L’ottantuno percento ha ricevuto lo status di rifugiato completo nel 2016.

Anche in altri paesi  la percentuale degli Eritrei, che hanno ottenuto lo status di rifugiato, è molto altaNonostante lo status che hanno ricevuto in Germania, che include i sussidi sociali, Tesfay e Dawit pregano i loro amici in Israele di non partire per il Ruanda.

Le loro dichiarazioni non lasciano spazio a dubbi: “Aumento della rimozione” è un altro passo nel carcere e nella deportazione abusiva  dei richiedenti asilo in Israele. Per molti di quelli deportati è una condanna a morte.

Tortura e morte per i richiedenti asilo deportati da Israele – di Lior Birger

https://frammentivocalimo.blogspot.it/2017/11/lior-birger-tortura-e-morte-per-i.html

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