Tra Camp David e il Sinai

22/08/2011

Analizzare quello che accade è già difficile nella vita quotidiana. Non dobbiamo meravigliarci perciò se comprendere appieno prese di posizione fra Stati non sia facile.

Per cui se l’Egitto del dopo Moubarak appare, o viene fatto apparire come, prendere una forte presa di distanza dalla storia appena trascorsa, non significa che intenda staccarsi da accordi oramai decennali che lo legano a Israele e soprattutto US. 

L’auspicio che condividiamo con Paola Caridi è che pur mantendendo fede agli accordi di Camp David il nuovo governo non ammetta una nuova ‘Piombo Fuso’.

(fd)

(http://invisiblearabs.com/?p=3397)

Ma allora, Camp David è moribonda? E che succede tra Egitto e Israele. Tra il Cairo e Tel Aviv succede che la caduta di Hosni Mubarak ha certamente cambiato le relazioni. Soprattutto, non c’è più un uomo, come il vecchio Mubarak, abile nel tentare di salvare se stesso, indicare suo figlio Gamal come successore e mettere sull’altro piatto della bilancia quella sorta di pace fredda che aveva sostenuto per decenni. Hosni Mubarak non era mai andato a Gerusalemme, come invece aveva fatto il suo predecessore Anwar el Sadat, ma aveva sempre rispettato gli accordi. Con una freddezza sufficiente a salvarlo da attacchi più duri di quelli che già riceveva. Negli ultimi anni, però, la questione della successione aveva reso il suo ruolo e quello del suo capo dei servizi di sicurezza, Omar Suleiman, sempre meno solidi. Perché assieme alla strategia egiziana sul conflitto israelo-palestinese, in gioco era entrata un’altra variabile, molto meno difendibile. La repubblica ereditaria da passare a Gamal Mubarak.

E’ vero, l’opinione pubblica egiziana è in gran parte anti-israeliana. Ha spesso accusato il proprio governo di sottomettersi ai voleri dell’amministrazione americana. E dunque, questa era la lettura, ai voleri di Tel Aviv. A rendere ancora più instabile la posizione di Mubarak è arrivata anche quella stretta di mano con l’allora ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, proprio alla vigilia dell’attacco delle forze armate israeliane contro Gaza. Dicembre 2008. La guerra dei 22 giorni, Piombo Fuso. E poi gli accordi sul gas tra Israele ed Egitto, sui quali pesano da mesi, se non da anni, indiscrezioni pesanti di tangenti che toccano la famiglia Mubarak così come alcuni dei businessman a loro più legati.

Questa lunga premessa è per spiegare come mai l’ultimo eroe egiziano è un uomo che ha tolto la bandiera israeliana dal pennone che la teneva, su in cima al palazzone di Giza, quasi di fronte allo zoo, dove si trova l’ambasciata israeliana al Cairo. Ieri notte si è arrampicato, immortalato dalle foto scattate e subito postate su twitter, dove lo rintracciate cercando il tag #flagman. Oggi ha anche tenuto una conferenza stampa. Al posto della bandiera israeliana ne ha messa una egiziana: la pressione dell’opinione pubblica non può essere ignorata, dal Consiglio Militare Supremo, che ha mostrato una freddezza mai vista sinora. Ma non siamo alla rottura degli accordi di Camp David. Siamo solo a una posizione molto più nazionalista di quella di Mubarak. I militari egiziani uccisi dagli israeliani che avevano sconfinato, il 18 agosto scorso, sono sei, secondo la stampa del Cairo. Sei morti, che si assommano ai soldati morti in questi anni lungo il confine. Ora non sembra che l’opinione pubblica egiziana voglia più accettare, da parte di chi gestisce il potere, di insabbiare alcunché. E’ una delle ragioni per le quali non penso che ci sarà un attacco di terra da parte di Israele contro Gaza. Dall’altra parte di Rafah, confine meridionale della Striscia, c’è un altro Egitto.

C’è un bel reportage sul Sinai, su Al Masri al Youm. Firmato da Lina Atallah. Tanto per sottolineare – sempre – che la storia di questi ultimi giorni è molto più complessa, e che semplificare non serve a nessuno. A proposito, è molto probabile che la tensione sarà sempre più alta, nei prossimi giorni e settimane, man mano che si avvicinerà l’appuntamento al Palazzo di Vetro sul riconoscimento dello Stato di Palestina.

La foto è della collezione Matson, conservata nella Library of Congress.

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