Tra Haftar e Sarraj anche la “guerra dei barconi” – di Umberto De Giovannangeli

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ESTERI 26/07/2019 18:19 CEST

In this photo provided by Sea-Watch, migrants from a sinking inflatable dinghy try to board a Libyan coast guard ship during a rescue operation at sea in international waters off the coast of Libya on Monday, Nov. 6, 2017. Five migrants have died as a German nonprofit organization, Sea-Watch, and the Libyan coast guard tried to rescue them from their foundering boat in the Mediterranean, with each side blaming the other for the mishap. (Lisa Hoffmann/Sea-Watch via AP)

La strage di migranti di ieri è anche il frutto, avvelenato, della guerra per procura che da tempo sta martoriando la Libia. Una guerra dove tutto è lecito, anche l’utilizzo di migranti e rifugiati come arma di ricatto nei confronti dell’Europa e, in particolare, dell’Italia. È la “guerra dei barconi” condotta da coloro che si contendono il territorio, prim’ancora che il potere centrale, in Libia: l’uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar e il primo ministro del Governo di accordo nazionale (GNA) Fayez al-Sarraj. Loro, ma non solo. Perché nella “guerra dei barconi” sono attivi anche altri soggetti in armi: milizie, tribù, bande criminali, jihadisti, spesso in affari con i trafficanti di esseri umani. L’Italia è nel mirino. “Lanciamo un appello al mondo intero e all’Unione europea per porre fine alle politiche razziste del ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini, che in collaborazione con l’incostituzionale consiglio presidenziale di Fayez al-Serraj sono la ragione principale dell’accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia”, ha minacciato qualche giorno fa il generale Mohamed al-Manfour, comandante delle forze aeree dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (LNA) di Haftar.

Dall’altro lato della “barricata”, c’è al-Sarrai con la decisione, presa il 9 luglio scorso, di liberare 350 migranti del campo colpito dall’aviazione di Haftar, per indurre l’Italia a fare di più per aiutarlo nella guerra in corso. “La decisione di chiudere i centri di detenzione e la liberazione di miglia di persone detenute in quei veri e propri lager non ha nulla a che vedere con ragioni umanitarie – dice ad HuffPost una fonte indipendente a Tripoli -. Quei disperati sono utilizzati come ‘strumento di guerra’ da chi vuole essere consacrato, e finanziato, dall’Europa come Gendarme delle frontiere esterne”. Da questo doppio ricatto è possibile uscire solo ricercando una soluzione politica inclusiva al caos libico. È la consapevolezza che muove la nostra diplomazia, riaffermata dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.  Il dialogo tra Italia e Stati Uniti sulla crisi in Libia “va avanti in maniera molto stretta” perché “gli Stati uniti condividono l’importanza del Mediterraneo” e “si rendono conto che una soluzione della crisi libica riguarda non soltanto i Paesi vicini come l’Italia ma la stabilità internazionale”. Ad affermarlo è l’ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio, a margine della XIII Conferenza degli ambasciatori e delle ambasciatrici, che si è conclusa oggi alla Farnesina. “Tradizionalmente la Libia è fragile, non ha una tradizione di unità nazionale”, ha ricordato il diplomatico italiano. “Ma quello che si è capito ancora dagli ultimi avvenimenti è che nessuno, da solo, né in Libia né fuori dalla Libia, può risolvere i problemi. Bisogna lavorare insieme”. Neppure il generale Haftar, nei confronti del quale sembra esserci stato nelle ultime settimane un riposizionamento di Washington, può rimanere escluso dal dialogo per una soluzione della crisi. “Haftar certamente è un leader importante, è una componente essenziale, rappresenta una parte del Paese. C’è bisogno del lavoro di tutti”, ha commentato Varricchio.

La stabilizzazione della Libia rappresenta una priorità per l’Italia e il suo interesse nazionale, aveva ribadito il presidente del Consiglio, mercoledì scorso, nel corso del “question time” alla Camera dei deputati, rispondendo all’interrogazione sulle iniziative diplomatiche volte alla ripresa di un percorso di pacificazione e stabilizzazione della Libia da parte del deputato di Forza Italia Mara Carfagna. Conte aveva sottolineato che attualmente il governo continua a lavorare su diversi livelli per il raggiungimento di due principali obiettivi: una rapida de-escalation del conflitto che possa condurre a un cessate il fuoco attraverso l’iniziativa dell’Onu e facendo pressione sui principali attori regionali per porre fine al sostegno attivo alle parti in campo; il riavvio del processo politico guidato dalle Nazioni Unite nella ferma che convinzione che non esiste una soluzione militare alla crisi. “Nei rapporti con le controparti libiche – aveva aggiunto il premier – la posizione italiana si ispira al principio di inclusività volto a coltivare un dialogo allargato a tutti gli attori coinvolti anche grazie all’ambasciata d’Italia”. Nel suo intervento Conte aveva sottolineato che a oltre tre mesi dall’offensiva lanciata contro Tripoli, la situazione in Libia è ancora in una fase di stallo, osservando che il bombardamento sul centro migranti di Tajoura rappresenta “un esempio eclatante degli effetti dirompenti della crisi in atto”. Il primo ministro, ha ricordato che l’Italia ha chiesto “l’avvio di un’inchiesta in merito da parte delle Nazioni Unite”.

Conte ha osservato che sin dall’inizio del conflitto il governo italiano ha “evidenziato il paradosso dell’offensiva su Tripoli, giustificata anche da sponsor internazionali come operazione antiterrorismo” ma che invece ha favorito la “recrudescenza del fenomeno”, con il rischio di “conseguenze su flussi migratori e sulla stabilità dei flussi petroliferi dal paese”. E il petrolio è l’altra arma di ricatto utilizzata dai signori della guerra libici. Da Roma a Bruxelles.” L’attualesistema libico di gestione della migrazione irregolare e di detenzione arbitraria di rifugiati e migranti deve cessare e deve essere in linea con gli standard internazionali”. È quanto affermano l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Federica Mogherini ed i due commissari Johannes Hahn e Dimitris Avramopoulos sul naufragio al largo della Libia. “L’Ue è pronta a sostenere le autorità libiche a sviluppare soluzioni per creare alternative sicure e dignitose alla detenzione nel pieno rispetto delle norme umanitarie internazionali e nel rispetto dei diritti umani”. “Abbiamo seguito quello che è accaduto” ieri nel Mediterraneo “e per la Commissione è un terribile promemoria del rischio che affrontano i migranti in questo viaggio pericoloso per l’Europa” Così si era espressa la vice portavoce della Commissione europea Natasha Bertaud commentando il naufragio avvenuto ieri a largo della Libia.

Il portavoce della Guardia costiera libica, Ayoub Gassim ieri aveva parlato di due imbarcazioni, con circa 300 persone stimate a bordo, capovolte nelle acque davanti a Khoms, circa 120 km a est della capitale Tripoli. “Stimiamo possano essere 150 i migranti affogati e morti”, aveva poi confermato un portavoce dell’Unhcr, Charlie Yaxley.  “Dobbiamo continuare a raddoppiare gli sforzi per prevenire che vite umane possano essere perse in mare e favorire i salvataggi. Abbiamo delle operazioni in corso dal 2015, ma dobbiamo proseguire il lavoro sulla redistribuzione dei migranti che arrivano in Europa che rimane urgente”, ha aggiunto la portavoce Ue. ” La portavoce ha poi precisato che la Commissione europea “questa mattina ha ricevuto dall’Italia una richiesta di svolgere un ruolo di coordinamento attivo per facilitare lo sbarco dei migranti soccorsi che si trovano attualmente a bordo della nave della Guardia costiera italiana Gregoretti”. E ha precisato: “Come già fatto in molti casi simili in passato” Bruxelles “prenderà ora contatti con gli Stati membri”. Il riferimento è ai 140 migranti salvati da un motopeschereccio e ora a bordo di una nave della Guardia costiera italiana. “C’e un soccorso di 140 immigrati con le nostre motovedette e ho già dato indicazioni che non venga assegnato un porto prima che non ci sia sulla carta la redistribuzione in tutta Europa di tutti i 140 a bordo”, avverte il vice premier e ministro dell’Interno  Matteo Salvini che è a Milano per visitare il Cpr di via Corelli, “Nessuno sbarcherà finché non ci sarà nome, cognome e indirizzo dei paesi che sbarcheranno questi immigrati, perché fidarsi è bene, ma faccio come San Tommaso”. E la storia continua, in attesa della prossima tragedia.

 

Tra Haftar e Sarraj anche la “guerra dei barconi” – di Umberto De Giovannangeli

https://www.huffingtonpost.it/entry/libia-la-strage-dei-migranti-e-la-guerra-dei-barconi_it_5d3b2566e4b0ef792e0bac42?utm_hp_ref=it-esteri

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