Tra intese e scioperi della fame

admin | October 12th, 2011 – 4:45 pm

Oggi non è solo il giorno dopo l’intesa tra Hamas e Israele sullo scambio di prigionieri. Prima che si sapesse alcunché sull’accordo, era stata indetta per oggi una giornata mondiale di solidarietà con le migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Si dice che 2000 detenuti siano oggi in sciopero della fame, in sostegi 240 che digiunano da due settimane. E la campagna è partita anche su twitter, con il tag #HS4Palestine, Hunger Strike for Palestine.

I prigionieri chiedono migliori condizioni e soprattutto la fine dell’isolamento per molti detenuti, simboleggiato – in questo caso – dall’isolamento di Ahmed al Saadat, il capo del Fronte Popolare. Lungi dall’essere confinato nella sola dimensione delle carceri e dei familiari dei detenuti, lo sciopero della fame è divenuto questa volta una campagna mediatica, con i digiuni di solidarietà partiti all’esterno delle prigioni. Un fatto unico, che si nutre anche dell’attivismo sulla Rete e dell’atmosfera cambiata nel mondo arabo, dopo l’inizio delle rivoluzioni. Tanto è vero questo, che per la prima da molto tempo l’autorità che sovrintende agli istituti penitenziari israeliani ha emesso un comunicato per dare dettagli sullo sciopero della fame, e per sottolineare che i detenuti che digiunano sono sotto stretto controllo medico. Quanto la protesta in corso abbia influito nel velocizzare l’accordo sullo scambio dei prigionieri non si sa. I detenuti di Hamas e Jihad islamica, per esempio, hanno appoggiato il digiuno, ma non vi hanno ancora partecipato, suscitando la reazione piccata degli altri detenuti. Fuori dalle celle e dalle carceri, comunque, per Hamas il consenso è determinante, e forse – nella strada palestinese – si sarà anche detto che era meglio non sacrificare un accordo per i pezzi grossi, e liberare quanti più detenuti era possibile.

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Non c’è, per il momento, nessuna voce critica, da parte palestinese, sull’accordo raggiunto ieri da Hamas e Israele sullo scambio dei prigionieri. Anche Mahmoud Abbas si è subito dichiarato contento dell’intesa. Contento, nonostante l’accordo sia un successo netto per Hamas. Khaled Meshaal ha infatti rubato ieri e oggi la scena a Mahmoud Abbas. E’ questa vittoria d’immagine, sul fronte palestinese, il primo risultato dell’accordo che ha chiuso oltre cinque anni di negoziato. Per mesi, il movimento islamista palestinese era rimasto oscurato dalla battaglia condotta – soprattutto dall’ANP di Ramallah – per ottenere il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Onu. Dietro le quinte almeno dall’intesa sulla riconciliazione palestinese dello scorso 4 maggio al Cairo.

Schiacciata dalla grande esposizione mediatica della battaglia all’ONU, dunque, Hamas incassa ora, con l’accordo su Gilad Shalit, un successo che mette in ombra proprio Abu Mazen. Perché l’accordo per il rilascio di 1027 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è un risultato che tocca tutte le famiglie, non solo a Gaza e non solo in Cisgiordania. E’ un risultato “nazionale”, ha detto lo stesso Meshaal, da Damasco, confermando che per il capo del bureau politico di Hamas – così come per Abu Mazen – la posta in gioco è quella della leadership nei confronti di tutti i palestinesi. E non solo della singola fazione. Non solo: mentre il riconoscimento dello Stato di Palestina deve ancora essere dibattuto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Hamas incassa una vittoria che tocca, nel quotidiano, mille famiglie palestinesi. Se dovesse andare in porto lo scambio, insomma, si tratterebbe di un risultato concreto, e non di una bandiera da sventolare su di un territorio che è definito solo – si fa per dire – dalle risoluzioni dell’Onu e dalla linea di un armistizio.

Sta succedendo, con il dossier dei prigionieri, quello che è successo nel 2005 con il disimpegno unilaterale israeliano da Gaza: Hamas incassa una vittoria non solo d’immagine, perché la percezione tra i palestinesi è che la linea tetragona, senza (troppi) compromessi seguita dal movimento islamista ottiene ciò che Fatah e l’ANP non sono mai riuscite a ottenere. Vera o falsa che sia, questa percezione, è quella diffusa nella strada.

La lista dei prigionieri, attentamente redatta negli scorsi anni da Hamas, è un esempio lampante di quale sia l’obiettivo politico islamista: riguadagnare il consenso allargato, fuori dai confini della militanza di partito. La questione dei prigionieri, per i palestinesi, è questione nazionale, e dunque nella lista sono stati messi tutti. Esponenti di Hamas, di Fatah, i laici del Fronte Popolare, quelli della Jihad Islamica. I detenuti di Gaza e della Cisgiordania, ma anche quelli di Gerusalemme est e i palestinesi di Israele. E proprio su quelli di Gerusalemme est e di Israele, negli scorsi mesi e negli scorsi anni, si era arenata la trattativa tra Hamas e il governo di Netanyahu. Per Hamas, era determinante che tutti i palestinesi – compresi quelli col passaporto israeliano, della Palestina storica – fossero nel negoziato. Israele, invece, aveva a un certo punto rifiutato il loro inserimento.

Nell’accordo firmato ieri, però, c’è un punto che gioca contro l’immagine ecumenica di Hamas. Ed è la mancata inclusione nella lista di Marwan Barghouthi e di Ahmed al Saadat, rispettivamente le due figure più importanti per Fatah e per il Fronte Popolare. Non ci sono loro, così come non ci saranno – sembra – anche alcuni pezzi da novanta dello stesso movimento islamista. Barghouthi e Saadat sono stati sacrificati sull’altare di un accordo che premia la debolezza di Netanyahu e quella di Meshaal? Barghouthi e Saadat, insomma, valgono bene un’intesa che salva Netanyahu dal crescente isolamento internazionale sulla questione delle colonie, e Meshaal dall’indebolimento a Damasco, mentre Bashar el Assad reprime violentemente la rivoluzione siriana? Sì. E assieme a questi elementi importanti, c’è anche la pressione montante del dossier prigionieri, sia per Israele sia per i palestinesi tutti.

I detenuti palestinesi nelle carceri israeliane sono migliaia. Difficile anche quantificarli, perché il loro numero varia molto: nel totale vanno e vengono i lavoratori palestinesi illegali che si fanno qualche settimana di detenzione, così come i ragazzi che lanciano pietre o che vengono arrestati per una parola di troppo a un soldato a un checkpoint. Dovrebbero ora essere seimila, ma il loro numero è arrivato sino a diecimila, negli anni recenti. Sono un mondo a parte, dimenticato – sempre – dalla comunità internazionale, se non fosse per il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che continua a occuparsene. Sono una ferita aperta, da decenni, nella società palestinese, perché in ogni famiglia c’è almeno un detenuto. Si calcola che dal 1967, 650mila palestinesi siano stati incarcerati da Israele, in quanto potenza occupante.

La vignetta è di Carlos Latuff, in sostegno alla giornata di solidarietà con i detenuti palestinesi, che è stata indetta oggi 12 ottobre.

I brano di oggi per la playlist è obbligato. I DAM, il più importante gruppo rap palestinese e tra i più importanti sulla scena araba ha scritto A letter from a prison cell, in solidarietà con i detenuti palestinesi. E al brano ha partecipato anche il Trio Joubran.

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