tra le tante parole di chi c’era (da lontano) …e poi i pensieri di chi c’era

At Twani, 25 novembre 2011

Dopo giornate di quiete e serenità, dopo tramonti rosei come il futuro che questa gente prospetta nonostante tutto costruendo nuove case, sistemando le strade e perfino abbellendo i muretti, si ritorna al crudo scontro con la realtà.
Ieri percorro correndo la strada che dal villaggio di At-Tuwani porta ad Umm Fagarah. scavalco i piloni che l’esercito qualche settimana fa ha demolito: dovevano portare l’elettricità lungo la strada e nelle case. Ma qui la gente guarda lontano:”li innalzeremo di nuovo”. Arrivo a Umm Fagarah e trovo numerosi mezzi dell’esercito israeliano che stanno demolendo delle abitazioni. Nel giro di mezz’ora il bilancio è di due case demolite, assieme alla stalla degli animali-durante la demolizione non è stato concesso ai palestinesi di avvicinarsi per portare in salvo alcuni animali, che sono quindi rimasti schiacciati sotto le macerie-, il generatore per la corrente e la moschea. Due ragazze vengono infine portate via con l’accusa di aver provato ad entrare nella loro casa prima della demolizione per portare fuori il salvabile.

Torno a casa arrabbiata ma soprattutto sconsolata per l’espressione grave e spaesata che scorgo negli occhi della gente. scavalco nuovamente i pali, e con un sorriso amaro cerco di non pensare alla speranza di quella frase che ora suona così male.Quale luce, per quali case?Quale preghiera, in quale moschea?

Questa mattina, al mio risveglio, sento come un fermento. La gente di Tuwani mi chiama: vuole andare a pregare sulle macerie della moschea distrutta. seguo la gente che cammina troppo svelta per il mio passo e quando, per ultima, giungo sul posto, la sorpresa più grande: almeno un’ottantina di persone stanno pregando in solenne silenzio.

Poco dopo quella che ormai è diventata una folla si attiva e inizia a ricostruire accanto a quel che resta della struttura demolita una nuova moschea. Nello stupore mi accorgo che intanto qualcun altro ha montato delle tende ed ha già provveduto a portare tè e cibo: si mangia tutti assieme.
Mentre piano piano le persone ritornano a casa, un ragazzo mi accompagna in una valle che si trova tra il villaggio e l’avamposto israeliano di Havat Ma’On: sei alberi di ulivo spezzati dai coloni.
Ma a quel punto non sento più l’amarezza. Documento l’accaduto e chiedo a Khalil: “quando si riproverà a far arrivare la luce ad Umm Fagarah?” “oggi ricostruiamo la moschea e le case, inshallah innalzeremo i piloni per la luce”.
Non m’importa più della reale possibilità che questo avvenga. La libertà oggi è poter dormire sotto il tendone con la propria famiglia, è pregare accanto ai mattoni per la nuova moschea. Domani ci sarà un altro obiettivo, un’altra lotta, inshallah un’altra conquista. La resistenza continua.

Una volontaria,
Operazione Colomba, Collettivo giovani Pax Christi

…e poi i pensieri di chi c’era
(ma non è riuscita a prender la parola dall’emozione)

26 novembre 2011, Bulciago.
Sono qui alla Giornata Onu per i diritti del Popolo Palestinese e mi sembra di essere contemporaneamente… in Palestina. Posso assaporarne i profumi, inconfondibili e indimenticabili, impressi nel mio cuore e nella mia mente.
Ho vissuto due mesi a Betlemme, lavorando come volontaria al Baby Caritas Hospital, l’unico ospedale pediatrico della Cisgiordania.
Da circa due anni ero in contatto con suor Donatella, responsabile della formazione continua e l’attesa è terminata e sfociata in un corso di massaggio rilassante, il Nurturing Touch, per infermiere e fisioterapiste.
Nurturing Touch significa tocco nutriente. Un tocco offerto con fiducia, amorevolezza, presenza!
Ho creduto fin dall’inizio alla possibilità e alla bellezza di “poter entrare” in Palestina attraverso il contatto corporeo, attraverso l’incontro di storie umane fatte di carne, quelle di ciascuno di noi.
Per otto settimane ho lavorato con sette gruppi di infermiere e uno di fisioterapiste, introducendole ai diversi movimenti nelle diverse parti del corpo, facendo loro sperimentare personalmente i benefici di questo massaggio.
Il lavoro consisteva in tre giorni di apprendimento e pratica nel gruppo e due giorni con i bambini nelle tre sezioni, due di pediatria e uno di prematuri/neonatologia.
Hanno potuto vedere con i propri occhi i benefici del loro contatto, della loro presenza: bambini che si tranquillizzavano, si addormentavano, contenti di lasciarsi accarezzare e coccolare.
Che bello sapere di poter offrire non solo medicine, flebo, ma una cura di affetto, carezze, calma, fiducia, dolcezza, capace di sviluppare gli aspetti psico-fisico-affettivi.
Purtroppo molti bambini, fin da piccoli, sperimentano il dolore, l’abbandono, la solitudine, il rifiuto; può essere un’occasione per loro e per chi li assiste di sentirsi bene, accettati, accolti.
Ho lavorato anche con le mamme, offrendo loro la possibilità di ricevere un massaggio.
Donne giovani, con il carico di una famiglia numerosa, attraversata dalle più svariate necessità.
Quasi tutte le donne che ho incontrato in un’ora di massaggio non parlavano inglese, ma era bello lasciar parlare le mani, lasciar esprimere alle dita un messaggio di accoglienza, condivisione, attenzione.
Quando lavoravo con loro sentivo di voler accarezzare tutta la Palestina e i palestinesi, desideravo che quella terra sentisse il calore di una mano, il suo tocco leggero, la cura attenta.
Una terra che da troppo tempo ormai viene distrutta da mani che vietano, violentano, uccidono, vorrei che trovasse sempre più mani che la sostengano, si prendano cura, si facciano carico.
Accarezzare non è semplice, il contatto fa sentire il dramma che ogni donna, ogni bambino, ogni uomo, portano impresso nella carne.
Il dramma dell’oppressione, del muro che soffoca, della dignità calpestata, della vita negata.
Accarezzare la Palestina, accarezzare i suoi figli, i suoi ulivi, le sue case, le sue colline, accarezzare i suoi sogni, le sue speranze, le sue resistenze e le sue lotte, le sue attese, accarezzare i suoi dolori che perforano il palmo delle mani e trafiggono il cuore.

Sara

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