Trasferire con la forza 30mila beduini in Israele

SATURDAY, 07 APRIL 2012 08:03 NEVE GORDON

 Il villaggio beduino “non riconosciuto”, Wadi al Na’am, circondato dalle industrie chimiche di Ramat Hovav

Il progetto di spostamento di intere comunità beduine in Israele e il loro trasferimento in città le depriverà del loro stile di vita e dei diritti di proprietà sulla terra.

“Non è cosa da tutti i giorni, il fatto che un governo decida di ricollocare circa lo 0.5% della sua popolazione secondo un programma di urbanizzazione forzata”, spiega Rawia Aburabia.  E aggiunge: “Esattamente quello che il Piano Prawer intende fare”.

L’incontro, con l’obiettivo di coordinare diverse azioni contro il Piano Prawer, è appena iniziato e Rawia, leader beduina che lavora con l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, è chiaramente demoralizzata. Ha capito che la possibilità di modificare il corso degli eventi è estremamente poco probabile e, alla fine, il governo trasferirà 30mila beduini del Negev e li porterà in nuove città. La conseguenza, la fine dello stile di vita rurale e la perdita dei diritti di proprietà sulla terra.

L’ira di Rawia è diretta a Ehud Prawer, il direttore della Divisione per la pianificazione politica presso l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu. Prawer ha ottenuto il posto dopo aver ricoperto la carica di vice direttore al Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele. Il suo compito è quello di implementare le decisioni del Comitato Goldberg per la Gestione della Comunità Araba nel Negev, offrendo una “soluzione concreta” al problema rappresentato da 46 villaggi beduini non riconosciuti dalla legge nella regione.

Sono circa 70mila le persone che attualmente vivono in questi villaggi, che per legge non possono collegare le proprie case alla rete elettrica, alla rete idrica e al sistema fognario. Anche le norme di costruzione sono applicate con severità e solo nello scorso anno circa mille case beduine e stalle per animali – a cui il governo si riferisce semplicemente con “strutture” – sono state demolite. Non ci sono strade asfaltate ed è considerato illegale apporre cartelli stradali lungo le strade principali per indicare dove i villaggi sono situati. Non aiuta neppure aprire una mappa, perché questi villaggi non sono segnati. Geograficamente, questi cittadini israeliani non esistono.

Storia

La relazione tra lo Stato e i beduini è stata difficile fin dall’inizio. Prima della creazione dello Stato di Israele, circa 70mila beduini vivevano in Negev. Dopo la guerra del 1948, tuttavia, ne sono rimasti solo 12mila: il resto è stato costretto a lasciare la propria terra o espulso in Giordania e Egitto.

Sotto le direttive del primo premier israeliano, David Ben-Gurion, la maggior parte dei beduini rimasti in Israele sono stati trasferiti forzatamente dalle terre in cui vivevano da generazioni e concentrati nella zona più arida del Nord-Est del Negev, conosciuta come Siyag(recinto). L’area è ampia un milione di dunam (1 dunam = 1 ettaro) e rappresenta meno del 10% del territorio del Negev. Attraverso tale processo di ricollocazione forzata, le terre più fertili del Negev sono state sottratte ai residenti arabi e consegnate alle nuove comunità agricole ebraiche, ai kibbutz e ai moshavim, che hanno ottenuto il massimo vantaggio dal suolo fertile.

Dopo il loro ricollocamento e fino al 1966, i cittadini beduini di Israele erano sottoposti a duri regolamenti militari; la loro libertà di movimento era ristretta e non possedevano i diritti di base, politici, sociali ed economici. Ma anche nella legislazione post-militare alla fine degli anni Sessanta, molti politici israeliani hanno continuato a considerare i beduini residenti in Siyaq come una minaccia all’occupazione della terra e così, nonostante il loro trasferimento fosse stato realizzato negli anni Cinquanta, lo Stato decise di trovare una soluzione migliore al “problema beduino”.

Il piano era quello di concentrare la popolazione beduina all’interno di spazi semi-urbani che alla fine avrebbero occupato soltanto una percentuale minima delle terre originarie delle tribù. Nel corso degli anni, ufficiali governativi hanno incontrato i capi beduini e raggiunto con molti di loro degli accorsi. In un processo graduale, lungo 20 anni, sono state così create diverse nuove città: Tel-Sheva, Rahat, Segev Shalom, Kusaife, Lqya, Hura e Ar’ara.

In alcuni casi i beduini vivevano già nelle terre dove sono state costruite le città, ma la maggior parte di loro sono stati trasferiti in queste nuove città “per soli beduini”. Alcuni si sono mossi volontariamente, altri sono stati obbligati. Il prezzo che molte famiglie hanno dovuto pagare per il trasferimento è stato alto: rinunciare al diritto di proprietà di ampi appezzamenti e abbandonare il loro tradizionale e rurale stile di vita.

Per molti anni dopo la creazione delle nuove città, i beduini non sono stati autorizzati a tenere elezioni democratiche e i comuni sono stati gestiti e amministrati da ufficiali ebrei del Ministero dell’Interno. Le città sono presto diventate sovraffollate, con scarse infrastrutture e pochissime opportunità di lavoro. Attualmente tutte e sette le nuove città, casa a circa 135mila persone, sono valutate secondo una scala socio-economica che va da uno (il livello più basso) a dieci (il più alto) e sono caratterizzate da un elevato tasso di disoccupazione, alti tassi di natalità e istituti di istruzione di terz’ordine.

Dopo decenni di indecisione, il governo ha affidato a Prawer il compito di provare, ancora una volta, a risolvere il “problema beduino”, una volta per tutte. Il suo mandato è quello di ricollocare i beduini che non vogliono abbandonare le proprie terre e intendono rimanere nei villaggi non riconosciuti. La giustificazione del governo per non riconoscere tali comunità è che sarebbero troppo piccole (da un minimo di 200 residenti a diverse migliaia) e sparpagliate in un’area molto vasta, cosa che renderebbe difficile secondo il governo fornire loro le infrastrutture di base. Nel nome della modernità, il governo intende così concentrare i beduini in poche nuove città.

Wadi al Na’am

Dopo aver incontrato Rawia, sono andato a Wadi al Na’am, uno dei villaggi beduini non riconosciuti, a circa 20 minuti a Sud della mia casa di Beer Sheva. Volevo chiedere alla gente cosa pensa del Piano Prawer.

Lungo l’autostrada, sono passato di fronte a centinaia di abitazioni beduine costruite con pannelli di latta, legno di scarto e rottami. Polli, pecore, capre e asini camminavano lungo i terrazzamenti. Sono di nuovo rimasto colpito dalle coltivazioni di grano beduine vista la mancanza d’acqua e dall’altezza del gambo che dipende della quantità di pioggia caduta durante l’anno; è facile individuare una coltivazione beduina perché il gambo è minuscolo se comparato al grano “ebreo”, che riceve grandi quantità d’acqua.

Nonostante fossi stato a Wadi al Na’am alcune altre colte, non ho riconosciuto la strada da prendere uscendo dall’autostrada e ho chiamato Ibrahim Abu Afash per chiedere indicazioni. “Non ricordi? – ha chiesto – Quando incontri sulla strada il segnale che indica la centrale elettrica, gira a sinistra e ti aspetterò in cima alla collina”.

Ho seguito la Subaru di Ibrahim su una strada non asfaltata per circa 10 minuti fino ad arrivare alla sua shieg, una grande tenda su un pavimento di cemento coperto con tappeti, materassi e cuscini sparsi ovunque. Nel mezzo della tenda, c’era un buco con dentro una teiera che bolliva su carboni ardenti. Ibrahim si è seduto su un materasso vicino a suo fratello Labad, mentre alla loro destra c’era un gruppo di giovani uomini che fumavano sigarette israeliane e bevevano tè.

Ibrahim è il capo di Wadi al Na’am. Da giovane, è lavorato come esploratore per l’esercito israeliano, cosa che spiega perché parli ebraico meglio di me. Dopo qualche chiacchiera, sono giunto al centro della questione.

“Ho incontrato Prawer ed è un buon uomo – ha detto – Spesso i bravi uomini fanno cose brutte”. “ Il fatto che Wadi al Na’am, come molti altri villaggi non riconosciuti, si trova proprio sotto i pali dell’elettricità e vicino ai tubi dell’acqua e che noi non siamo mai stati autorizzati a connetterci dalle nostre case a questi servizi di base è senza dubbio un atto criminale di discriminazione”.

“Lo sai – ha continuato – negli ultimi vent’anni decine di aziende familiari ebraiche sono state costruite in tutto il Negev e recentemente sono state approvate dieci nuove colonie satellite e verranno costruite in terra beduina vicino alla città ebraica di Arad. Così, almeno due villaggi beduini non riconosciuti, al-Tir e Umm al-Hiran, saranno svuotati dai loro mille abitanti per costruire una strada tra le nuove comunità ebraiche”.

Ibrahim non ha menzionato il fatto che nel Nord del Negev ci sono già cento colonie ebraiche, ognuna delle quali con una media di 300 residenti, ma non ha compreso il vero cuore del Piano Prawer. E anche se non ha detto che la reale motivazione dietro al piano è il desiderio di giudaizzare la terra, è chiaro che questo è il vero obiettivo. Non esiste altra spiegazione per la quale lo Stato non legalizzi i villaggi non riconosciuti.

La minaccia beduina

Mentre formulava il suo piano, Ehud Prawer ha incontrato molte comunità beduine al fine di comprendere la complessa questione, provando a trovare una soluzione per i villaggi non riconosciuti. Anni di servizio nella sicurezza israeliana lo hanno portato, tuttavia, a trattare i beduini non come portatori di diritti individuali, ma come minaccia nazionale che va contenuta.

Sono poche le persone che lavorano a stretto contatto con Prawer e che, come lui, per anni sono stati parte del sistema di sicurezza israeliano. Il suo braccio destro, Doron Almog, è un generale in pensione, mentre Yehuda Bachar, presidente dell’Ufficio per il Coordinamento del Governo e le Attività Beduine in Negev, è stato ufficiale nella polizia israeliana. Non per caso, prima di presentare il piano al governo, Prawer ha chiesto a Yaakov Amidror, direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale, di mettere la sua firma di approvazione.

Il fatto che le esperienze di vita di quasi tutte le persone coinvolte nella soluzione del problema dei villaggi non riconosciuti provengano dal settore della sicurezza non è un questione di minore importanza, perché per loro i beduini sono prima di tutto una minaccia interna. Il “problema beduino”, secondo loro, ha poco a che vedere con i diritti: è una questione di gestione del rischio.

Algoritmo dell’espropriazione

Ironicamente il Piano Prawer che è stato redatto e la seguente proposta di legge non guardano affatto ai problemi di questi villaggi.

“Se lo Stato è così irremovibile riguardo al riconoscimento dei villaggi nella loro attuale locazione, mi sarei almeno atteso che Prawer avesse chiaramente affermato che il governo intende costruire un certo numero di villaggi e città per i beduini, specificato dove saranno costruiti e promesso di tenere in contro lo stile di vita rurale dei beduini”, ha spiegato in un’intervista Hia Noach, direttore del Forum per la Coesistenza in Negev. 

“Invece il piano, che presto diverrà legge, si concentra sulla creazione di un algoritmo per dividere le proprietà private tra i beduini, mentre tratta solo in pochissime ambigue frasi la questione dei villaggi non riconosciuti. Non è strano che il piano parla di ricollocazione dei beduini e non include una mappa per indicare dove saranno spostati?”.

L’algoritmo di Prawer è un meccanismo estremamente complesso di espropriazione, basato sull’assunzione che i beduini non hanno diritti sulla terra. Sa che negli anni Settanta, mentre Israele muoveva i beduini nelle nuove città, circa 3200 beduini presentavano una petizione al Ministero della Giustizia, reclamando i diritti di proprietà sulle terre appartenute alle loro famiglie per generazioni.

In tutto, hanno reclamato un milione e mezzo di dunam, di cui 971mila di proprietà di individui e i rimanenti di proprietà comune delle comunità, utilizzati per la pastorizia. Negli anni, il Ministero della Giustizia ha rigettato le richieste riguardanti i due terzi della terra, che significa che attualmente le richieste riguardanti circa 550mila dunam (il 4% della terra del Negev) non sono stati ancora assegnati.

Il Piano Prawer punta a risolvere tutte le petizioni rimanenti in un colpo solo. Ironicamente, però, il suo punto di partenza è che tutte le petizioni sono false. Alla fine della decisione governativa che approva il Piano (Decisione numero 3707, 11 settembre 2011), si legge:

 

“Il presupposto di base dello Stato nel corso degli anni […] è che la stragrande maggioranza dei richiedenti non ha alcun diritto riconosciuto, secondo le leggi israeliane sulla proprietà, sulle terre per cui hanno mosso causa. […] In conclusione, né la decisione del governo né la proposta di legge che ne seguirà riconoscono la legalità delle petizioni sulle proprietà, ma piuttosto il contrario – una soluzione la cui essenza è ex gratia e si basa sull’assunzione della mancanza di diritti di proprietà”.

La strategia è chiara: prendersi tutto, costringere i beduini a ringraziare per ogni boccone dato indietro. E questo, infatti, è il modo in cui l’algoritmo di espropriazione di Prawer funziona.

Prima di tutto, solo la terra contestata (quella per cui le famiglie hanno intentato causa 35 anni fa) e dove una famiglia ha vissuto e utilizzato consecutivamente (a differenza delle aree di pascolo che sono collettive) saranno compensate con altra terra, con una frazione pari al 50%. Così se una persona possiede 100 dunam, vive in questa terra e ha piantato grano negli ultimi 35 anni, otterrà in cambio 50 dunam di terra agricola. La maggior parte di queste “nuove terre riconosciute” non si troveranno nelle terre tradizionali dei beduini, ma dove lo Stato deciderà.

In secondo luogo, i rimborsi in denaro per le terre per cui è stata mossa causa, ma di proprietà dello Stato e non utilizzate dai beduini, saranno tutti uguali, senza tener conto del luogo in cui si trovano, se si tratta di terre fertili o meno.

Terzo, la quota di rimborso ammonterà a circa 5mila shekel (mille euro) per dunam, una somma misera se si tiene contro che mezzo dunam in una delle nuove città costa 150mila shekel (30mila euro). Il costo di un appezzamento è importante, perché le famiglie dovranno acquistarne nella nuova città. Se un proprietario di terra beduino ha cinque o sei figli, dovrà comprare terra per l’intera famiglia e rimarrà con poca o con nessuna terra da lavorare. Infine, i beduini la cui causa è stata rigettata dallo Stato perderanno tutti i diritti di proprietà.

Dove?

Hia Noach stima che, dei 550mila dunam di terra per cui la causa è stata persa, circa 100mila (meno dell’1% dell’intera estensione del Negev) resteranno in mano beduina dopo che il Piano Prawer sarà implementato. Ma questo, sottolinea, è solo una parte del problema. Un’altra questione centrale riguarda la futura collocazione. Dove saranno trasferiti i beduini e in quale tipo di comunità? Sono proprio le questioni a cui Ehud Prawer non ha ancora risposto.

Un dettaglio che è diventato di dominio pubblico è che i beduini “non riconosciuti” saranno ricollocati a Est della Strada 40, l’area più arida del Negev, vicino alla Striscia di Gaza. Mentre questa parte del piano Prawer ricorda la strategia di Ben Gurion per concentrare i beduini in determinati spazio al fine di lasciare terra libera per gli ebrei, in questo caso sembra ci sia dietro qualcosa di più sinistro. Se si verificherà davvero lo scambio di terra con i palestinesi della Cisgiordania, cosa c’è di più conveniente per lo Stato ebraico se non consegnare terra arida in Negev con tanti beduini dentro?

Senza tener conto di quello che pensano i beduini del piano, il governo prosegue per la sua strada e ha deciso di finanziare il trasferimento di 70mila beduini con circa due miliari di dollari. Più o meno quello che è stato fatto per muovere i circa 8mila coloni israeliani dalla Striscia di Gaza nel 2005. Il governo ha inoltre stabilito che circa 300 milioni di dollari saranno utilizzati per le nuove città, intendendo così che alcune comunità beduine saranno trasferite in questi poveri comuni.

Non è chiaro come persone abituate a vivere di agricoltura e pastorizia riusciranno a sbarcare il lunario una volta che saranno forzatamente trasferite. Non si tratta di una mera questione teorica, se si tiene contro del fatto che la maggior parte dei beduini che sono stati trasferiti nelle nuove sette città non sono mai riusciti ad adattarsi alla vita urbana. Voci dicono che altre tre città saranno costruite, ma se l’esperienza insegna qualcosa, è improbabile che saranno migliori dello stile di vita rurale beduino.

Prima di lasciare Wadi al Na’am, ho chiesto ad Ibrahim cosa pensa che accadrà se non raggiungeranno un accordo con il governo. È rimasto in silenzio per un momento e poi ha detto di non volere pensare ad una simile opzione, aggiungendo: “Non ci metteranno negli autobus e ci trasferiranno, semplicemente chiuderanno le scuole e aspetteranno. Quando non potremo più mandare i nostri figli a scuola, decideremo ‘volontariamente’ di andarcene”.

Questo è il modo in cui far diventare un trasferimento forzato volontario e come Israele lo mostrerà al mondo intero.

Questo articolo è apparso su Al Jazeera. Una versione più breve è stata pubblicata su London Review of Books.

 

Neve Gordon è l’autore di “Israel’s Occupation”. Può essere contattato attraverso il suo sito web.

 

 Tradotto in italiano da Emma Mancini (Alternative Information Center)

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/societa-israeliana/3524-trasferire-con-la-forza-30mila-beduini-in-israele

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